Bill Evans e la domenica di giugno che cambiò la storia del jazz

Andrea Giuntini intreccia la vita del pianista con ricordi autobiografici

“Nulla nel Jazz sarà più uguale” da quella domenica 25 giugno 1961 quando al Village Vanguard di New York  Bill Evans pianista, Scott LaFaro bassista e Paul Motian batterista registrarono uno dei capolavori della musica d’oltre oceano. “Con le loro tinte armoniche e il lirismo con cui ammantano ogni brano, fermano il tempo, fissano quel momento e lo rendono eterno”.

Comincia così un libro singolare uscito in queste settimane, “Una domenica di giugno – Bill Evans al Village Vanguard nel 1961 e altre storie fiorentine di jazz” (OpzioniEditions Editore Impruneta Firenze), scritto da un autore che non ti aspetti.

Andrea Giuntini , già docente di Storia economica alle università Firenze, a Modena e a Reggio Emilia, autore di saggi come “Il canale di Suez e l’Italia” o “Le meraviglie del mondo. Il sistema delle comunicazioni internazionali dell’Ottocento”, non è un musicologo, né un critico musicale e ha sempre scritto di cose che non hanno nulla a che vedere “con un malinconico e insicuro spilungone con gli occhiali ..rannicchiato con una postura che disegna un curva sulla tastiera sulla quale è immerso fino a sembrare tutt’uno col piano”.

Per lui il “Jazz è un’attitudine mentale piuttosto che uno stile” come affermava quello spilungone e tuttavia ha deciso di  dare alle stampe testimonianza della passione che ha attraversato la sua vita. Sul filo degli affetti e della memoria, il racconto intreccia una biografia assai competente e ben documentata (come si conviene a uno scienziato) del musicista preferito con squarci autobiografici, legati soprattutto alla figura del padre Guido che è stato un eccellente batterista jazz e ha partecipato nell’immediato dopoguerra a rendere popolare il genere musicale

Così il racconto dell’uscita dalla clandestinità del jazz vietato dal regime, ma coltivato in circoli ben protetti di dissidenti appassionati, fa conoscere un aspetto poco noto della cultura musicale fiorentina del dopoguerra. Erano anni che vedevano nascere e sciogliersi dopo poco trii e quintetti che diffondevano le architetture sonore dei vari Charlie Paker, Chet Baker, Miles Davis, Louis Armstroing ( epici i suoi concerti a Prato e Firenze 1952). Guido Giuntini talentoso autodidatta ha accompagnato per un certo periodo di tempo il pianista Piero Umiliani che diventerà famoso soprattutto per le colonne sonore dei grandi film italiani.

Si viene fra l’altro a sapere che uno degli spazi che più hanno contribuito a diffondere l’arte massima dell’improvvisazione è stata la Mostra dell’artigianato, appuntamento annuale ripristinato immediatamente dopo la liberazione di Firenze. Giuntini senior aveva creato il suo proprio quintetto Guido Giuntini’s boppers, prima di dismettere la passione musicale nel 1966. Un anno prima il jazz era approdato al Conservatorio Cherubini mentre il Teatro Metastasio di Prato era diventato la scena jazz internazionale per tutti gli appassionati.

Per Andrea la passione per il jazz si innesta nella felice eredità paterna. Nella memoria resta come un momento topico, che lo ha sostenuto in tutto il suo percorso esistenziale, quando Guido gli fece ascoltare un LP con la musica di Bill Evans  “qualcosa fra una lacrima e un sorriso” , una “folgorante bellezza e la profonda inquietudine di quei suoni” come la definisce Gianfranco Cascella nella postfazione.

Evans, pianista inquieto e maledetto,  dipendente dalla droga fino a morirne  a 51 anni, al punto che la sua vita è stata definita il più lungo suicidio della storia diventava un compagno in grado di riempire i momenti di vuoto e stanchezza che fanno parte del dolore di vivere. E l’autore fieramente deciso nel pubblicare quello che chiama un “divertissement senile (“ma anche un bisogno i fare qualcosa di diverso dal consueto perché nella vita ogni tanto bisogna uscire dai binari, trasgredire , senza fare o farsi del male”) introduce i neofiti nell’arte del musicista William John Evans, detto Bill (Plainfield, 16 agosto 1929 – New York, 15 settembre 1980) .

Un’arte che nasce da sofferenze profonde, insicurezze e antichi traumi, per trasformarsi nelle acque calme di una musica cristallina e tranquilla che parla anche a quelli che non hanno conoscenza della sua bellezza. “Le sua fragilità sono anche le nostre” e “la sua musica vive di raffinatezze, di tocchi, di atmosfere, di ricchezza interiore più che esteriore”, commenta l’autore.

Pochi giorni dopo quella domenica di giugno dove fu toccata una perfezione che è raro punto di arrivo, moriva in un incidente il suo bassista Scott LaFaro, interrompendo tragicamente un rapporto musicale che diventava precipitato magico di musica. Evans formerà altri trii nel corso della sua breve carriera, ma le vette dell’arte si raggiungono solo in momenti nei quali gli strumenti fanno dialogare le anime degli artisti e il mondo ascolta stupito.

In foto: Bill Evans

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