Beni confiscati alle mafie: gli assegnatari non devono essere lasciati soli

Parla Maurizio Pascucci da anni impegnato nella battaglia contro le cosche

Il problema dei beni confiscati alle mafie è annoso e mai risolto davvero. Abbiamo raggiunto il responsabile in materia della Fondazione Caponnetto, Maurizio Pascucci, ponendogli alcune domande. Maurizio Pascucci è in prima fila da anni nella battaglia contro le cosche sviluppata dalla società civile: Presidente dell’Associazione Produttori Fior di Corleone, capogruppo di opposizione al Comune di Corleone, è responsabile nazionale dei beni confiscati della Fondazione Caponnetto.  

Quand’è che un bene di appartenenza di un soggetto mafioso diventa bene confiscato alla mafia e come funziona il meccanismo delle assegnazioni?

“Quando un mafioso viene arrestato per Associazione Mafiosa i suoi beni patrimoniali e le disponibilità economiche vengono messe sotto sequestro. Il patrimonio viene conferito all’Agenzia dei beni Sequestrati e confiscati che provvede alla sua custodia e gestione. I beni vengono separati tra beni immobili e aziende. Per la gestione delle Aziende vengono nominati degli Amministratori Straordinari. Anche i beni sequestrati mobili e immobili, possono essere assegnati in via provvisoria in attesa del giudizio finale. Alla fine del terzo grado di giudizio se avviene la condanna i patrimoni sono oggetto di Confisca. L’Agenzia dei beni confiscati chiede al Prefetto di provvedere all’assegnazione del bene confiscato. Il Prefetto a sua volta evidenzia un diritto di prelazione alle Forze dell’ordine al Comune e alla Regione. Se questo non viene esercitato assegna la disponibilità al Sindaco che con conferimento diretto o tramite bando assegna il bene ad Associazioni o Cooperative. Qualora non emergessero disponibilità il Sindaco lo restituisce al prefetto e lui a sua volta all’Agenzia Nazionale dei Beni confiscati che provvede alla messa all’asta dell’Immobile o Azienda.

Quanti sono i beni confiscati attualmente in attesa di assegnazione in Italia?

“I numeri non sono semplici in quanto una casa con garage e un giardino sono 3 particelle catastali diverse e talvolta si può dire 1 bene confiscato oppure 3. Tutto dipende da chi gestisce i numeri. Dalle nostre notizie emergono in Italia 23.459 beni confiscati di cui 15.888 risultano assegnati. Ai Comuni in forma diretta per servizi pubblici 6192, ai Comuni assegnati in convenzione a soggetti terzi 6019, Ai Carabinieri 780, alla Guardia di Finanza 443, alle regioni 207 , alla Polizia di Stato 173,  alle Prefetture 107,  alle Provincie 104 al Corpo Forestale dello Stato 94, ai Vigili del fuoco 24, alla Capitanerie di porto 10. La prima regione in Italia per presenza di beni confiscati destinati è la Sicilia, con oltre 6 mila immobili. Sono più di 750 le realtà sociali che gestiscono beni confiscati. Tra queste, 400 sono associazioni non profit e di volontariato, oltre 180 sono cooperative sociali che prevedono il reinserimento lavorativo di persone con disabilità e 13 sono scuole di diverso ordine e grado, che riutilizzano i beni confiscati per le attività didattiche”. 

Perché il bene confiscato molto spesso diventa un problema per le amministrazioni pubbliche, invece di rappresentare un’opportunità?

“Un bene confiscato quando viene assegnato si può portare dietro degli abusi edilizi, delle mancate messe a norma, e altre irregolarità. Spetta all’assegnatario provvedere alla sua messa in sicurezza e regolarità. Questo significa denaro da spendere ma anche forti contrasti con la burocrazia che non ti agevola ma dimentica che quel patrimonio apparteneva ad un mafioso”.

E’ reale il rischio, denunciato da più associazioni, che i beni confiscati ricadano in mano alle cosche? Come si fronteggia il pericolo?

Evitando di metterli all’asta e vigilando sugli enti assegnatari. La certificazione antimafia è importante ma non sufficiente. Inoltre le società spa o srl sono formate da soci. Talvolta anche un socio irrilevante come quota societaria può nascondere un mafioso o suo prestanome che esercita un ruolo occulto e dove la percentuale societaria non è reale in quanto lui è portatore di interessi semmai illeciti ma importanti”.

Ci sono casi in cui l’assegnazione ha rappresentato l’avvio di un nuovo ciclo economico virtuoso per il bene strappato alle cosche? E viceversa, esempi in cui l’assegnazione non ha funzionato?

“Certo abbiamo buone esperienze dove il riutilizzo sociale ha significato il rilancio non solo aziendale ma della stessa comunità locale . Ad esempio la Confisca della Tenuta di Suvignano in Provincia di Siena con i suoi 3 agriturismi, 12 poderi agricoli in oltre 630 ettari e con un futuro ostello della gioventù in arrivo nei prossimi mesi”.

“Poi abbiamo immobili dove i mafiosi non vogliono uscire o danneggiati dopo l’assegnazione. Abbiamo aziende agricole dove con la presenza del mafioso l’occupazione era alta e con l’arrivo della confisca essendo venuto meno le commesse o a seguito della sua messa a norma, i lavoratori sono stati licenziati. Per loro, il loro territorio era meglio quando era peggiore”.

Quali sono, secondo lei, i punti critici del percorso che il bene confiscato deve seguire?

“Necessita che l’accesso al credito sia possibile e non come oggi impedito in quanto l’assegnatario non ha titolo di proprietà. Necessita che lo Stato assegni patrimonio sanato e non da sanare e poi la cosa più importante: lo Stato non dove abbandonare l’assegnatario di patrimonio confiscato ai mafiosi, anzi gli deve stare vicino e condividere. Spesso questo accade solo nel momento della confisca con giornalisti, politici e autorità. E poi, il vuoto”.

In foto in alto la tenuta di Suvignano (Siena). Sotto: Maurizio Pascucci

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