Aria velenosa, venti città italiane fuori norma

Il nuovo sistema di monitoraggio compara i dati con le raccomandazioni dell’OMS

L’aria va male. E l’aria fa male. Tanto che l’Agenzia Europea per l’Ambiente  denuncia 50 mila morti premature l’anno in Europa a causa dell’inquinamento. Come ricorda Legambiente, intervenendo a proposito del consuntivo 2024 di fine anno sulla qualità dell’aria nelle città italiane, redatto da Arpa e Appa , le agenzie regionali e provinciali che fanno parte del Sistema nazionale protezione ambiente (Snpa) e monitorano ufficialmente lo smog tramite i dati delle loro centraline sparse sui territori.

Rinforza le preoccupazioni il recentissimo consuntivo sul gennaio 2025 che indica fuori norma praticamente tutte le città italiane, perlomeno 20 su 22 monitorate, in comparazione  alle soglie raccomandate dall’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità) per tutelare la salute umana e sei se si confrontano i nostri dati con i limiti che diventeranno cogenti nel 2030 della Direttiva europea. Alla quale, pur più conciliante delle raccomandazioni Oms ma assai più stringente della norma vigente, dovremo adeguarci in soli cinque anni, tempi impossibili senza una grossa svolta. Considerando che in questo campo i miglioramenti procedono molto lentamente e che solo in gennaio a Palermo, Catania e Torino è già stato superato il limite previsto dalla Direttiva, ma anche a Napoli, Messina, Trento e Genova si sono già registrati più di dieci superamenti avvicinandosi rapidamente al superamento della norma europea.

Il nuovo  report sul gennaio 2025  è il primo che si fa mensilmente, in modo da poter immaginare terapie di cura dell’aria il più celeri possibile, e da ora in poi  continuerà a venire presentato ogni mese dell’anno. L’iniziativa, che al momento riguarda  22 città (Ancona, Bari, Bergamo, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Pescara, Prato, Roma, Terni, Torino, Trento, Trieste, Venezia), è stata presa dall’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile gestito da Kyoto Club e Clean Cities Campaign, in collaborazione con ISDE (l’Associazione italiana medici per l’ambiente impegnata nel progetto Progetto nazionale “Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane”) .

Si tratta di un monitoraggio innovativo, quello dell’Osservatorio, fatto sempre sulla base delle centraline Arpa e Appa, che però non valuta solo i dati della norma in vigore ma ne compara la lontananza dai nuovi limiti della Direttiva europea e, ancora di più, dalle raccomandazioni OMS. Quella stessa organizzazione da cui Trump appena salito in trono si è precipitato a strepitare di volersi ritirare iniziando procedure a cui finora non sembra voler rinunciare, come peraltro ha rinnegato gli accordi di Parigi sul clima, annunciando anche di volere riportare in auge i combustibili fossili piuttosto che impegnarsi sulle fonti rinnovabili. Il che rende la questione ambientale ancora più urgente.

L’Osservatorio si è mosso dopo l’inquietante confronto fatto dalla campagna Mal’Aria di Legambiente a proposito del consuntivo smog 2024, su cui già  Arpa e Appa ci indicano alcune criticità, tra i limiti stabiliti allo smog dalla normativa vigente e relativi superamenti con quanto detti superamenti sarebbero saliti se i parametri fossero stati già i nuovi e prossimi a venire della  Direttiva Europea e tanto più quelli dell’Oms. Un confronto che offre un quadro assai preoccupante.

Peraltro adesso, secondo la norma vigente,  le comparazioni giornaliere  si possono fare solo per il Pm10 (le polveri di maggiore dimensione che danneggiano l’apparato respiratorio più alto e che l’Istituto superiore di sanità chiama frazione toracica). Non  si possono fare invece a proposito delle polveri fini (il più facilmente inalabile e dunque più pericoloso Pm2,5 che arriva ai polmoni e che L’Istituto di sanità chiama frazione respirabile) come del  biossido di azoto (No2), semplicemente perché la norma italiana rimanda, per questi due inquinanti, solo a una più tranquillizzante media annuale in cui i picchi, che Isde rivela essere i giorni in cui più si muore di smog, si diluiscono con i più miti dati della buona stagione.

Tre  dunque sono  le novità del report dello scorso gennaio. La prima è che si tratta di un regolare consuntivo mensile mai redatto prima. La seconda è che confronta  i dati nostrani con i limiti della Direttiva e dell’Oms, come gli abituali consuntivi annuali si Arpa e Appa non fanno. La terza, molto importante, è che calcola la media giornaliera, non solo più per il solo Pm10, come esige la norma attuale, ma anche per il Pm2,5 e l’No2, come imporrà la prossima Direttiva europea e come dal 2021 fa regolarmente l’Oms. Da non dimenticare, che le polveri sono originate da varie fonti di inquinamento:impianti di riscaldamento, traffico e altri agenti. Mentre il biossido di azoto, inquinante per cui l’Italia e stata sottoposta anche a una procedura d’infrazione europea, è più strettamente connesso alle emissioni del trasporto stradale alimentato dai combustibili fossili.

 Ecco lo scarto tra i tre tipi di limiti, riportato con precisione da Marco Talluri in Ambientenonsolo. La norma attuale prevede per il Pm10 un limite per la media giornaliera di 50 microgrammi per metro cubo da non superare più di 35 volte l’anno, la Direttiva lo abbassa a 45 per non più di 18 giorni l’anno, l’Oms sempre 45 ma solo fino a 3 o 4 giorni l’anno. Sempre a proposito di media giornaliera, la norma italiana non la considera, come abbiamo detto,  né per il Pm2,5 né per l’No2 , mentre la Direttiva europea tassativamente lo fa,  conservando, come per il Pm10, il limite di 18 giorni inquinati l’anno e stabilendo le soglie a 25 microgrammi per  il Pm2 e a 50 per l’No2.

L’Oms conserva il limite di soli 3 o 4 giorni  di superamenti l’anno portando i limiti massimi a 15 microgrammi per il Pm2 e a 25 per il biossido. Quanto alla media annuale, quella si attesta su un limite per il Pm10 di 40 grammi per metro cubo secondo la norma italiana, si dimezza fino a 20 nella vicinissima Direttiva europea e si dimezzata ancora,  arrivando a 10, nelle raccomandazioni Oms. Come si vede lo scarto tra l’attuale norma italiana e la Direttiva europea e, ancora di più, con le raccomandazioni Oms è tanta. 

Mentre sempre l’Oms considera che il 23% delle morti nel mondo, che sale a ben il 26% tra i bambini sotto i cinque anni, può essere ricondotto a fattori ambientali modificabili. Il Rapporto State of Global Air (SoGA) ha evidenziato, che nel 2021 l’inquinamento atmosferico ha causato circa 8,1 milioni di morti nel mondo . Per non dire dei milioni di persone che vivono ogni giorno con malattie croniche che peraltro, pesano su di loro ma anche sui bilanci di tutti i paesi.

Si schiera,  dopo il rapporto ufficiale sullo smog nel 2024, Legambiente. “Con soli cinque anni davanti a noi per adeguarci ai nuovi limiti europei al 2030, dobbiamo accelerare drasticamente il passo – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – È una corsa contro il tempo. Servono azioni strutturali non più rimandabili: dalla mobilità, con un trasporto pubblico locale efficiente e che punti drasticamente sull’elettrico e più spazio per pedoni e ciclisti, alla riqualificazione energetica degli edifici, fino alla riduzione delle emissioni del settore agricolo e zootecnico, particolarmente critico nel bacino padano. Le misure da adottare sono chiare e le tecnologie pronte: quello che manca è il coraggio”.

Conferma Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente in Lombardia : “I dati 2024; confermano che la riduzione dell’inquinamento atmosferico procede a rilento coinvolgendo anche la salute pubblica e l’economia. Alla luce degli standard Oms che rappresentano il vero obiettivo per salvaguardare la salute, la situazione diventa  ancora più critica: il 97% delle città monitorate nel 2024 li supera per le polveri, e il 95% quelli per l’No2.” Conclusioni di Legambiente: “Servono politiche strutturali come ripensare la mobilità urbana, ma anche avviando uno stop progressivo ai veicoli più inquinanti e  creando una rete diffusa di aree pedonali e percorsi ciclopedonali secondo il modello della ‘città dei 15 minuti’,  creando Low Emission Zones e usando politiche come Città30, già attivata con successo a Bologna, Olbia e Treviso. Occorre anche accelerare la riconversione degli impianti di riscaldamento”.

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