“Il Sindaco Pescatore” simbolo della buona amministrazione e della legalità

Il ricordo di Angelo Vassallo nell’intervista al figlio Antonio
This undated photo made available Monday Sept. 6, 2010 shows Angelo Vassallo mayor in the southern Italian village of Pollica near Salerno. Angelo Vassallo was found dead Monday, Sept. 6, 2010 in the village of Acciaroli, his body riddled by bullets, according to news reports and the local prosecutor.The mayor, hailed for his commitment to fighting organized crime, has been killed in a Mafia-style execution. (AP Photo /Tano Pecoraro)

Sono trascorsi circa 16 anni da quando Angelo Vassallo fu strappato alla propria famiglia e alla propria comunità. Il 5 settembre del 2010, Vassallo veniva ucciso con 9 colpi di pistola a Pollica, nel suo comune di appartenenza in provincia di Salerno, per mano di esponenti della criminalità locale. Il sindaco aveva individuato, tra i tanti problemi sul suo territorio, un traffico di droga e speculazioni edilizie abusive nell’area del Cilento. Il suo intransigente rifiuto di piegarsi a qualsiasi tipo di pressione mafiosa lo ha reso un bersaglio per chi voleva trasformare il territorio in una piazza di affari illeciti.

Un uomo caparbio, esigente, ma anche un visionario: aveva individuato nella Dieta Mediterranea un’opportunità di crescita per il territorio e nel mare una fonte di guadagno legale per tutti.

La morte di Vassallo è un caso di cronaca che apre scenari inquietanti al confine tra il rispetto istituzionale e la criminalità. Una pagina della storia del Sud che andrebbe raccontata nei salotti televisivi per far sì che non sia solo un mito, ma un esempio concreto di legalità, onestà e impegno per lo Stato, le istituzioni e la politica.

Abbiamo voluto ascoltare la voce del figlio, Antonio Vassallo, fin dal primo momento custode della memoria e testimone del padre, che oggi resta un esempio per tanti amministratori locali.

Suo padre ha legato il suo nome alla tutela dell’ambiente e al concetto di “politica del fare”. Qual è l’eredità amministrativa e morale più grande che pensa abbia lasciato alla comunità di Pollica e all’Italia intera?

Papà, allora come oggi, rappresenta un punto di riferimento per la “bella politica”. Per molti amministratori è diventato un esempio per chi vuole fare del bene nel proprio territorio, con la consapevolezza che si può fare. Questa è l’eredità straordinaria che ha lasciato.

La visione politica e umana si può sintetizzare nella sua celebre frase: «Sono i paesi che fanno il Paese». La sua idea di amministrazione pubblica univa l’esperienza del mare alla gestione del territorio. Secondo lei abbiamo raggiunto questa consapevolezza?

Diciamo che tanti si ispirano a questa filosofia ma, come si suol dire, “tra il dire e il fare c’è una grande differenza”. Tanti amministratori cercano di lavorare come faceva lui, nel senso che egli si era concentrato, fin dal primo minuto, anche sulle cose che magari non si vedevano, come gli impianti di depurazione e le reti fognarie: opere che i cittadini spesso non notavano. Credo che tanti amministratori abbiano iniziato a concentrarsi su questi aspetti ispirandosi al suo modello di sviluppo, ma con grandi difficoltà. Abbiamo una carenza di persone capaci che potrebbero fare il bene dei territori e abbiamo anche persone che non riescono veramente a trasformare i comuni, perché chi si avvicina alla politica vede meno giovani pronti a spendersi. Abbiamo bisogno di persone motivate, soprattutto nel Sud Italia, guidate – come mio padre – dal senso del dovere e dalla passione per la propria terra.

Forse mi darà ragione: sono sempre meno, ma sono anche sempre più scomodi, per cui è difficile metterli in campo?

Sicuramente oggi è più difficile, è diventata una grande responsabilità. Oggi la politica può essere anche, come dire, un mezzo per stare vicino a contesti criminali; a volte è difficile combatterli, a volte è difficile pure prendere iniziative importanti. È diventato sicuramente un ruolo complesso, però è importante che le persone e i giovani vi si avvicinino e capiscano che, oggi, per migliorare il Paese bisogna stare lì e lavorare in prima persona per cercare di fare del bene.

L’Italia conosce il “Sindaco pescatore” come figura pubblica, ma com’era Angelo quando rientrava a casa? Era semplicemente il suo papà?

Quando rientrava a casa, continuava a essere il sindaco e al contempo a fare il padre, ed era molto attento alle regole. Lui voleva che le cose funzionassero bene e che ci dedicassimo al nostro lavoro, che facessimo del bene; si preoccupava anche molto del nostro futuro e dei ragazzi che vivevano la nostra realtà. Era un genitore apprensivo, ma era anche disponibile: un padre che voleva solo il bene per i suoi figli e cercava di dare tutto quello che poteva, soprattutto la tranquillità, prima di quel 5 settembre.

Oggi che è padre, come racconta ai suoi figli la figura del nonno?

È difficile. Parlo molto con le scolaresche e con i bambini in età scolare, mentre a volte parlo poco con i miei figli: non vorrei spaventarli e vorrei che fossero loro a chiedermi del nonno, che fosse un loro desiderio. A volte mi domandano per quale motivo la foto del nonno – la sua gigantografia – sia appesa vicino alla Torre Normanna nella frazione di Acciaroli in occasione dell’anniversario. Ogni volta cerco di spiegare che il nonno è stato un bravissimo amministratore, un uomo che ha lottato per la sua terra e che purtroppo è morto perché tante persone cattive ce l’hanno portato via. Tuttavia, lasciare un messaggio alle nuove generazioni che sia positivo e di legalità diventa una ragione di vita.

Nei momenti chiave della sua vita o di fronte a scelte importanti, le capita mai di chiedersi “cosa farebbe o cosa mi direbbe mio padre”?

Sì, lo faccio spesso. Non sempre ci riesco e non sempre riesco a pensare come lui o a come avrebbe reagito lui. Era una persona molto lungimirante, molto attenta e vedeva le cose molto prima degli altri e quindi sì, cerco di fare la stessa cosa, cerco di avvicinarmi al suo pensiero.

L’amministratore e il “Sindaco pescatore” sono entrati nell’immaginario collettivo: quanto dà ancora fastidio, secondo lei?

Sì, sono perfettamente d’accordo. Le due figure – dell’amministratore prima e del simbolo di legalità oggi – sono scomode. Perché papà era rigido su alcune scelte; a volte poteva essere anche visto come un sindaco, come dire, non disponibile, ma era sempre molto attento e cercava sempre di fare le cose nel rispetto degli altri e delle regole. Questo è un elemento determinante.

Ci faccia un esempio?

L’area pedonale ad Acciaroli prima non esisteva: era tutta percorribile dalle auto. All’inizio fu vista male da tutti; gli stessi amministratori erano in disaccordo con quello che stava facendo, però lui, caparbio, andava avanti e costruì l’area pedonale e oggi Acciaroli è uno dei gioielli del Cilento. Questo dimostrava che la sua visione si rivelava vincente e riusciva a convincere con i fatti.

Riguardo alle indagini, quali sono gli sviluppi?

La tesi e il movente sono quelli percorsi dalla Procura: un traffico di droga che lui aveva scoperto e che avrebbe denunciato il 6 settembre, il giorno dopo esserci stato strappato. Quindi oggi crediamo assolutamente che sia questo il filone; siamo convinti che la Procura abbia fatto un ottimo lavoro e speriamo solo che venga portato avanti con il processo che inizierà il 2 novembre.

La vicenda di suo padre viene raccontata nei salotti televisivi?

Purtroppo no. Questo aspetto mi rammarica molto: è una “solitudine dell’onestà”. La vicenda di papà ha sfumature che non possono non essere motivo di confronto ed è fondamentale che l’informazione ne parli, che faccia conoscere il peso che ha avuto la sua morte. Non basta ricordarlo e il suo esempio di legalità deve essere filtrato dai media, così forse si riesce anche a fare del suo messaggio uno strumento di valore collettivo.

Al di là della battaglia pubblica per la giustizia, qual è la promessa personale che ha fatto a suo padre, a se stesso e ai suoi figli per il futuro?

La promessa che mi sono fatto è dare giustizia a papà e far sì che, il prima possibile, queste persone paghino per quello che hanno fatto: per papà, per la nostra famiglia, per i nostri figli, per la cittadinanza e per tutte quelle persone che veramente credono che esista la giustizia in questo Paese. Questa è la promessa che tutti ci dobbiamo fare, soprattutto noi familiari. Personalmente, non le nascondo che non riesco a pensare ad altro, a concentrarmi su altro. Il mio obiettivo è conoscere e far conoscere la verità, perché sono passati troppi anni ed è tempo che si giunga a un esito di condanna.

Sua madre, Angela Amendola, come reagisce a tutto questo?

La mamma è una persona straordinaria, umile: riesce sempre a essere molto ragionevole, a volte anche troppo, più di me. Io sono molto più arrabbiato di quanto lo sia lei. Lei è molto tranquilla, pacata, e naturalmente ha una sofferenza indescrivibile per la mancanza di un marito che le è stato strappato. Abbiamo emozioni diverse, ad esempio, io avverto un forte rancore, sono molto più arrabbiato di lei e infatti a volte, come dire, ci compensiamo, cerchiamo di calmarci a vicenda e promettiamo di concentrarci sull’obiettivo e far sì che, prima possibile, sia fatta giustizia.

C’è un sogno di suo padre che oggi vorrebbe realizzare?

Molti dei suoi sogni sono stati realizzati dall’amministrazione che lo ha seguito. Possiamo confermare che la frazione di Acciaroli è bella, è una bomboniera, funziona. E il sogno di papà era proprio questo, che diventasse una perla del Cilento, accogliente e sicura, e che i turisti venissero a godersi le nostre bellezze, si trovassero bene e ritornassero. Credo che questo suo desiderio oggi sia realtà; tutta la comunità di Pollica e tutte le altre frazioni sono divenute mete turistiche.
(Anna Ferry-Ferrentino)

In foto Angelo Vassallo (Art. 21)

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