Il corpo parla e lo sa bene Boris Charmatz che nell’assolo Muette rende la sua presenza assai loquace a dispetto del titolo, che in francese significa “muta”. Un falso mutismo che si traduce in una rappresentazione fisica e materica di un silenzio assordante in cui si possono sentire le grida di dolore soffocate dalle violenze e dalla brutalità del nostro tempo e non solo di quello.
Presentato nella ovattata Sala di Cango in Oltrarno a Firenze come anteprima de La Democrazia del Corpo, che aprirà i battenti il 7 novembre e in un unica soluzione continuerà fino al 20 maggio, questo lavoro ha debuttato a maggio 2026 al Kunstenfestival di Bruxelles e poi è stato ospitato in importanti festival europei per arrivare a ottobre al Roma Europa Festival e ora nella roccaforte di Virgilio Sieni. Un “fortilizio” che, ancora una volta, si dimostra adatto ad accogliere eventi performanti e coreografici per niente scontati.
Charmatz, ballerino e coreografo nato in Francia e già direttore del Centro Coreografico di Rennes, rinominato Musée de la Danse, ha guidato il Tanztheater Wuppertal di Pina Baush dal 2022 al 2025 e oggi è a capo della compagnia Terrain. Con Muette proseguela sua ricerca iniziata con Somnole, un assolo del 2021 giocato sul fischio e ospitato a Cango nel 2022, e con Liberté Cathédral,un pezzo corale sul suono delle campane concepito nel 2023 per il Tanztheater Wuppertal in collaborazione con Terrein. Tre creazioni in cui sono presenti tematiche attuali che lo rendono un autore impegnato e militante.
Figura di riferimento della contemporaneità coreutica più radicale per il suo modo diretto di interrogare il corpo e di dialogare con lui in una sorta di monologo interiore che scava nelle profondità diaframmatiche e viscerali, Boris ricerca anche il contatto diretto con il pubblico. Una prossemica che rende partecipi gli spettatori chiamati, nello spettacolo in questione, a osservare una performance che, solo all’apparenza egotica, è in realtà una generosa trasmissione di emozioni, sentimenti e paure, condivisi e condivisibili da tutti.
Ecco che nello spazio raccolto di Cango l’artista inizia la sua performance in cui l’afasia del corpo come mezzo e della danza stessa come forma scenica sono un valore aggiunto per la capacità, nel silenzio, di risvegliare le coscienze e dare un profondo significato alla mera tecnicalità del gesto.
Nella penombra e vestito di nero Charmatz attraversa la Sala e nell’angolo destro comincia a svestirsi lentamente per poi voltarsi, completamente nudo e con un enorme cuore disegnato sul petto fino all’inguine. Un cuore che lo rende ancora più vulnerabile per essere simbolicamente il ricettacolo di sofferenze e mortificazioni che non dovrebbero esserci ma ci sono e imbarbariscono il vivere civile..
Arriva così davanti al pubblico in tutta la sua fragilità di uomo mentre una bolla di saliva gli riempie la bocca e la luce gialla lo abbraccia. Il corpo tra contrazioni e movimenti scomposti incarna quella pena e quell’afflizione perpetrate da altri e che, implose nelle vittime, devastano l’anima e il fisico. E una volta che la bolla di saliva scoppia, i gesti si fanno sempre più incontrollati e perfino autistici.
Il volto perde la sua umanità e assume il ghigno di una maschera grottesca del teatro antico o quella triste di un clown da circo ed è a quel punto che Boris si ispira alla posa della scultura bronzea del Discobolo di Mirone o a quella del Galata morente in un sottaciuto classicismo iconografico che impreziosisce Muette.
Anche la danza propriamente detta, che Charmatz conosce bene per aver studiato alla Scuola di Ballo dell’Opéra di Parigi e al Conservatorio Nazionale Superiore di Musica e Danza di Lione, fa la sua comparsa nei plié, nei sautés in cui il corpo ritrova a posizione eretta e la postura accademica, nei morbidi port de bras e nei rivisitati époulements. Ma è solo un’improvvisa e lirica pausa perché poi di fatto tutto ricomincia e nel movimento convulso del diaframma si sprigiona l’angoscia che arrovella il corpo, preda di spasmi inconsulti e grondante sudore. Quel sudore che, insieme al parossismo delle mani sul petto, cancella piano piano quel cuore simbolico.
Ma non basta e l’apnea reiterata sempre più lunga e l’improvvisa esplosione dell’aria, trattenuta da uno sforzo ogni volta più grande, aprono la bocca in un silenzioso grido che ricorda L’Urlo di Munch. Unurloche con Boris, da espressione angosciante, diventa un monito straziante contro la barbarie umana.
Muette con la fragile e muta nudità del corpo non è una provocazione, è una sommessa e sentita testimonianza di un dolore che resta soffocato e che il performer riesce ad esprimere coinvolgendo emotivamente i presenti. Alla fine il corpo non è più muto, il silenzio non è più assordante e calorosi sono gli applausi per Charmatz che, indossati i pantaloni, riprende fiato e ringrazia.
In foto Boris Charmatz @César Vayssié