Motoseghe sui pini di Roma, salvarli è una priorità culturale

A rischio più di 51mila alberi in 90 interventi

di Mario Bencivenni*

Pochi giorni fa balzava agli onori delle cronache l’ipotesi avanzata dalla Giunta capitolina di procedere ad un piano di abbattimento di 51.500 pini, che fanno parte del verde urbano della Capitale; insomma, un progetto di vera e propria strage per la specie Pinus pinea (pino  domestico). Ma ancora più sorprendente è lamotivazione di un progetto di “pulizia dendrica” già di per sé osceno: 90 casi di interventi di messa in sicurezza per cedimento totale o di branche di alberature durante i nubifragi delle ultime settimane di gennaio? Pur ipotizzando che tutti i 90 casi riguardasse i pini, il rapporto statistici fra 90 e 51.500 fa capire come questo progetto assuma le caratteristiche di una “rappresaglia punitiva” che non trova precedenti neppure  nelle folli rappresaglie prodotte dalle guerre, per esempio quelle effettuate dal generale Cadorna  durante il primo conflitto mondiale per punire i disertori, oppure quelle nazifasciste per vendicarsi sui civili delle azioni dei partigiani resistenti. In un mio intervento immediato, chiedevo alla giunta capitolina la smentita di tale insensato progetto.

Invece, la caduta di un altro pino adulto in via dei Fori ha spostato l’attenzione mediatica su quell’evento, con il rituale rapido allertamento di un gruppo di lavoro tecnico-scientifico (detta anche con termine inglese Task Force per accreditarne l’autorevolezza e le capacità operative).  Un caso che vorrei ricordare solo pochi decenni fa, quando ancora esisteva un servizio municipale per il verde urbano,  si sarebbe risolto rapidamente con l’intervento del Soprintendente ai giardini e i tecnici giardinieri da lui diretti.

Pur vivendo a Firenze, dal lontano 1973 ad oggi per motivi di studio , ricerca e ultimamente di docenza, ho avuto la fortuna di venire spesso a Roma e di soggiornarvi: ebbene la presenza che mi faceva sentire di essere a Roma era quella dei Pini domestici: quelli di Villa Borghese e dell’Appia Antica, ma anche quelli che trovavo all’uscita della Stazione Termini, oppure lungo il percorso che dall’uscita metro Policlinico mi portava a Valle Giulia o che trovavo in piccoli giardini come quello di Piazzale Don Minzoni. Una presenza antica di secoli confermata poi dalle “pigne” scolpite in pietra o fuse un metallo presenti sugli edifici e nei musei romani.  Sono questi elementi visivi, tattili, olfattivi che mi hanno fatto sentire queste alberature delle preziose sorelle capaci di donare gratuitamente, bellezza, salubrità, ombra, profumi, testimonianze di  biodiversità, di memoria dell’antico “ cultus hortorum” cioè dell’arte degli orti di delizia. Per tutto questo li ho sempre riconosciuti come beni culturali e sono orgoglioso che la legge attuativa dell’art. 9 della  Costituzione della Repubblica italiana, cioè il Codice dei beni Culturali e del Paesaggio (2004) li riconosca come tali.

Anche tralasciando  le motivazioni altrettanto importanti di tipo ecologico e di ambientale che dovrebbero alimentare una prassi e una politica di conservazione e di tutela dei Pini, questo loro valore culturale  rende osceno questo proposito di strage di pini pensata dall’Amministrazione capitolina. Un’offesa di questa portata al simbolo identitario fra i più importanti del territorio romano  è da considerarsi nella forma e nella sostanza un atto di vandalismo e rientra pienamente in quella categoria di azioni dei predatori dei beni culturali di un paese che il giovane Victor Hugo  denominava in una sua ode giovanile come ” Bande Noir”, e in tempi più recenti Antonio Cederna come “i vandali in casa”.

Da tempo con una ristretta, ma qualificata,  compagnia sto cercando ricordare che il verde urbano, ritornato ad essere un fattore fondamentale per la vita sul nostro pianeta, è fondamentalmente opera di giardinaggio, e quindi da ricondurre prima di tutto alla antica tradizione dell’Arte dei Giardini giunta, anche accresciuta, fino ai nostri giorni. Il verde urbano troppo schematicamente denominato oggi con lessico dell’urbanistica o della sociologia urbana“foresta urbana” o “infrastruttura verde” è invece prima di tutto giardino realizzato dall’uomo per delizia e utilità degli abitanti. La figura fondamentale per la realizzazione, conservazione, incremento di questo bene  comune è il tecnico giardiniere/orticultore e l’attitudine primaria è quella della CURA.

Questo patrimonio  di verde urbano giunto dalla nascita della città industriale ai nostri giorni, è da qualche decennio messo a serio rischio più che dai cambiamenti climatici dai cambiamenti culturali.

Nel bel pamphlet di denuncia degli attuali vandalismi pubblicato da Linda Maggiori col  significativo titolo “Alberi: fermiamo la mattanza” si documenta la gravità del fenomeno. Il termine mattanza in tutta la sua forza è pienamente legittimo e nell’ampio atlante di questo fenomeno in atto un paragrafo è dedicato ai pini e alla mattanza a cui sono sottoposti a Roma e in tante altre città della nostra penisola.

Per questi motivi salvare i pini di Roma deve essere un impegno prima di tutto culturale (mi verrebbe da dire ortoculturale) che deve mobilitare anche e soprattutto il mondo della cultura e dell’accademia, per non lasciare soli i pochi intellettuali veri sopravvissuti e i tanti cittadini che con il loro attivismo e volontariato si battono con le loro idee e coi loro corpi contro questi vandalismi. Invertire questa deriva di vandalismi e di mattanze nei confronti dei pini e delle altre alberature è un’impresa non facile ma deve essere almeno tentata.

Per questo mi aspetto e dobbiamo aspettarci tutti, dopo averlo richiesta, una smentita circa la soppressione dei 51.500 pini di Roma e  anche della loro eventuale sostituzione con altre specie suggerite da sedicenti tecnici o scienziati che decidono delle sorti dei pini e dei nostri giardini urbani senza la minima conoscenza di cosa sia l’arte dei giardini. Per colmare  questa lacuna, a chi  è chiamato a decidere delle sorti dei pini romani consiglierei di leggere almeno   i fondamentali libri di Pierre Grimal (I giardini di Roma Antica, Garzanti 1990), di Marie Luise Gothein ( Storia dell’Arte dei Giardini, ed. it. Olschki, 2006), di Massimo de Vico Fallani ( I giardini pubblici di Roma nell’Ottocento, Newton Compton 1992).

A tutti e soprattutto agli amministratori che per le fatiche della politica hanno poco tempo per lo studio e la lettura, consiglierei l’ascolto di una delle belle esecuzioni consultabili dsu YouTube della parte centrale del poema sinfonico scritto da Ottorino Respighi per descrivere Roma e dedicato, accanto a quelli delle fontane e delle feste, ai pini capitolini. I 4 quadri di questa parte del poema sinfonico composta nel 1924 descrivono i pini da lui ammirati a Villa Borghese, nei pressi delle Catacombe, sulla via Appia e al Gianicolo. Sono pini che pur in parte  rinnovati sono arrivati ai nostri giorni e che dunque avremmo il dovere di tramandare alle generazioni future.

*Il professor Mario Bencivenni si è occupato di storia dell’architettura e dei giardini, di storia del restauro e della tutela e ha svolto attività di ricerca e di docenza presso le Facoltà di Architettura di Firenze, del Politecnico di Milano e dell’Università di Ferrara; è docente presso la Scuola di specializzazione in beni architettonici e del paesaggio de «La Sapienza» di Roma. Ha pubblicato numerosi saggi sulla storia e la tutela dei giardini storici e pubblici. 

Foto di Marta Formosa

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Commenti 2
  1. La notizia è falsa. Nessuno ha mai detto di voler abbattere tutti i 51.500 Pini di proprietà di Roma Capitale. Non capisco da quale fonte Lei abbia tratto una simile assurdità. Dall’inizio della presente consiliatura, oltre tutto, si è ricominciato a piantare giovani Pini, cosa che non si faceva più da decenni.

    1. Gentile Susanna Spafford

      La notizia da me riferita purtroppo non è falsa, e ha come fonte questo articolo pubblicato da Valentina Lupia , cronaca di Roma di “La Repubblica”del 30 gennaio 2026 col titolo

      “ I pini di Roma vanno sostituiti” Svolta del Campidoglio dopo crolli e incidenti.

      E questo è quanto si dice in apertura:

      “ Roma potrebbe dire addio ad uno dei simboli storici della città. Dopo i crolli di inizio gennaio i Fori Imperiali e quelli degli ultimi due giorni che hanno provocato un ferito e danneggiato diverse automobili, il Campidoglio apre per la prima volta alla possibilità concreta di sostituire gradualmente i 51.500 pini della Capitale – pari al 16,4% degli alberi di città – con nuovi esemplari o altre specie più resistenti ai cambiamenti climatici. Una scelta drastica, potenzialmente destinata a ridisegnare il paesaggio di Roma, da via Appia nuova a via Nomentana fino a Viale Appio Claudio , a via Cristoforo Colombo e corso Trieste…”.

      Mi era sembrato sufficiente per sollevare il problema e la mia indignazione di fronte anche solo al fatto che un tale progetto fosse preso in considerazione con una mia prima intervista uscita su un quotidiano nazionale proprio nei giorni in cui è crollato un pino nella via dei Fori Imperiali. Il pericolo da me nuovamente denunciato col mio articolo ospitato in questo giornale purtroppo ancora oggi non ha avuto smentite ufficiali da parte della Giunta capitolina. Qualora uscisse un comunicato stampa dell’Assessora all’Ambiente nel quale si dica che i pini di Roma sono un patrimonio e una risorsa identitaria, culturale, ambientale e paesaggistica da tutelare, conservare e accrescere e non problema e non un pericolo per la sicurezza dei cittadini, allora le assicuro che sarei la persona più felice di essere smentito. In attesa di tutto questo visto che lei sembra informata sulla situazione della gestione del verde urbano a Roma oltre a citare il fatto che si sta piantando pini giovani potrebbe fornirmi i dati relativi alla loro sopravvivenza e soprattutto i dati dei pini abbattuti da questa Giunta?

      Cordiali saluti
      Mario Bencivenni

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