Cinema: donne contro il pater familias nell’Iran teocratico

“Il seme del fico sacro”, gruppo di famiglia persiana in un interno

Cinema boicottato, registi cancellati, censurati, minacciati di morte, incarcerati. Se il caso de Il maestro e Margherita  è  emblematico di quel che accade in Russia , almeno per gli spettatori che in Italia da maggio scorso hanno continuato a vederlo per tutta l’estate , a maggior ragione le vicende ormai decennali dei registi e attori iraniani vittime del loro regime dovrebbero essere  una spina nel fianco per un’opinione pubblica che  possa interessarsi anche ai conflitti non rubricati a guerre in campo aperto, ma con sommovimenti interni corrosivi  di regimi funesti per la convivenza planetaria.   Assieme a Jafar Panahi che ha vinto la Palma d’oro a Cannes 2025, ma è appena uscito in Italia – e di cui ,a seguire, daremo subito conto – Mohamed Rasoulof col suo Il seme del fico sacro , da fine febbraio 2025  è uscito in Italia , ma dopo un mese  è scomparso dai radar.

 Il film (presentato a Cannes 2024, dove  ha ricevuto il Gran premio della Giuria) , pur essendo stato interamente realizzato da regista e attori iraniani  (e girato clandestinamente a Teheran e dintorni ), e avendo l’ostracismo del regime, è stato allora candidato all’Oscar Internazionale 2025 in quota Germania  che ha prodotto il film (con partecipazione francese). Da un decennio di fronte al cinema iraniano è  diventato difficile chiedersi quanto influisca sul giudizio l’afflato di condivisione emotiva al dramma di questi autori  e alla loro funzione civile altissima , e quanto una lucida analisi sulla qualità del film e sui suoi difetti. Diciamo subito che risulta un film   di 2h 47’, con un certo tipo di registro tra i  primi tre quarti  del film e l’ultimo che si trasforma in altro genere, togliendogli qualche compattezza . Come per esempio non avveniva con la potenza e la rappresentazione artistica  del precedente di Rasouloffamiglia, Il male non esiste, definito “film poetico e devastante”  da Jeremy Irons , Presidente della Giuria del Festival 2020  di Berlino che gli assegnò l’Orso d’oro : e per qualsiasi autore risulta poi difficile eguagliare certe vette.

Ma detto questo ci troviamo comunque di fronte a un film importante e suggestivo che  ha in comune col primo solo  l’assunto di partenza : i casi di coscienza  tra legge morale dentro di noi e quella di un regime teocratico inumano , e ancora il conflitto tra il continuare a  vivere una condizione privilegiata e premiale e la minaccia di perdere tutto, spesso anche la vita.

“Gruppo di famiglia in un interno”, non borghese occidentale viscontiano anni 70,  ma cinquant’anni dopo , di una  borghesia iraniana nel primo quarto del duemila : il padre magistrato , figura travagliata e tormentata come vedremo, che assume la carica -“promozione” di  istruire condanne sommarie per la Guardia Rivoluzionaria, mentre le due figliole appoggiano il movimento di ribellione delle donne verso il regime e  la madre che cerca di mediare al massimo perché ha il miraggio di una casa più grande , finche all’ultimo anche lei deve prendere posizione contro il marito.

Quasi tutto il film è girato in interni,  in parte per evitare divieti da parte del regime, in massima parte per conferire un’atmosfera cupa quasi claustrofobica, in ambienti  in penombra e con luci basse, a significare il cuore di tenebra che serpeggia  nella storia dall’inizio alla fine .

 Gli esterni sono stati ricavati da riprese girate precedentemente e non utilizzate per altri film. E rappresentano quasi sempre momenti della repressione del movimento delle donne dal 2022 , filmati da telefonini o dispositivi alternativi, che ben rappresentano l’irruzione di una realtà ben diversa dalla versione di regime attraverso la tv pubblica. E “la rete” nel film assume sempre più potere e si diffonde :  c’è un formidabile campo e controcampo nel salotto di famiglia, col contrasto tra i comunicati in tv e quanto mostrato sui telefonini. E la realtà cruda di tale sommovimento irrompe  alla fine acuta nella casa  con la madre Najmeh  che  si era accontentata dalla versione ufficiale della realtà  repressiva e poi si trova  davanti a una verità drammatica e pulsante. Grande prova di Soheila Golestani, quarantenne attrice prestigiosa non solo in Iran, anche regista che in questo suo personaggio  cresce  con forza e verosimiglianza nello sviluppo degli eventi. Golestani, come il coetaneo Missagh  Zareh  (il  magistrato Iman), ora  ha il  passaporto sequestrato , già arrestata e condannata a 75 frustate , sanzione non ancora eseguita, esiziale per una donna. Passaporto requisito anche per Rasolouf che ormai non potrà più fare ritorno in Iran e i suoi film futuri dovranno avere necessariamente altre ambientazioni. Speriamo ci renda ancora lavori significativi di valore universale.

Dal momento che il MacGuffin del film , una pistola, sparisce di casa , la situazione precipita in una  run-away dove il pater familias  Iman si costringe a ruolo inquisitorio e repressivo. Sottolineiamo “si costringe”  perché  è  proprio questa violenza , per prima inflitta a sé stesso, che viene espressa dall’ interpretazione quasi insostenibile di Missagh Zareh. Per questo ruolo vince il  German Film Award come miglior attore nel 2025, e sempre con Rasoulof  è protagonista di  A Man Of Integrity,2017.

 Il personaggio poteva alla fine risultare come “la tragedia di un uomo ridicolo” o comunque la stilizzazione di un dogmatico giudice-boia alla Vysinskij nelle purghe dell’Iran komeinista. In realtà, recitando per sottrazione anche nei momenti più concitati, Zareh  ci racconta la parabola di un brava persona, ortodosso nel suo credo islamico come della legge  ‘giusta’ senza fanatismi, e già da quando  assume la carica ostenta ripulsa per una condanna senza incartamenti e interrogatori . Gli insistono che basta la sua firma e  che chissà quanti agognano ai vantaggi economici e sociali della sua posizione  che prelude ad incarichi ancora più importanti. E gli danno appunto una pistola , visto i rischi che corre. Ma da qui in avanti  la sua vita diviene un inferno morale. Torna a casa ormai solo a tarda  notte, e alla moglie confida che il numero dei condannati, che deve ratificare come “macelleria socio-politica”,  è sempre più pesante e va dai minorenni ai cinquantenni e  aumenta ogni giorno di più. Più volte è colto nella doccia che gli frange sul capo e lui fermo , fisso in un punto, impotente a dilavare lo sporco che gli viene da dentro.  La rivoluzione  a  questo punto gli entra in casa per via delle due figlie che sposano il movimento delle donne contro gli abusi del regime. Addirittura la maggiore ,  Sanà  porta a casa una sua amica sanguinante perché ferita al volto dai pasdaran con una “rosata da caccia” a pallini non letali , ma che costringono all’asportazione chirurgica di pronto soccorso e alla conseguente identificazione. Lui non è in casa, ed è la moglie Najmeh a occuparsene. Un segno su tutti è la bacinella piena di sangue e  pallini che  non riescono a scorrere  giù nel lavandino. Poi  Iman una sera  non trova più la pistola nel comodino. In più le figlie lo avvertono che il suo nome è in rete, con l’indirizzo di casa. Rischia tre anni di carcere , più il posto, se non ritrova l’arma, e ora anche vendette dal movimento di protesta.

A questo punto Iman è in trappola . Tenta di uscirne fuori portando la moglie e le figlie  per un’analisi “informale” e “segreta” da uno psicologo comportamentale “fidato” affinché le faccia confessare senza conseguenze penali né pubbliche . In realtà il professionista e la sua tana  sono ben più inquisitori e minacciosi  di quanto adombrato da Iman e ben lo rappresenta il poster ufficiale del film che vede la figlia  bendata  durante gli interrogatori . Senza confessioni. Iman deve allora lasciare per almeno una  settimana Teheran a portare la sue tre donne in una sorta di casale abitato già  dai nonni defunti e che un tempo è stato un luogo di svago per l’intera famiglia.  Il viaggio in auto è intanto turbato dallo speronamento effettuato da Iman di un’altra auto che l’affianca ,  e che si rivela, una volta fermati, essere guidata da una coppia di attivisti anti regime che spiano il magistrato ; e di fronte alla sua intimazione (con un’altra pistola datagli dai colleghi) di consegnargli gli smartphone con cui lo hanno filmato , gli urlano contro che è un assassino anche di giovani studentesse. Il film vira così in un  thriller con  tratti  alla  Shining.  In ogni caso Iman , arrivati al casale, costringe le tre donne a lasciargli i cellulari e inizia a interrogarle. La madre , pur di salvare la famiglia e le figlie ,  si autoaccusa di aver rubato lei l’arma e di averla gettata  nel ruscello vicino. La figlia maggiore Sanà a questo punto , in difesa della madre innocente ,  simula di aver nascosto lei l’arma nella tasca posteriore dello schienale di guida dell’auto. Ma arrivati sul posto si scopre che è un bluff diversivo.

Nel frattempo la minore Retvaz è scomparsa. E’ lei ad avere l’arma. Qui il paesaggio diventa concentrazionario e paranoico sempre di più. Iman diviene il carceriere delle sue donne  e le rinchiude , separate, nei due box garage sottostanti. A questo punto  la follia della legge  che ”imprigiona”  Iman diventa dominante nella sua famiglia che non è più uno spazio privato e degli affetti, ma l’arena nuda e cruda dove il potere viene a prevaricare ogni legame e sentimento da parte di un uomo che diventa suo malgrado un guardiano del regime. E’ un meccanismo  perverso che contamina tutto e tutti, pervadendo anche la sfera più intima del privato e degli affetti , ora anche lui  è nelle mani “di un dominio pieno e incontrollato”, di cui è anche carceriere  ed esecutore. Singolare  è  l’artifizio di Retvaz  in fuga ,che inverte i ruoli di topo che gioca col gatto, in quanto,  rimanendo nascosta nell’area del casale, dispone vecchi megafoni usati per  le antiche feste sui rami di alcuni alberi del giardino e gli rimanda  da una musicassetta amplificati i suoni, i canti e le voci di entrambi , padre figlia,  quando anni prima giocosamente si rincorrevano a rimpattino.

E’ una tortura aggiuntiva per Iman che  si sente ancora più spiazzato perché Retvaz nel frattempo , divergendolo, è riuscita con un piccone a far saltare i lucchetti dei box dove erano ristrette madre e sorella , e le tre donne fuggono  via da colui ormai considerato un puro nemico.

E l’epilogo, forse  spinto troppo urgente , vira metaforicamente in un luogo che ha una sacralità  ancestrale  e  che  ora  sembra perfetto  per celebrare letteralmente un sacrificio come catarsi. E’ posto su una lieve altura  nei pressi del casale che le le donne  hanno potuto facilmente raggiungere.  Si nascondono  nelle millenarie vuote abitazioni di argilla mista a sabbia e paglia del sito archeologico di Yadz, antico insediamento zoroastriano che solo nel medioevo ha ceduto all’Islam.  Le scene dell’inseguimento si svolgono attorno alle torri del silenzio e del vento vicino al tempio del fuoco  dell’antico rito.  Il dramma  si consuma aristotelicamente in un stretto  dedalo  di  spazi e ambienti dove un uomo braccato dal sistema che lo sta divorando , bracca a sua volta disperato le sue tre donne spaventate a morte. Come in una tela di ragno girano vorticosamente  su sé stessi, finché si scontrano. Iman fronteggia adesso  Retvaz, che brandisce l’arma trafugata e gliela punta addosso.

L’uomo invece abbassa le braccia e chiede alla figlia “Hai il coraggio di sparare a tuo padre?”. “Giuro che lo faccio!”  la risposta , lui viene avanti, sono sull’orlo di un impalcatura da scavi , alla ragazza parte un colpo che frantuma ai piedi dell’uomo il terreno friabile  in cui precipita; in un  fondo non si sa se di calce e altro, solo un’inquadratura sgranata fumante dal cui grigio informe  spunta  un dito di mano. E così, in questo luogo delle radici più remote della cultura di un popolo,  si chiude il cerchio cui allude l’epigrafe  del film : il  giovane seme del fico sacro iniziare a crescere  (come il movimento di ribellione al regime delle giovani generazioni)   soffocando la pianta del vecchio fico  (la società teocratica e Iman che  ne è strumento e vittima).  Lì  vicino  sta il  culto sacro ancestrale iranico di un  fuoco che arde da millecinquecento anni.  Forse non è casuale il fuoco degli ultimi fotogrammi con cui seccamente si chiude il film, senza audio né musica, in stacco netto dall’epilogo frettoloso e oscurato. Riprese di fortuna, di  una Teheran in fiamme, studenti e studentesse a capo scoperto sul tetto di auto a fare il segno della vittoria , e corpi di giovani inanimati che inondano del loro sangue il selciato.

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