Il fatto è chiaro, come l’esplosione che stanotte ha squarciato le tenebre a Pomezia, alle porte di Roma, distruggendo due auto, avvolgendole nelle fiamme. Le auto appartenevano al giornalista di Report Sigfrido Ranucci, già attenzionato da tempo da messaggi minatori, e a sua figlia , che aveva parcheggiato venti minuti prima la sua autovettura accanto a quella del padre. L’esplosione è stata fortissima e potente, distruggendo arredi intorno, e potenzialmente avrebbe ucciso lo sfortunato e casuale passante che si fosse trovato per caso nei paraggi.
Sulla vicenda sono partite immediatamente le indagini, prese in mano dai pm dell’Antimafia romana, Carlo Villani in coordinamento con l’aggiunto Ilaria Calò. Si procede per danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Dalla presidente del Consiglio giunge intanto la “ferma condanna” del gesto, definito “grave atto intimidatorio”. Piena solidarietà anche dal ministro Guido Crosetto, che parla di “un gesto gravissimo, vile, inaccettabile”, mentre Tajani afferma che “non esiste motivazione che possa giustificare questa violenza” e Salvini parla di atto di una “gravità inaudita e inaccettabile”.
Alessandra Costante, segretaria generale della Federazione nazionale della Stampa italiana, commenta: “E’ senz’altro un cambio di passo alla lotta della libertà di stampa. Aspettiamo con fiducia i risultati delle indagini in corso. Tutti i giornalisti si schierano al fianco di Sigfrido. E’ chiarissimo che in questo momento c’è stato un attacco molto brutto al collega, che riporta molto indietro le lancette dell’orologio della storia”.