Una vittoria netta, senza dubbio, quella di Eugenio Giani e della coalizione del campo largo. Una vittoria che tuttavia ha sacrificato senz’altro il M5S e che ha visto un’ulteriore caduta nel pozzo dell’astensione dal voto, commisurabile da quei circa 15 punti in meno della percentuale di elettori che si è recato alle urne. Segnali di malessere che forse comprendono anche la performance non proprio positiva del Pd a Firenze, che raggiunge il 27,7% dei voti , uno dei risultati peggiori della regione. Sul tema, abbiamo raggiunto il presidente della Fondazione Rosselli, on . Valdo Spini.
La vittoria di Giani, è anche del Pd?
“La vittoria è senz’altro di Eugenio Giani, (a cui vanno i miei rallegramenti) anche perché l’oscillazione che ha avuto il partito nazionale nei confronti della sua candidatura, ha fatto in modo che la sua nomination si rivestisse di un significato democratico, nel senso de “la Toscana non si fa imporre il nome da Roma”. Una vicenda che ha senz’altro aggiunto sprint alla sua candidatura. Certamente, se l’attenzione della segretaria del Pd Elly Schlein era diretta in particolare a mantenere in piedi una coalizione, tutto sommato, pur fra luci e ombre, il risultato toscano dà un contributo positivo al mantenimento. Se il problema fosse invece un deciso slancio in avanti del Pd, allora si dovrebbe davvero affrontare il tema dell’astensionismo al voto, e anche quello del perché a Firenze, la città più importante della Toscana, il Pd sia andato proprio male (raccogliendo 27, 76%, ndr). C’è chiaramente un partito su cui occorrerebbe tornare a riflettere. Evidentemente, in questo momento la priorità è la costruzione di una coalizione alternativa al centrodestra. Da questo punto di vista, le elezioni toscane non sono state una smentita, anzi, una conferma”.
Secondo lei, l’andamento altalenante del Pd, in particolare riferito al risultato non eccezionale di Firenze, lascia emergere una richiesta di rinnovamento da parte dell’elettorato, dal momento che, nel caso fiorentino, i voti sembra non si siano trasferiti a destra, ma abbiano premiato in parte (piccola) la sinistra della Bundu e in buona parte Casa Riformista?
“ Ritengo che quanto lamentato sia un risultato dipeso in parte dalla confusione delle candidature operata dal Partito Democratico, ovvero il ritardo nella scelta del candidato presidente e il ritardo nella scelta dei candidati consiglieri, il ripristino del listino bloccato, tutte cose che certamente non hanno sollecitato un elemento di partecipazione. Ma soprattutto sottolineerei un dato che i protagonisti di queste vicende, di qualsiasi schieramento siano, solitamente dimenticano il giorno dopo, ovvero che la Toscana che scende sotto il 50% della partecipazione al voto è un record negativo che si era toccato solo nel 2015. Credo che in questa area della non partecipazione ci sia veramente tanto da pescare, per una politica che voglia essere davvero inclusiva e partecipativa”.
Partendo da questa ultima sua riflessione, viene spontaneo chiedere se davvero queste urne vuote e piazze piene non vogliano significare che forse c’è un vuoto che riguarda una buona fetta di elettori che non si sente rappresentata e perciò si mobilita ma non vota. Lei che ne pensa?
“Credo che la situazione da lei illustrata sia la riprova che alla fine, nelle regionali, il tema specifico del territorio conta. Ad esempio, ho fatto campagna elettorale nelle Marche, dove la situazione veniva data almeno in bilico. Ma vi assicuro che molti militanti, con cui ho avuto occasione di parlare, non erano affatto così ottimisti, perché mentre a livello centrale si riteneva che la mobilitazione per Gaza e la vicenda palestinese potesse servire da traino, a livello locale ci si rendeva conto che si era contro una giunta regionale uscente e bisognava guadagnarsi terreno centimetro per centimetro e non era affatto facile. Quindi ritengo che da questo punto di vista, bisognerà guardare davvero alla specificità delle regioni. Guardiamo un po’ le cose allargando il punto di osservazione: guardando allo Stivale, partiamo dalla Liguria e arriviamo fino al Friuli Venezia Giulia, tutte le regioni del Nord attualmente sono di centrodestra. Per motivi non solo storici (e fortunatamente, aggiungo dal mio punto di vista) Emilia Romagna e Toscana al momento reggono. Per dire che avremo vinto, alla fine, il torneo delle regionali, servono due regioni pesanti del Mezzogiorno come la Puglia e la Campania. In qualche modo è interessante verificare che c’è più forza al Sud, ma la si è persa a Nord, quando un tempo ci si faceva forza al Nord per cercare di rafforzarsi al Sud”.
Un discorso che andrebbe approfondito, pur in attesa dei risultati delle ormai prossime tornate elettorali del Meridione?
“Senz’altro, ad ora, i due grandi assi da buttare sul tavolo saranno Campania e Puglia, dove le chances di successo si presentano interessanti, pur con tutte le difficoltà. Certo, fa strano vedere la parte nord dello stivale, dalla Liguria al Friuli Venezia Giulia, ininterrottamente in mano al centrodestra. Ciò vuol dire che l’aspetto specifico, locale, conta molto”.
Tirando le fila, cosa si prospetta per questo Pd , che in Toscana si dimostra senz’altro vincente ma anche minato da tarli ancora poco chiari o chiariti?
“Devo dire che a me ha meravigliato che da parte del Pd nazionale, come mi è stato detto, sia stato permesso di dare vita a una lista per Giani che portava nel simbolo in grande Giani e solo in piccolo, sotto, la sigla Casa Riformista. Mi ha meravigliato nello specifico il fatto che il Pd abbia permesso a Casa Riformista di assumere il nome di Giani, non assumendoselo anche in proprio. Qualcuno dice che sia stata una scelta nazionale perché si è voluto rafforzare l’ala destra della coalizione. Certamente se non ci fosse stato il nome Giani, i risultati sarebbero stati senza dubbio meno positivi per la lista (terzo partito cittadino con il 15,2% dei voti, 8,8 a livello toscano). Alla fine, la questione fondamentale è che, se si vuole davvero uno schieramento riformista nel fare ma radicale nei valori, non si può delegare questo a un partito minore della coalizione, per quanto possa essere in buona salute. Il problema vero è il Pd, il partito che si impone come il partito capace di creare un’alleanza sul piano di una prospettiva riformista che sia potenzialmente maggioritaria nel Paese. Questo è il vero punto interrogativo. Il tema dell’astensionismo alle urne ci fa vedere che leaderismo e personalismo non bastano a sopperire la mancanza di un’alta tensione nella vita dei partiti. E questa va ripristinata”.