Trump, Carter e il gioco all’alba

Uomini diversi, stesso meccanismo

In Gioco all’alba, il piccolo capolavoro di Arthur Schnitzler, il tenente Wilhelm Kasda osserva con un misto di compassione e superiorità il destino del suo amico Otto. Otto è stato distrutto dal gioco. Ha perso il denaro, la reputazione e, infine, se stesso. Kasda lo guarda convinto: quello è il destino degli altri, non il suo.

Ma Schnitzler è troppo sottile per limitarsi a raccontare la rovina di un uomo. Il suo tema è un altro: l’illusione di essere diversi da chi è caduto prima di noi.

Kasda è convinto di non assomigliare a Otto. Eppure, quando la vita lo mette alla prova, finisce per trovarsi davanti agli stessi dilemmi, alle stesse tentazioni, agli stessi errori. L’ironia del romanzo non è che entrambi arrivino allo stesso punto. È che vi arrivino attraverso la medesima strada. Otto viene travolto dal gioco e Kasda, che si credeva immune, scopre che è ancora il gioco a trascinarlo verso la rovina.

Per anni Donald Trump ha costruito la propria immagine politica contro il ricordo di Jimmy Carter. Carter rappresentava tutto ciò che il leader repubblicano sosteneva di non essere: un presidente percepito come debole, incapace di imporre la volontà americana nel mondo, travolto dagli eventi. Nella memoria collettiva, il simbolo di quella debolezza fu la crisi degli ostaggi in Iran del 1979. Per 444 giorni Washington apparve soprattutto impotente davanti a Teheran. Il fallimento del tentativo di liberazione degli ostaggi contribuì in modo decisivo alla sconfitta di Carter contro Ronald Reagan.

Trump ha trascorso anni a evocare quella vicenda come l’esempio di ciò che non dovrebbe mai accadere a un presidente degli Stati Uniti.

Eppure oggi la storia sembra divertirsi a riproporre la stessa scena.

Non perché Trump assomigli a Carter. I due uomini non potrebbero essere più diversi per carattere, linguaggio, stile e visione politica. Ma perché, come nel romanzo di Schnitzler, ritorna il vero protagonista della storia: l’Iran.

Fu l’Iran a mettere in ginocchio la presidenza Carter. Ed è ancora l’Iran, insieme alla guerra che coinvolge Israele e l’intero Medio Oriente, a determinare una parte decisiva dell’agenda americana. Le mosse di Teheran, le decisioni di Benjamin Netanyahu, le tensioni regionali e il rischio di un allargamento del conflitto stanno producendo un effetto che Trump ha sempre considerato intollerabile: l’impressione che gli eventi vengano decisi altrove e che Washington sia costretta a inseguirli.

Un presidente degli Stati Uniti può essere potente quanto vuole, ma quando appare prigioniero delle scelte altrui si diffonde inevitabilmente quel senso di impotenza che finì per definire la presidenza Carter. È questo il paradosso di Trump: il presidente che ha costruito il proprio mito politico sull’idea della forza rischia oggi di essere giudicato secondo gli stessi criteri che per decenni ha utilizzato contro il suo predecessore.

Qui il parallelo con Schnitzler diventa illuminante. Kasda non finisce nei guai perché assomiglia a Otto. Finisce nei guai perché si convince che la sorte di Otto non possa riguardarlo. Trump rischia qualcosa di simile. Per anni ha indicato Carter come l’esempio di ciò che un presidente non dovrebbe essere. Oggi scopre che non basta prendere le distanze da un destino per evitarlo.

In Gioco all’alba è il gioco a unire Otto e Kasda. Nella storia di Carter e Trump è l’Iran. Cambiano i protagonisti, cambiano le epoche, ma la logica resta sorprendentemente simile. La storia ama le ironie che si prendono tutto il tempo necessario per compiersi.

In foto Jimmy Carter

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