Economia, l’Istat rivede al ribasso le stime e le previsioni del Governo

Dimezzato l’aumento dei posti di lavoro indicato dalla premier

Non sono rose e fiori per l’economia italiana, la crescita vantata da Meloni sotto il suo governo in realtà non appare esserci. Il supposto lievitare del Pil viene ridimensionato, mentre appare praticamente dimezzato dalla recente rivalutazione dell’Istat l’aumento dei posti di lavoro sbandierati dalla premier, che invece  si tramuta in 120.000 posti persi in poco tempo e  sparisce ogni sollievo per l’ultimo  calcolo al ribasso dell’inflazione di fronte al concreto e spropositato aumento del costo della vita.

È stato approvato lo scorso 2 ottobre dal consiglio dei ministri il Dpfp, il documento programmatico di finanza pubblica che diventerà legge di bilancio 2026 – 2028,  dopo essere stato inviato alle Camere e Bruxelles. Una manovra da 16 miliardi (lo 0,7% del Pil)  complessivi con una stima del pil 2025 al più 0,5%: in ritirata dal pur modesto calcolo, la scorsa primavera, di una crescita dello 0,6 quest’anno e dello 0,8 l’anno prossimo, e considerato invece adesso secondo una previsione più prudente del più 0,7 nel 2026, più 0,8 nel 2027 e più 0,9 nel 2028. Stime da rassegnata stagnazione che preoccupano anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini: “Noi non ci accontentiamo dello 0,5-0,6, noi dobbiamo essere ambiziosi e puntare perlomeno a una crescita dell’1,5-2%”. Quanto al deficit, il Dpfp prevede di attestarsi al 3%  quest’anno, mentre per l’aumento delle spese destinate al riarmo, il governo mette in conto un consistente aumento graduale, sempre che l’Italia possa uscire dalla procedura di infrazione Ue per deficit eccessivo: 3,3 miliardi l’anno prossimo, 6 o 7 nel 2027, 12 miliardi nel 2008. Suggerendo un certo scompenso in una manovra da 16 miliardi.

In realtà quello delle spese militari è l’unico punto del Dpfp che attira l’attenzione. Per il resto, non si vedono misure di politica industriale né impegni di buona volontà per tentare di uscire dalla  stagnazione economica, né investimenti per la crescita di innovazione e lavoro da portare ai piani alti della qualità. Tanto più se si calcola che al termine del 2026 i  trasferimenti del Pnrr, che hanno rappresentato tra lo 0,3 e lo 0,5 l’anno del Pil, finiranno e che di conseguenza qualche brillante idea di compensazione bisognerebbe averla.  Come anche per affrontare i dazi di Trump. Invece niente.

Oltretutto il documento è stato preceduto dalle gloriose e ripetute affermazioni di Meloni sulle magnifiche sorti e progressive dell’economia italiana ai tempi del suo governo. Per esempio la crescita dell’occupazione. Che, intanto, se pure ci fosse, risulta fatta in gran parte di lavoro povero e precario, tanto che Eurostat dichiara povero il 9% dei lavoratori italiani full time, una percentuale più che doppia rispetto a quella della Germania (3,7%).

 Non bastasse il problema della qualità del lavoro, è recentemente arrivato anche il ridimensionamento, non solo del valore dell’occupazione meloniana, ma anche dei semplici numeri, come certificano le nuove rilevazioni Istat che danno in realtà un dimezzamento della decantata crescita occupazionale. Scorrendo le rilevazioni aggiornate si realizza che nel silenzio generale la crescita si è dimezzata fino alla perdita di 120 mila occupati. Il che non è solo una correzione tecnica, ma una totale revisione della situazione e delle dinamiche del lavoro attuali. L’aggiornamento Istat denuncia infatti che lo scorso luglio i lavoratori in Italia erano 24 milioni e 277 mila, ben lontano dai 24 milioni e 396 mila inizialmente stimati per giugno. Ecco dunque che la decantata corsa alla crescita dei posti di lavoro diventa assai più stentata di quanto apparisse. Finita l’onda lunga della ripresa post pandemica e di fronte a un mercato che non spinge, senza idee di sviluppo non si va lontano.

 L’ultima rilevazione ISTAT in realtà determina ufficialmente la fine della favola che presentava una vera anomalia, quella, difficile da inghiottire, che un aumento dell’occupazione potesse corrispondere a un momento di stagnazione dell’economia e avvenisse  in concomitanza con un Pil in discesa. Un miracolo italiano, presto sbugiardato. In realtà, in sintonia con il Pil, anche quello sovrastimato quando invece era in calo, si sono persi ben 120 mila post di lavoro, come appunto certifica l’ultima revisione Istat.

Oltretutto Meloni si ostina  a intestare all’ “efficacia delle misure messe in campo dal governo” la supposta corposa crescita degli occupati, che, anche quando ce ne sia  una assai meno consistente, si riferisce in sostanza solo agli ultra cinquantenni, mentre gli under 35, l’età in cui si potrebbe mettere su casa, famiglia e figli, restano al palo. Generosa assistenza all’età matura? No: non si tratta di aver creato nuovi posti di lavoro per anziani in difficoltà, si tratta di posti che già c’erano e che sembrano aumentare solo perché più persone restano al lavoro non potendo andarsene per via dell’aumento dell’età pensionabile. Resta di più chi già c’era, non entra chi è fuori. Insomma la gloria di Meloni è dovuta esclusivamente alla legge Fornero che  in tempi elettorali la destra aveva promesso di rivedere e che invece si è tenuta, semmai inasprendola.

Altro vanto in materia di economia nazionale da sfatare è il fatto che l’inflazione sia diminuita negli ultimi mesi, come peraltro certifica Istat. Ma il costo della vita di fatto è aumentato ed è sempre più difficile da affrontare per famiglie, lavoratori, pensionati, mentre i salari non corrispondono più alla realtà. I prezzi degli alimentari crescono ancora ultimamente: da un già più 5,1% a più 5,6% se non lavorati e da più 2,8% a più 3,0% se lavorati, quelli dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona aumentano da più 2,7% a  più 2,9%, i trasporti da più 3,3% a più 3,5%. Il Codacons calcola una spesa di 526 euro in più all’anno a famiglia di tre persone, madre, padre e figlio che sale a 716 euro per una famiglia che di figli ne ha due. A poco tempo dall’inizio della scuola spicca anche la stangata in un anno di più del 4,8% di aumento del materiale scolastico, tra libri, quaderni, matite, e altra cartoleria.

Non a caso l’Istat stesso spiega che se il Pil non cresce la causa  è la riduzione generale dei consumi interni: ma cosa può mai può consumare una famiglia che già non arriva a fine mese tra salari bassi e tagli a sanità, ricerca, istruzione e stato sociale?


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