Rapporto Inps: ora fuggono dall’Italia anche i pensionati

Aumentano le pensioni di vecchiaia e invalidità, resiste il Gender Pay gap

Un’ Italia “in movimento , come ha detto il vicepresidente della Camera dei Deputati Giorgio Mulè facendo gli onori di casa in Sala della Regina per presentare Il XXIV Rapporto Annuale dell’Inps. Luci e ombre si dice con espressione abusata, ma le ombre denunciano sacche di inaspettata resistenza culturale ai cambiamenti, come la persistente diversità di trattamento lavorativo e pensionistico fra uomini e donne, penalizzate queste ultime anche quando diventano madri, il ‘Gender Pay Gap’ e la ‘Child Penalty’, le definisce l’Inps.  E resiste il problema dei giovani che, potendo, continuano a scappare all’estero. La novità è che cresce anche il numero dei pensionati in fuga dall’Italia. Di contro, sono sempre di più quelli che continuano a lavorare dopo la pensione.

Andiamo ai numeri, partendo proprio dalle pensioni. Nel 2024 l’Inps ha speso 364 miliardi (erano 355 nel 2023), liquidando quasi 1,6 milioni di prestazioni, il 4,5% in più rispetto al 2023. E’ l’effetto di un aumento del 14,5% delle pensioni di vecchiaia e dell’11% delle pensioni di invalidità, a fronte di un calo del 9% delle anticipate, in flessione dal 2022. Si lavora più a lungo quindi, a causa dell’inasprimento dei requisiti delle ‘quote’ e dell’Opzione Donna. Lo stock totale delle pensioni è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2023. I pensionati sono circa 16,3 milioni, con le donne leggermente in maggioranza, il 51%. Ma queste continuano a prendere molto meno, una media di 1.594 euro al mese , a fronte dei 2.142 euro, il 34% in più, percepito dagli uomini. Non solo: le donne vanno in pensione più tardi degli uomini, a 65 anni e mezzo contro i 64 dei lavoratori, dato che rivela anche la maggiore povertà e discontinuità lavorativa delle donne.  C’è poi la novità dei pensionati all’estero, triplicati dal 2010, fenomeno che riguarda soprattutto chi ha gli assegni più alti.

In generale però il quadro è “solido”, ha assicurato il presidente  dell’Inps Gabriele Fava: “Le riforme del sistema pensionistico degli ultimi decenni hanno contribuito a contenere l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, evitando rotture di sostenibilità”.

Restano le emergenze croniche sociali dell’Italia, come “la transizione demografica in corso che richiede scelte coraggiose capaci di contrastare e governare il graduale invecchiamento della forza lavoro e la contrazione di circa cinque milioni di persone in età lavorativa entro il 2040, secondo le più recenti previsioni Istat”. In sintesi, la spesa pensionistica è sotto controllo ma quella assistenziale cresce sempre di più rischiando di far saltare l’equilibrio già precario dei conti.

Capitolo lavoro.  Il tasso di occupazione nei primi mesi dell’anno ha raggiunto il 63%, anche se resta al di sotto della media europea. Il rapporto Inps segnala “un milione e mezzo di lavoratori in più dal 2019 al 2024, di cui circa la metà di età inferiore ai 34 anni. Il numero di occupati è al massimo storico di 24,2 milioni di unità, la quota di lavoratori dipendenti con contratti temporanei è al 14%. L’occupazione dipendente a tempo indeterminato, che ha stabilmente superato la soglia di 16 milioni di occupati, risulta essere il driver della crescita degli ultimi anni“.  Il tasso di disoccupazione è attorno al 6%.

Nel dettaglio, i posti di lavoro aumentano più nel settore privato: “La crescita degli assicurati (vale a dire l’insieme di tutti i lavoratori, dipendenti e indipendenti, obbligati ai versamenti previdenziali) –  fa sapere l’Inps – è stata determinata, nel periodo 2019-2024, dall’allargamento continuo del bacino del lavoro dipendente privato (esclusi domestici e operai agricoli), passato da 15,5 milioni nel 2019 a 16,9 milioni nel 2024 (+9,3%), mentre per i dipendenti pubblici, dopo la crescita negli anni a ridosso della pandemia, si è registrata una sostanziale stabilità. Rilevante anche l’apporto delle numerose categorie di lavoratori iscritti alla Gestione Separata (+281mila tra il 2019 e il 2024). In decrescita tutte le altre componenti, in particolare il Iavoro autonomo tradizionale“. Quanto alla composizione della platea, l’Istituto osserva che “la crescita del 5,9% degli assicurati tra il 2019 e il 2024 è stata maggiore tra le donne (+6,7%) che tra gli uomini (+5,2%), nelle regioni meridionali (+7,4%) che nelle aree del Centro-Nord (+5,3%), e soprattutto è stata particolarmente rilevante tra i lavoratori provenienti da Paesi non comunitari (+28,8%)”. Netto, poi, anche lo stacco per gli assicurati fino a 34 anni: i giovani sono aumentati dell’11,2% rispetto al 2019. Ma, “al rafforzamento occupazionale giovanile – commenta il presidente Fava – si contrappone il fenomeno dell’espatrio: nel 2024 oltre 156mila italiani si sono trasferiti all’estero, di cui 113mila under 40. Una perdita di capitale umano che richiede risposte strutturali”. Di contro, crescono anche i cosiddetti ‘cervelli rimpatriati’, grazie agli incentivi fiscali, oltre 40mila hanno deciso di rientrare e i due terzi hanno meno di 40 anni. Erano 1.600 nel 2016, il primo anno in cui furono introdotte queste misure.

Buone notizie sembrerebbero esserci anche sul fronte delle retribuzioni, dove si registra una crescita dell’8,3% in più negli ultimi cinque anni. Un balzo in avanti, mangiato rovinosamente però da una costante perdita del potere di acquisto (-9%). Perché le retribuzioni, avverte l’Inps, “per essere correttamente valutate, devono essere poste in relazione con la dinamica dell’inflazione (superiore al 17% tra il 2019 e il 2024, secondo i dati medi annui dell’indice nazionale dei prezzi al consumo (NIC)”.

Le imprese. Cresce la dimensione media ma resta “notevolissima la quota di quelle micro e piccole (quasi il 98% ha ancora meno di 50 dipendenti)”. E la riconfigurazione del sistema imprenditoriale, rileva l’Inps, “sta avvenendo non solo in termini di dimensione ma anche di settori economici. L’industria mostra un’incidenza decrescente negli anni, sia come numero di imprese che di dipendenti, mentre nei servizi si ha un andamento di segno opposto. In termini percentuali, nei servizi alle persone (istruzione, sanità e assistenza sociale, attività artistiche, sportive e di intrattenimento, altre attività) si è avuta la crescita maggiore (+46%) del numero di dipendenti dal 2008 al 2024; in termini assoluti, invece, la crescita maggiore (+1,4 milioni) si è avuta nei servizi commerciali (commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporto e magazzinaggio, alloggio e ristorazione)”.

Capitolo famiglia. L’Inps ha versato l’Assegno unico universale a oltre 10 milioni di figli, misura concepita per incrementare le nascite, cosa che però non si è verificata. C’è poi un ampio ricorso al ‘Bonus mamme’ che garantisce un’esenzione totale dei contributi a carico delle lavoratrici con contratto a tempo indeterminato, misura attiva dal 2024. Il beneficio, fino a un massimo di 3.000 euro annui, ha coinvolto circa 667mila donne, in prevalenza residenti al Nord (59%) e impiegate nel settore privato (494mila). Sorprende molto invece che, pur essendo stati potenziati i congedi parentali all’80% dello stipendio,  non vengano usati dal 92% dei padri, quindi i figli è ancora affare prevalentemente della donna. Penalizzata anche sulle retribuzioni, che peggiorano con ogni nuova nascita. Come pure la probabilità che una madre, appena partorito il primo figlio, lasci il posto di lavoro raggiunge il 20% nel settore privato  e  il 6% nel pubblico.  

Sempre in ambito welfare, nel 2024 le cessazioni dei rapporti di lavoro sono state 7,71 milioni, sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente  e i beneficiari di almeno una giornata di NASpI, la principale prestazione di disoccupazione, sono risultati pari a 2,8 milioni, in crescita del 3,6% rispetto al 2023. Inoltre l’Inps ha registrato che “nel primo anno di attuazione dell’Assegno di inclusione, che ha sostituito il reddito di cittadinanza,  hanno beneficiato della misura circa 766mila nuclei familiari, coinvolgendo complessivamente 1,84 milioni di persone con un importo medio mensile pari a 617 euro”.

Il rapporto Inps presenta in 400 pagine una mole immensa di dati, raccolti anche grazie alle nuove tecnologie: nel 2024 l’istituto ha erogato 771 milioni di servizi digitalizzati, implementando anche l’uso dell’intelligenza artificiale. Anche su questo si è soffermato il presidente Gabriele Fava, precisando però che  “l’Intelligenza Artificiale non sostituirà la presenza umana nel processo decisionale pubblico: ne sarà invece una risorsa di supporto, orientata da valori, vigilata da criteri, limitata da confini”.  Per l’Inps, questo vuol dire “affermare una visione in cui la tecnologia sia strumento e non fine, coadiuvante e non sostituto, calcolo e non coscienza. La sfida non è impedire il progresso, ma proteggerne il senso. Non è evitare l’innovazione, ma orientarla”.

Tecnologia e politica, Fava ha concluso sintetizzando il Rapporto con un richiamo al fare: “Non c’è futuro previdenziale dove si spegne la speranza sociale. Oggi l’Italia si trova nel cuore di una trasformazione epocale. Da una parte, una popolazione che invecchia, silenziosamente ma inesorabilmente. Dall’altra, una generazione giovane che fatica ad affermarsi e a intravedere il proprio posto nel domani. A queste due forze demografiche si somma una terza realtà: il rapido mutamento del lavoro, delle tecnologie, delle fragilità sociali”. Ma “non è più tempo di diagnosi. È tempo di decisione- esorta Fava- Perché se è vero che la previdenza vive di numeri, è altrettanto vero che senza visione sociale, culturale e politica, ogni numero perde significato”.

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