Un’epidemia, una guerra. No, soltanto un lavoro. In Italia si muore di lavoro al ritmo di tre al giorno, come denunziano i sindacati e confermano i dati. Nel brillante occidente, nel 21esimo secolo, in epoca di modernità e di Intelligenza Artificiale. Quasi per beffa, il 28 aprile scorso, “ Giornata mondiale sulla salute e sicurezza sul lavoro”, l’ennesima vittima: alle 8 di mattina muore in una cava per l’estrazione del marmo a Carrara un operaio di 59 anni, Paolo Lambruschi, ucciso dal mezzo pesante che stava usando per lavorare, rotolato giù fino a schiacciarlo. È la firma all’incontrario sotto a una giornata simbolica di speranze e buona volontà in cui, invece, continua una tragedia senza fine per cui in un mondo di gloriose sorti e progressive della tecnologia si può ancora uscire di casa la mattina, salutare i familiari e non tornaci più la sera perché si è morti. Assassinati in nome di un capitale che guarda solo al profitto, si denuncia da una parte, perché si lavora disattentamente, ci si giustifica spesso dall’altra. Ma la responsabilità dei propri dipendenti, ribattono i sindacati, è per norma dei datori di lavoro. Di norme ce ne sono una quantità ma il problema è che non si applicano e non si controllano, dice chi si occupa della questione.
I numeri non hanno un volto e un nome, i morti sì. Ma già i numeri sono terribili di per sé. Ammontano a 138, secondo i dati Inail, i morti da lavoro in Italia solo nei primi due mesi del 2025: 110, 10 in più degli stessi mesi dell’anno precedente, sul posto di lavoro, gli altri per incidenti in itinere, cioè andando a lavorare o tornandone. In tutto, 138, il 16% in più del 2024. Invece di diminuire si cresce. Sempre l’Inail registra 1.090 incidenti mortali nel 2024 contro i 1.041 del 2023. Mentre gli incidenti denunciati sono più di un milione, con 25.000 infortunati con invalidità permanente.
Così il Primo Maggio, la festa del lavoro, quest’anno è stato intitolato dalle tre confederazioni sindacali unite al no alla mattanza. E il presidente Sergio Mattarella dichiara quel giorno, vistando l’azienda BSP Pharmaceuticals di Latina: “La piaga delle morti sul lavoro non accenna ad arrestarsi e ha già mietuto in questi primi mesi centinaia di vite, con altrettante famiglie consegnate alla disperazione. Non sono tollerabili né indifferenza né rassegnazione. L’impegno per la sicurezza nel lavoro richiede di essere rafforzato. Riguarda le istituzioni, le imprese, i lavoratori. Ringrazio Cgil, Cisl e Uil per aver scelto la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro come tema di un Primo maggio unitario”.
Un Primo maggio in cui la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, parla dal palco di Casteldaccia (Palermo) dove il 6 maggio dell’ anno scorso cinque operai persero la vita, della convocazione sul tema della sicurezza da parte del governo per l’8 maggio come di un’occasione per costruire sul tema una strategia nazionale e un’ alleanza. Da Montemurlo (Prato), il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, ricorda Luana D’Orazio, 22 anni e un figlio, morta quattro anni fa in un’azienda tessile del luogo che, per accelerare la produzione, aveva manomesso i dispositivi di sicurezza della macchina a cui lavorava. “Servono più ispezioni, più controlli, più ispettori – dice Bombardieri – Bisogna evitare le gare al massimo ribasso e gli appalti a cascata, occorre istituire una Procura speciale e il reato di omicidio sul lavoro. Non è accettabile che si facciano sconti a chi rispetta la legge ma non venga mai punito chi la viola, perché i processi vanno in prescrizione”. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, chiede anche lui aprendo il corteo romano, l’istituzione del reato di omicidio sul lavoro e la procura speciale: “Lavoro precario e logica del profitto sono all’origine delle morti. Questa cultura deve cambiare, nessuno deve più morire sul lavoro. Cgil, Cisl e Uil hanno presentato da due anni al governo una piattaforma sulla sicurezza e non c’è stata risposta. Al centro ci deve essere la persona e non il profitto”. Cancellare i troppi subappalti e le gare al massimo ribasso, assumere più ispettori e medici Inail, estendere la patente a punti per la sicurezza ad altri settori oltre l’edilizia, ecco alcuni degli obiettivi dei sindacati tutti.
Di fronte a questa mobilitazione, Meloni assicura l’impegno del governo a cambiare rotta e annunzia altri 650 milioni per la sicurezza, oltre ai 600 già stanziati dall’Inail, un miliardo e due complessivamente, sottolinea. Per misure, però, tutte da definire. Se ne parlerà probabilmente nell’incontro governo – sindacati in vista per l’8 maggio . Commenta tuttavia Maria Grazia Gabrielli, della segreteria nazionale Cgil: “Auspichiamo che sia finalmente un confronto vero anche se, del miliardo e duecento di Meloni, 600 milioni sono già previsti dai bandi Inail e gli altri sono risorse delle aziende e dei lavoratori che vengono normalmente versate comunque all’Inail per prevenzione e sicurezza. Non vorremmo che ci rivendessero due volte la stessa cosa”.
L’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega di Mestre, che monitora l’andamento infortunistico sulla base dei dati Inail, considera l’incremento delle morti di lavoro nel primo bimestre 2025 come una tendenza preoccupante. Tra le regioni il primato assoluto dei morti va a Lombardia e Veneto. Tra le regioni in zona rossa per incidenza, ovvero con valori superiori del 25% rispetto alla media nazionale, ci sono Basilicata, Umbria, Trentino-Alto Adige, Puglia, Liguria, Abruzzo e Calabria. In zona arancione: Veneto, Toscana e Piemonte. In zona gialla: Lombardia, Campania e Lazio. In zona bianca: Emilia-Romagna, Sardegna, Marche, Sicilia. In Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Molise non si sono registrate vittime tra gennaio e febbraio 2025. I più esposti, secondo Vega, sono gli ultra sessantacinquenni e i lavoratori tra i 55 e i 64 anni, mentre per gli stranieri il rischio è più che doppio. I settori peggiori sono manifatturiero, trasporti e costruzioni
A proposito della responsabilità regalata da alcuni datori di lavoro alle vittime, fu un episodio di questo genere che nel 2006 indusse Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico di Barberino Tavarnelle in Toscana e delegato per la sicurezza dentro la sua fabbrica, a imboccare la strada mai più abbandonata dell’ostinata lotta contro l’insicurezza sul lavoro. Tanto da diventare una certezza nel mondo del lavoro e oltre, cui ci si rivolge per qualsiasi informazione. Bazzoni tiene un suo registro puntuale del dramma che non annovera solo i numeri ma i profili delle vite umane stroncate, chi era, quanti anni aveva, cosa faceva, come è morto, come è successo.
La imboccò, racconta Bazzoni, questa strada proprio perché scandalizzato dal “dare la colpa, da parte degli imprenditori e i manager che hanno la responsabilità di chi lavora per loro, ai morti piuttosto che a se stessi”. Racconta che era il 25 novembre 2006 “quando a Campello sul Clitunno in Umbria, la ditta Umbria Olii chiamò un’altra ditta in appalto per un’opera di saldatura, scappò una scintilla e l’intero silos partì come un razzo. Morirono quattro dei cinque operai al lavoro e l’ad dell’azienda, che poi fu condannato, chiese 35 milioni di risarcimento ai familiari delle vittime. Non ci potetti credere e feci l’impossibile per diffondere la notizia, avvisai tutti i giornali, feci tanto fracasso che mi chiamò anche la Tv”.
Bazzoni dice che, sì, i più anziani e gli stranieri, “ma non si rispettano le norme d’insicurezza e la morte non guarda in faccia nessuno. Muoiono anche tanti giovani che fa male al cuore, buttati al lavoro senza esperienza e formazione, come è successo anche a Luana D’Orazio. Dare in mano a uno una dispensa un e dirgli leggila non significa fare formazione: né per chi entra e né quella continua per chi già c’è”. Nomi, cognomi, età, c’è tutto nel suo osservatorio. “Era un operaio tirocinante a 500 euro il mese, Patrizio Spasiano morto a 19 anni il 10 gennaio scorso per una fuga di ammoniaca alla Frigocaserta di Gricignano di Aversa quando nella stessa azienda, solo dieci giorni prima, il 31 dicembre, era rimasto schiacciato da un muletto il trentanovenne Pompeo Mezzacapo. Il 31 gennaio 2025 muore un altro operaio, Sebastiano Torregiani, 27 anni, schiacciato da una rotoballa di fieno nel mantovano”. Sono sol tre nomi- esempi del suo lungo e doloroso registro cui non sfugge un caso, compresi quelli degli imprenditori morti sul lavoro, “ci mancherebbe altro che selezionassi le vittime”.
L’Inail segnala anche l’ultima tragedia delle morti collettive. Bazzoni ricorda le due stragi in Toscana – “non ci eravamo abituati” – del 2024: “Cinque morti il 16 febbraio nel cantiere dell’Esselunga in costruzione a Novoli e altri cinque il 9 dicembre al deposito Eni di Calenzano”. Dopodiche’ ricorda, sempre nel 2024 “i sette lavoratori che persero la vita il 9 aprile a Suviana in Emilia Romagna, per l’esplosione alla centrale Enel Green Power”. E, nel 2023, “nella notte del 31 agosto, i cinque ferrovieri che lavoravano sui binari, travolti da un treno che viaggiava veloce senza che nessuno avesse avvertito dei lavori in corso” . Si era illuso l’operaio che vuole sconfiggere la morte: “Dopo stragi di questa portata ero certo che finalmente il governo avrebbe preso provvedimenti. Invece niente. Un paese normale non dovrebbe accettarlo. Mancano controlli sufficienti, mancano cultura, sensibilità, reale formazione, c’è troppo lavoro precario. Le aziende dicono che il lavoratore non sta attento ma tocca ai datori di lavoro predisporre e educare alla sicurezza. Invece sì lamentano di troppi controlli”.