Firenze – E’ sempre un’avventura intellettuale quella di attraversare l’Arno e andare al Teatro cantiere Florida ad assistere alla prima del festival Materia Prima 2024. Ma ne vale la pena. Prima di tutto perché fa bene al cuore e all’intelletto vedere una folla di giovani e giovanissimi che aspetta di entrare in sala ben prima dell’orario indicato. Il segno di un evento atteso e desiderato niente affatto casuale. Nel pomeriggio che precede lo spettacolo insegnanti e ragazzi hanno partecipato a un seminario di preparazione a un genere di evento di incontro fisico oltre che visivo al quale non sono abituati.
Ora sono lì che attendono gaiamente di entrare in una platea da tempo sold out. Vanno ad assistere alla pièce “Frankenstein (A love story)”, allestita da Motus di Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande, ideatori e registi, Casagrande anche interprete insieme a Silvia Calderoni e Alexia Sarantopoulou. Motus è una compagnia pluripremiata, conosciuta per la capacità di portare sulla scena i temi e le contraddizioni del mondo contemporaneo con una forza espressiva che va diritta a scardinare pregiudizi e luoghi comuni costringendo gli spettatori a guardarsi dentro mentre un mondo fatto di immagini spingono all’alienazione di emozioni e sentimenti.
Sulla scena non c’è il dottor Frankenstein, ma Mary Wollstonecraft Shelley l’autrice che a 19 anni ha concepito il romanzo che fa da capostipite al genere letterario che, suscitando orrore e terrore, mette a nudo i disastri che la specie umana provoca con avidità e rapacità nell’ambiente che la ospita e negli altri esseri con i quali convive. La protervia dell’uomo che vuole essere dio, padrone della vita e della morte.
Nell’interpretazione di Motus (la drammaturgia è di Ilenia Caleo), il messaggio va a toccare la sensibilità dell’uomo contemporaneo che ha abbandonato certezze granitiche in quelle che credeva leggi di natura incrollabili, e riconosce la grande varietà dell’esistere. Ma che ne è di queste presenze se non c’è una forza che le riconosce e le unisce tutte sullo stesso piano di valore e diritto? Il mostro, solo e disperato, creatura inascoltata, emarginata e ripudiata perché aliena e terrorizzante, cercherà di riprodursi, così come faranno tutti quei prodotti dalla potenza di un’intelligenza umana fuori controllo.
Anche quella della macchina che produrrà altre macchine simili a lei e si aggiungeranno a un mondo fatto di corpi ibridi,fragili e senza senso, pericolosamente inclini all’auto annientamento. Ecco perché sparisce Frankenstein, lo scienziato senza morale che mette insieme pezzi di cadaveri per far nascere una creatura senza futuro, e tutto invece si materializza dai sogni e dagli incubi di una ragazza, che dà la vita a quella creatura e a tante creature come lei, trasformando la ribellione di Prometeo in un atto d’amore.
A love story, dunque, non la sfida agli dei da parte di una specie che si è impadronita del suo destino e per questo è condannata all’estinzione, esattamente come quelle che lei stessa ha portato alla scomparsa.
Il testo della pièce è costruito sul racconto e la biografia di Mary Shelley, tema con variazioni drammaturgiche di Motus, “un aggregato di pezzi narrativi eterogenei”, cucito esattamente come la creatura di cui racconta, e scorre nella lingua originale sullo schermo posto in alto all’interno della scena della scena. L’allestimento scenico è molto efficace, giocato su sipari e pannelli trasparenti, uno “spazio asettico, vuoto” che suggerisce “paesaggi estremi, raggelati, dolorosi” (dalle note di regia), con un unico elemento fortemente espressivo: la maschera di Viktor, il mostro di Frankenstein, quella inventata dal cinema, che appare, scompare e si moltiplica. Alla fine, senza l’amore, tutti siamo mostri.
Convincente lo spettacolo e intensi gli attori. Grande successo di pubblico e tanti applausi.
Foto: Frankenstein © Andrea Macchia