Ci sono due tipi di film documentario. Quello che adempie egregiamente al compito di trasmettere informazioni. Poi c’è quello che riesce anche a emozionare lo spettatore con la verità delle immagini e i racconti dei testimoni. Sono parole del regista francese François-Xavier Drouet che raggiunge l’obiettivo massimo nel suo “Il vangelo della rivoluzione”, realizzato nel 2024, tornato nelle sale italiane. A Firenze è stato presentato dall’Istituto Stensen al cinema Astra alla presenza dell’autore.
Si tratta di un importante contributo alla storia della seconda metà del Novecento. Prima di lui nessuno aveva tentato di ricostruire fatti, ragioni e protagonisti del coinvolgimento di milioni di cristiani latinoamericani nei movimenti rivoluzionari , spinti dalla teologia della liberazione contro i regimi militari. Attraverso testimonianze e materiali d’archivio, il film attraversa paesi come El Salvador, Brasile, Nicaragua e Messico, ricostruendo le radici di un fenomeno di massa, che ha avuto come centro propulsore l’impegno della Chiesa per la giustizia sociale e il riscatto dei poveri e degli oppressi.
“Dio non ama i poveri perché sono buoni, li ama perché la loro povertà è il frutto dell’ingiustizia” e della prepotenza del potere che in quegli anni era nella mani soprattutto di dittature militari. La Chiesa deve dunque stare dalla loro parte, aiutarli nella lotta per l’emancipazione.
Questo è il nocciolo della “teologia della liberazione”, corrente del pensiero cattolico nato in America Latina alla fine degli anni ’60. La salvezza cristiana non riguarda solo la vita ultraterrena, ma include anche una “liberazione integrale” dell’uomo già nel mondo presente, affrontando le cause strutturali della povertà economica, politica e sociale. Il peccato infatti è quello che si compie nei confronti dell’altro, e il peggiore è il “peccato strutturale” quello che produce povertà ed emarginazione.
“Se si parla di rivoluzione, cioè del rovesciare la realtà rapidamente e in profondità, sono d’accordo, ma non deve essere una rivoluzione sanguinaria”, afferma l’arcivescovo di Recife Helder Càmara, in un filmato dell’epoca ripreso da Drouet. Càmara, che ha coniato la pregnante definizione dell'”amore efficace”, è uno dei principali protagonisti di quel movimento, ma erano emerse tante figure di preti, religiosi, catechisti, alcuni molto conosciuti anche al livello internazionale, altri che dettero un contributo significativo all’insorgere di masse di diseredati, di “scartati” come direbbe Papa Francesco.
Un’altra figura emblematica era quella del vescovo di San Salvador Oscar Romero “il portavoce dei senza voce” che fu ucciso mentre celebrava la messa dagli squadroni della morte . Nel 1979, 14 mila abitanti della capitale erano stati uccisi o erano spariti nel nulla e Romero lavorava per fare luce sulle violenze e i loro autori.
La forza del documentario sta nelle testimonianze di chi partecipò con passione e fede a quella stagione che faceva emergere un cristianesimo puro e coerente che non veniva intimidito né cercava compromessi con un potere corrotto e subordinato ai grandi interessi economici. Come Roger Ponseele, un prete belga che testimonia del suo ministero pastorale in piena zona di guerra del Salvador quando l’esercito massacrò mille famiglie di contadini a El Mozote.
Fra le altre figure Frei Betto, il domenicano brasilianoche fu imprigionato per il suo impegno nell’aiutare gli oppositori perseguitati del regime militare. Suor María López Vigil che offre una delle ricostruzioni più complete dei principi teologici che informavano il movimento della teologia della liberazione in Nicaragua, al tempo della rivoluzione sandinista. O ancora Don Joel Padron Gonzalez, prete attivo in Messico nel Chiapas, che ha accompagnato il vescovo Samuel Ruiz Garcia nella vicinanza alla popolazione india la cui rivolta si espresse nell’attività armata del “subcomandante Marcos”, portavoce dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale tra i cui leader c’erano molto catechisti. Il movimento di guerriglia non chiedeva il potere, ma giustizia e democrazia per tutti.
Altre due figure di prima grandezza sono finite nel mirino delle gerarchie ecclesiastiche: Ernesto Cardenal che fu il ministro della cultura nel primo governo sandinista del Nicaragua e il brasiliano Leonardo Boff, impegnato strenuamente nella difesa dei diritti dei più poveri, uno dei principali esponenti della teologia della liberazione: “La missione della Chiesa – ha scritto – è quella di aiutare i poveri a prendere il loro destino in mano; questa missione si concretizza nelle comunità di base cristiane, che tentano di coniugare il messaggio evangelico con un messaggio e un’attività di liberazione sociale”. Per le sue idee il Vaticano impose a Boff un anno di “silenzio ossequioso”.
Cardenal fu al centro del primo episodio della reazione della gerarchia ecclesiastica contro quanto stava avvenendo in America Latina. Il 4 marzo 1983 Giovanni Paolo II si recò in visita a Managua a quattro anni dalla vittoria del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale sul dittatore Somoza. Nel ricevere il benvenuto dai ministri del nuovo governo, il Papa si rifiutò di dare la mano al prete teologo e successivamente lo sospese a divinis. Nel discorso ufficiale Wojtyla condannò le contaminazioni della dottrina cristiana con altre filosofie, riferendosi in particolare al marxismo.
Certo erano anni nei quali il presidente Usa Ronald Reagan stava cercando di dare l’ultima spallata all’Unione sovietica e il Papa che proveniva da uno stato comunista non poteva comprendere veramente un continente complesso e pieno di contraddizioni come l’America latina. Qualche anno dopo, quando Mikhail Gorbaciov avviò la fase di riforme e la guerra fredda stava per concludersi lo stesso Pontefice utilizzò alcune categorie elaborate dalla teologia della liberazione nella sua enciclica “Sollecitudo Rei socialis”.
In venti anni quasi 200 preti, predicatori, suore, missionari, frati della Chiesa cattolica e di quelle riformate sono stati uccisi insieme a migliaia di catechisti, agenti pastorali e membri della comunità ecclesiastica. Colpito dalla dura repressione dei governi e dalle condanne della Chiesa, il movimento lentamente si spense.
Fu una sconfitta? Uno degli episodi di ribellione delle classi più povere come per esempio la Comune di Parigi? Se si guarda meramente al panorama politico i governi latino americani sono certo di qualità migliore dal punto di vista della democrazia, ma per lo più poco orientati alla giustizia sociale. In Brasile governa Lula che proviene dalle fila del sindacalismo, in Messico ha vinto Claudia Sheinbaum Pardo, presidente del Messico dal 1° ottobre 2024 figura di spicco della sinistra messicana. Il governo di El Salvador è guidato dal presidente Nayib Bukele, leader populista impegnato soprattutto nella lotta al crimine. In Nicaragua governano di nuovo i sandinisti che sono più preoccupati di mantenere il potere che di portare al termine riforma sociali. Ma nessuno, neppure Lula, ha portato a termine soprattutto la riforma agraria che era al centro del movimento guidato dagli esponenti cattolici, preti e catechisti.
Tuttavia, avverte Drouet , il vangelo della liberazione ha lasciato “semi” ben visibili nelle culture popolari dell’America Latina. Il documentario si conclude con i canti della sfilata del carnevale di Rio i cui versi riprendono molti temi dei tempi dell’emancipazione femminile, della liberazione dal bisogno, dalla difesa dei diritti per i quali si sono battuti gli uomini le donne della teologia delle liberazione. Sono segni che sostengono la speranza di cambiamento e d’uscita dallo stato di minorità e di schiavitù intellettuale e fisica delle popolazioni.
Nella foto il vescovo di Recife Helder Càmara