E’ uscito il volume Firenze Novecento, a cura di Valentina Gensini (Skyra editore), una raccolta di saggi di autori vari e autorevoli, dedicata a tutte le arti del XX secolo a Firenze, inclusa una sbirciatina nella video-arte toscana negli anni’70-’80. Pochi sanno che anche la danza trovò nel capoluogo toscano momenti artistici di altissimo livello, tali da condizionare la cultiura europea. Ne ha scritto Marinella Guatterini docente, consulente per il balletto al Teatro alla Scala, impegnata in un’attività di recensione critica degli spettacoli e degli eventi coreutici più importanti. L’abbiamo incontrata.
Nel saggio contenuto nel libro sei andata alla ricerca di una tradizione della cultura della danza a Firenze. Che cosa hai scoperto?
E’un capitolo più che corposo – tanto che per non finire a compilare una lista della spesa l’ho comunque diviso in tre parti. La prima, è poco nota e piena di meraviglie. Confesso di aver accettato questa ricerca che mi fu commissionata nel 2014 per dar lustro al nascente Museo del Novecento, dubitando che la mia attività milanese mi avrebbe concesso molto tempo per le debite ricerche in loco, cioè a Firenze. Poi però pensai a un aiuto soprattutto per il reperimento d’immagini se possibile, inedite. Alla fine una superficiale convinzione fece crollare ogni mia resistenza e si rivelò disastrosa. Mi ero, infatti, convinta che prima del 1933, data di nascita del Maggio Musicale Fiorentino, ben poco dovesse essere successo nel capoluogo toscano. E invece mi sbagliavo perché in quel lasso di tempo nessun’altra città italiana ha vissuto un simile, direi frastornante, passaggio di grandi stelle della danza libera con foga e tempismo incredibili. Da Isadora Duncan che inaugurò il ‘900 fiorentino, nel 1902, passeggiando sottobraccio a Edward Gordon Craig, allora suo grande amore, a Loïe Fuller anche accompagnata dalla giapponese Sada Yacco, pioniera dell’arte libera ma qui pure attrice/danzatrice nella compagnia del marito, Otojiro Kawakami. Da Mary Wigman , la gran dama dell’Ausdruckstanz tedesca (la danza d’espressione) a Giannina Censi, la prima e unica danzatrice futurista guidata e ammaestrata da Filippo Tommaso Marinetti, mentre la Fuller, “danzatrice della luce”, già beniamina a Parigi, dove risiedeva, di molti intellettuali tra cui Stéphane Mallarmé, divenne pure una musa nel cinema futurista di Ginna e Corra (i due fratelli Giannini-Corradini), autori nel 1916 di un film codiretto da Giacomo Balla, Emilio Settimelli e Remo Chiti, in cui si inseriva una Danse de la splendeur géométrique , con danzatrici avvolte nella carta stagnola e nella luce riflessa, tipica degli effetti illuminotecnici creati con luce naturale e artificiale dalla Fuller.
Dunque Firenze era all’avanguardia nell’arte coreutica
A ridosso del fascismo, Firenze mi è apparsa come l’unica città italiana ad aver accolto la danza libera, insediatasi, in primis a Roma, ma qui in una forma assai più diffusa rispetto alla capitale e con una naturalezza che lasciava intendere, tra elogi e critiche, non la continuità di una tradizione accademica bensì la necessità di un cambiamento e la curiosità delle sue diverse prospettive. Il tutto senza acredine per il balletto, anzi, basti pensare al prolungato soggiorno di Anna Pavlova e della sua troupe e nel 1917, alla presenza, tra le quinte del Teatro Comunale di Vaslav Nijinskij a uno spettacolo dei Ballets Russes: autentica scoperta, di cui a quanto mi consta nessuno storico ha mai accennato.
Il Maggio fiorentino ha ripreso e sviluppato questo patrimonio di esperienze portando a grandi vette artistiche. ..
La prima parte del saggio dal titolo 1900-1930 Adieu et au revoir è comunque punteggiata di scoperte; ricordo le “Olimpiadi della Grazia” (1931), un festival pionieristico e di gittata europea a cui furono invitate tutte le maggiori formazioni didattiche e artistiche esclusivamente femminili, visto che ancora alle donne erano precluse le Olimpiadi sportive…Un’idea strepitosa, voluta sempre da quel Pavolini, gerarca fascista e ministro della cultura popolare del Regno d’Italia, che poi con l’apertura del Maggio – seconda sezione del saggio dal titolo 1960. Qualcosa di classico anzi di moderno – accolse le maggiori compagnie di balletto e di danza, nelle quali s’infilavano ebrei e anche russi di cui Benito Mussolini ben poco s’avvide: la manifestazione divenne ben presto una meta colta e turistica internazionale e al becero duce bastava. Per fortuna Benito non incontrò George Balanchine che fece tanto scalpore da meritare un articolone a firma Oriana Fallaci, e non incontrò neppure Martha Graham che indignata per un primo dissenso del pubblico (che poi l’amò), gli mostrò a sipario chiuso il suo deretano! Il salto nella seconda metà del secolo portò con sé il remake del “gran ballo Excelsior” a cura di Filippo Crivelli, Ugo Dell’Ara, Giulio Coltellacci e Fabrizio Carpi, ma anche – in 1960-1990 Una fin de siècle proiettata verso il futuro la nascita di MaggioDanza, del Balletto di Toscana, di Parco Butterfly e di una serie di realtà di ricerca e non solo che tuttora resistono mentre altre si sono malamente spente.

E tuttavia oggi non c’è più una compagnia di danza del Maggio –l’ultima è stata diretta da Francesco Ventriglia che poi se ne è andato in Australia, e lo stato in cui ora versa il Maggio non dà speranze per un ritorno della grande danza stabile. Secondo te Firenze non ha sedimentato un pubblico di appassionati?
Qui entriamo in uno scottante terreno politico che mi vede alquanto spiazzata. O meglio credo che per progettare qualcosa nell’ambito coreutico occorrano competenze e onestà. Mi sa che entrambe negli ultimi anni siano mancate non certo solo a Firenze. Qui, oggi. persone dedite e competenti cercano di restaurare almeno un rapporto con l’opera. Credo dovrebbero subito fare la stessa cosa con la danza. Vi sono nomi importanti, da Cristina Bozzolini a Virgilio Sieni, e festival non peregrini a cura di Marga Nativo e Keith Ferrone, di Maurizia Settembri e Luca Dini (“Fabbrica Europa” nata proprio sul finire del XX secolo), più un circondario fertilissimo con la Compagnia Xe di Julie Ann Anzilotti a San Casciano, che vanta anche un suo già famoso Ensemble di portatori di handicap; la Company Blu di Alessandro Certini e Charlotte Zerbey a Sesto Fiorentino e il festival “Orizzonti Verticali” diretto da Tuccio Guicciardini e Patrizia de Bari a San Gimignano. Il terreno non è arido,dunque, tutt’altro. Credo che il pubblico, scevro da colpe, apprezzerà l’ardire dell’imminente “Fabbrica Europa 2023”, riuscita a inserire un paio di spettacoli nel nuovo Teatro Comunale, tra l’altro adattissimo alla danza e al balletto. In sintesi, direi che non ci siano vie di mezzo. Gli spettatori vanno nutriti, altrimenti perdono l’appetito, si dimenticano, magari mugugnano, e cercano la danza, nel caso specifico la grande danza e/o il balletto, altrove.
Quali compagnie e quali artisti vedi che potrebbero rilanciare la danza? Quali politiche suggeriresti?
I nomi sono quelli che ho fatto e di certo ne ho dimenticato qualcuno. In ogni caso non credo nell’imminente ricostruzione di un nuovo MaggioDanza. Piuttosto opterei, per il momento, per una sorta di concertazione tra le forze in campo, ormai aduse ad essere piuttosto rinchiuse nel loro orticello, come del resto avviene ovunque. Punterei sulla stesura di un progetto, che senza escludere il teatro fisico e la performance consenta l’utilizzo dei magnifici spazi e teatri del capoluogo fiorentino. Occorrono tuttavia progetti, cultura e fantasia.
Marinella Guatterini presenta il suo saggio il 10 settembre (ore 20) a Firenze presso il Cinema La Compagnia all’interno del la 30esima edizione di Fabbrica Europa, il Festival che si svolge dall’8 settembre al 12 ottobre 2023 e prima di uno spettacolo, di Jérôme Bel, coreografo francese, dedicato a Isadora Duncan.
In foto: in alto Isadora Duncan, al centro Marinella Guatterini