Mai come quest’anno, a 80 anni dalla Liberazione, la Festa del 25 Aprile assume un’importanza così significativa per il futuro della democrazia. Il tema è sotto gli occhi di tutti e riguarda la stessa esistenza-resistenza delle parole d’ordine della battaglia non solo italiana, ma europea, contro il nazifascismo. Battaglia che, saltando quasi due secoli, comincia nel 1789 con l’affermazione dei principi universali e propri di ogni essere umano condensati dalla Rivoluzione Francese nella triade Liberté, Égalité, Fraternité e che si sviluppa fino ai primi del Novecento in una evoluzione economico sociale che pareva, a un certo punto, quasi fatale e inarrestabile, nonostante le folate reazionarie del 1848, le involuzioni politiche dei regimi europei e in particolare della Casa Savoia in Italia. Nonostante, verrebbe da dire, i Bava Beccaris e i Di Rudinì, l’avanzata di un mondo che poggiava sull’emancipazione scolastica, sulla sconfitta della fame, sul riscatto della dignità umana, sembrava ormai quasi a portata di mano. L’immane forno crematorio della Prima Guerra Mondiale coadiuvato dall’epidemia di spagnola sembra ricacciare indietro l’idea del diritto di ciascuno e di ciascun popolo di aspirare all’eguaglianza, alla libertà e alla fraternità, ma diventa anche occasione, nelle trincee che rimescolano l’Italia sotto le ali della morte degli assalti disperati, di diffusione delle idee. Un dopoguerra travolto dalla miseria e dalle rivolte e poi l’uomo della provvidenza, che richiude le porte del carcere e dà inizio alla nuova guerra, che stavolta diventerà la più grande guerra di sterminio che finora l’umanità ha conosciuto.

Sintesi super semplificata, per tornare al tema della particolare pregnanza delle celebrazioni del 25 Aprile di oggi. Un tema particolarmente sviscerato, con una serie di interventi competenti e importanti, dal numero speciale che la rivista Testimonianze ha fatto uscire e presentato in questi giorni. Un numero che vede svariati contributi, a cominciare da quello del direttore Severino Saccardi, al presidente dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea Vannino Chiti, allo storico e scrittore Marcello Flores, al giornalista Flavio Fusi, al presidente della Fondazione Fratelli Rosselli Valdo Spini, alla storica Emma Fattorini, Silvia Guetta, Francesca Cavarocchi, Riccardo Saccenti, che indagano aspetti particolari della Resistenza dal ruolo della brigata ebraica e degli ebrei a quello delle donne, a quello dei cattolici, fino al contributo del presidente dell’associazione Testimonianze Roberto Mosi ad Angela Batoni e ancora Roberto Barzanti e Stefano Gallerini . Un panorama ampio che dà nel migliore dei modi il senso di una Resistenza composita, che non si limita alla pur fondamentale lotta armata, ma si presenta come ciò che è stata, ovvero una magmatica riscossa degli spiriti, una necessità propiziata dall’antifascismo precorritore di Matteotti e di altri che restarono sempre, sin dall’inizio, irriducibili nemici del fascismo. E che sottolinea anche, della Resistenza, il carattere europeo.

Allora, perché la Resistenza potrebbe rischiare di morire, in un panorama non solo europeo, ma anche internazionale, che sta andando verso l’affermazione della forza e del profitto a tutti i costi come unico principio per determinare il valore dell’essere umano? Il genocidio ebraico, le esecuzioni di massa di civili inermi, la stessa privazione violenta della libertà, la cancellazione dell’uguaglianza del cittadino davanti alla legge con la creazione di gruppi privilegiati e di converso di gruppi di discriminati per ragioni che vanno dalla “razza” alla religione, alle convinzioni politiche, alle inclinazioni sessuali, fino al discrimine fisico, passando per la negazione del valore della fratellanza nel suo specifico significato di solidarietà, sembrano non scandalizzare nessuno. Anzi, nel completo ribaltamento delle priorità ideali, sembrano diventare noiosi impacci da cui doversi liberare.
Per rispondere al quesito se la Resistenza stia rischiando di essere cancellata dalla storia, è senz’altro necessario cercare di capire come sia potuto accadere che anche solo il dubbio potesse sorgere. Fra le cause, citando Vannino Chiti, “alcune sono storiche”, e vanno dalla frantumazione dell’unità antifascista sostituita ben presto dalla “contrapposizione Est-Ovest, fra blocchi economici, ideologi e militari”, alla mancanza, nei Paesi occidentali, di analisi approfondite su “natura, avvento e complicità a sostegno di fascismo e nazismo”, con anche la sensazione che giustizia non fosse fatta fino in fondo, dal momento che, perlomeno in Italia, una buona parte degli apparati amministrativi, in particolare quelli delle Forze armate, videro permanere agli apici personaggi legati al regime precedente (vedi di Daniele Conti: “Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana” Einaudi). Una situazione che da un lato procurò quel senso di insoddisfazione e di sensazione che i conti non fossero stati chiusi cui si è accennato e che divennero poi matrici di movimenti di sollevazione e di rivalsa che determinarono in parte il terrorismo, dall’altro produsse anche un senso di impunità e di disprezzo per le istituzioni repubblicane che la stessa Repubblica pagò carissimamente, come dimostra il primo episodio, precursore di altre spaventose stragi, di Portella della Ginestra. Primo esempio della continuità fra interessi economici risalenti ai primi decenni del ‘900, ceti rimasti sostanzialmente legati a logiche di potere e sopraffazione sostenute dal regime, e spezzoni dei servizi da sempre collegati alla malavita organizzata. Quella che il prefetto Mori, con metodi da guerra coloniale, aveva illusoriamente combattuto, tranne essere fermato quando stava passando dai manovali ai manovratori.
Ma se tutto questo è vero, c’è anche altro. Ed è, sempre seguendo Chiti, la noncuranza rispetto a quella “vasta area grigia, maggioritaria nel Paese, che al sorgere de fascismo restò a guardare la violenza che si abbatteva su sindaci socialisti o del partito popolare, sindacati, forze politiche, libertà di stampa e di opinone”, quell’area che poi, durante il fascismo, “si schierò a suo sostegno, per passare gradualmente all’opposizione nel corso della guerra e di fronte alla sconfitta”. Se la Resistenza fu una rivoluzione democratica, sostenuta dalla grande maggioranza del popolo, non poteva tuttavia recidere “le radici delle lunghe fasi di omertà e condivisione”. Insomma, è mancata all’Italia, ma anche all’Europa, la rivoluzione morale e intellettuale auspicata da uomini come Don Sturzo, Gramsci, Gobetti, i fratelli Rosselli.
Il problema della “Rivoluzione mancata”, riferendoci con questa definizione proprio a quella rivoluzione morale e intellettuale accennata poco sopra, e con l’avvertenza che secondo noi l’Italia si trova a rispondere della seconda Rivoluzione mancata dopo quella del Risorgimento (non a caso anch’essa sottoposta a revisionismi che la vogliono costringere solo nel regime colonialista e violento a cui una monarchia che non si sentiva neppure italiana condannò buona parte del Paese, seppellendo la grandezza della Rivoluzione sociale sognata da buona parte dei giovani e del popolo che la condivise e disconoscendo persino i nomi di chi tentò di compierla) è così pervasivo che ha impedito, insieme ad altre cause, la formazione di una memoria collettiva antifascista e antinazista.
La debolezza di una celebrazione, se non è costruita sulla memoria collettiva e sul riconoscimento delle ragioni profonde della democrazia che poggiano sulla dignità di ogni essere umano e sul suo diritto alla partecipazione nelle decisioni pubbliche, diventa evidente nei momenti di crisi e di passaggio. E senz’altro, la nuova congerie in cui si è chiamati ad operare ha entrambe le caratteristiche. In un momento di cambiamento totale, dove scavalcare le regole di convivenza pacifica politica, sociale, interpersonale, diventa un valore nel nome dell’individualismo più sfrenato e dell’affermazione dell’ego, un momento in cui il diritto internazionale sembra cessare di esercitare la propria influenza regolamentare, un momento in cui grazie alle nuove tecnologie compreso l’impiego dell’IA, crollano le regole della comunicazione cui vengono sostituite le regole della persuasione, i principi democratici e della Resistenza almeno apparentemente sembrano non rispondere alla sfida.
Ma quali sono questi principi? In buona sostanza, riprendendo Severino Saccardi, bisogna ripartire dall’obiettivo principale di quegli uomini e donne in armi, disobbedienti, ribelli, staffette partigiane, pensatori al confino, artigiani, preti, maestri, muratori, contadini e contadine, madri e sorelle, ovvero, la pace. Una pace per tutti e tutte, il che significa democrazia. Democrazia che si può avere solo se si ritiene che ciascun essere umano sia uguale all’altro e perciò abbia il diritto alla rappresentanza politica: dunque, eguaglianza. Nessun gruppo umano deve arrogarsi il diritto di esser superiore, chiamato a compiti divini, perché questa è la radice della schiavitù, la negazione della libertà, in quanto, come ci hanno insegnato i partigiani, la libertà o è per tutti o non è per nessuno. Nel nostro mondo, ciò significa anche che possiamo parlare di antifascismo anche nell’aspirazione alla democrazia europea, come ben si comprese a Ventotene. Ma tutto ciò è inutile, se non viene a sua volta immesso nella solidarietà, che è concreta solo se nasce dalla comprensione della pari dignità degli esseri umani. Un’equazione che non lascia scampo, e che è la base della democrazia e, quindi, della nostra Costituzione. Epperciò, del 25 Aprile.
foto istituzioni, Luca Grillandini