Mafie, la nuova stagione degli accordi fra clan è realtà

Calleri: “Tavoli unitari fra cosche di varia origine per gestire gli affari”
Il presidente della Fondazione Caponnetto Salvatore Calleri

Criminalità organizzata, mentre la crisi incombe e le guerre assediano l’Europa, un’altra guerra, silenziosa ma non per questo meno virulenta, si sta tenendo sui nostri suoli nazionali, europei e non solo : è quella delle mafie, che sempre di più invadono circuiti economici e sociali grazie alla capacità di mascheramento, alla grande liquidità della ricchezza che detengono, e alla raffinata padronanza delle nuove tecnologie. Un mondo ambiguo che mentre stringe legami con ambiti legali della società civile e politica, genera accordi, costruisce patti e mette in piedi alleanze fra i vari clan, sul territorio e dei vari Paesi. Su tutto questo facciamo il punto con Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto.

Cominciamo con una domanda operativa: a che punto è la lotta alla mafia ai nostri giorni?

“Premesso che l’Italia ha la miglior normativa antimafia al mondo e che le nostre forze dell’ordine, a mio modesto parere, sono quelle più capaci nel contrasto alla mafia grazie a un alto grado di ecletticità, sono, direi, “multitasking”, dobbiamo però riuscire a sviluppare quella che ho spesso definito la lotta alla mafia dell’attimo prima, mentre riusciamo sempre ad eccellere nella lotta alla mafia dell’istante dopo. E’ fondamentale oggi, per una moderna lotta alla criminalità organizzata, partire dall’analisi e dalla raccolta delle notizie su fonti aperte, per comprendere la rete delle indagini, le risultanze, i comunicati, gli interventi delle forze dell’ordine, leggere le ordinanze quando diventano pubbliche, per capire come muove, come muta, quali ingressi utilizza oggi la mafia moderna.

In cosa è cambiata?

“La mafia è un ossimoro, è antica e moderna. Si adatta a muoversi in ciascuna circostanza, ma mantiene modalità e ritualità arcaiche. Intanto, non è vero che la mafia non spara più, la mafia spara (e ha sempre sparato), per utilità. Quando commettiamo l’errore di dire che la mafia non spara più, ci mettiamo in relazione con il periodo dei corleonesi. Ma quel periodo è stato un’eccezione, nella storia centenaria dell’organizzazione mafiosa, in quanto rappresenta il periodo del terrorismo mafioso. Non è un modello vincente, al momento. Il modello vincente è quello degli affari, delle infiltrazioni nel tessuto economico sano, nel tenere basso il rumore, dell’uccidere solo quando serve”.

Qual è il modello attuale delle mafie?

“Intanto va detto che non tutti i mafiosi hanno pari forza ed influenza e in un certo senso, sangue blu. Ci sono gruppi che per storia famigliare, per “curriculum” nei decenni, fanno parte di un Gotha criminale. Questi gruppi, siciliani, calabresi, campani, cui si aggiungono come partecipanti gruppi romani e pugliesi, hanno formato una sorta di confederazione. Questo è un modello utilizzato in particolare per l’espansione al Nord e come alleanza confederale per gestire insieme i traffici di droga, anche se non nella generalità assoluta. Questo modello emerge con chiarezza, trovando conferme anche nelle prime sentenze, dall’operazione Hydra di Milano,  del procuratore capo Viola e della procuratrice Cerreti. Si vede dunque una sorta di tavolo unitario della criminalità organizzata che dirime controverse, gestisce gli affari, ecc. “..

Emerge dunque una gestione di perlomeno alcuni settori che si intuisce unitaria?

“In un certo senso sì, ed emerge anche il ruolo di un accordo, all’interno dei gruppi di questo tavolo, con alcune mafie straniere, in particolare cinesi e albanesi. Si tratta di una modalità che a mio parere è destinata a diventare la regola. Probabilmente già esiste all’estero, dal momento che era già presente qualcosa di simile in Canada, che ha avuto però in seguito una violenta guerra di mafia”.

Stiamo davvero parlando del Canada, che nella nostra visione rappresenta il Paese della legalità, rispetto, integrazione?

“La situazione mafiosa canadese è complessa. In quel territorio si è verificata una pesante guerra di mafia che, a mio parere sbagliando, si è voluta descrivere come siciliani contro calabresi. In realtà era fra clan: Siderno Group, calabresi, e clan Rizzuto, che fa parte di Cosa Nostra americana, che tuttavia contempla anche calabresi al proprio interno, a riprova che si trattava in buona sostanza di guerra fra clan, piuttosto che fra ‘ndrangheta e cosa nostra. Da notare che non è mai terminata ma si è sicuramente assestata, come risulterebbe dalla nostra mappatura, che data dal 2017. Torneremo a mapparla nel 2027: dieci anni di guerra ancora non del tutto sopita. Immaginatevi che, nel mezzo a questo conflitto, sono intervenuti anche altri soggetti, come ad esempio i clan di motociclisti, notoriamente molto forti in quelle aree. Un conflitto che ha visto anche un vincitore, un patto, nuovi episodi, il diktat inteso alla pace delle “case madri” e via di questo passo. Quindi diciamo che il modello nato in Italia, quello emerso dall’operazione Hydra, è quello più avanzato, il modello del futuro anche fuori dai confini italiani”.

Cosa ne pensa del fatto che spesso anche studiosi dei fenomeni mafiosi sembrano restii a dare patenti di mafiosità a territori ancora apparentemente immuni?

“Rispondo ricordando che non sempre il tasso mafioso di un territorio è immediatamente confermato dalle sentenze. Se c’è una determinata evoluzione, è facile che all’inizio non venga letta dal punto di vista giudiziario. Cosa Nostra è stata letta dal punto di vista giudiziario a 120 anni dalla sua nascita, eppure esisteva anche quando nessuno ne parlava. Torniamo al ruolo dell’analisi, che è quello di leggere il territorio, cogliendo i segnali e parlando all’opinione pubblica”.

Un punto molto importante anche per andare all’analisi delle altre nazioni europee.

“Pensiamo alla guerra di mafia che si sta estendendo nella Francia, partendo da Marsiglia. Si tratta di un conflitto molto violento fra DZ Mafia e Yoda.  Inoltre, nell’evoluzione delle mafie, è necessario fare attenzione a queste nuove denominazioni, che segnano anche cambi generazionali. Mentre DZ Mafia è una sorta di sigla, Yoda è riferita a Guerre Stellari, mentre nella guerra fra mafie turche che si sta svolgendo anche in parte sul territorio italiano, i gruppi che si contendono portano nomi come i Dalton e Caspers. Da segnalare, sul versante dei dati positivi, che in Francia sta nascendo un movimento antimafia autoctono”.

In questo momento ci sono guerre di mafie sul nostro territorio?

“In questo momento si stanno combattendo, oltre a scaramucce fra clan nel Meridione, almeno tre guerre di mafie straniere: quella fra clan turchi, la guerra delle grucce, e infine sembra emergere, dalla procura di Milano, una guerra fra clan nomadi, di origine ex Jugoslavia, molto paramilitari, che esercitano un grande fascino sui giovani. A riprova della necessità di mantenerci in allerta, c’è ad esempio ultimamente lo strano costume, a Palermo di girare sparando con il kalashnikov senza fare vittime. Una modalità che non si sposa certo con la strategia del silenzio di cui s’è parlato”.

Si sente di fare una raccomandazione finale?

“L’invito che voglio fare è quello di aumentare risorse finanziarie ed umane nel settore delle tecnologie. I clan sono spesso molto avanti e molto raffinati nell’uso di questi nuovi strumenti, che vanno dal digitale all’IA, e rischiamo di perdere i vantaggi che ci derivano dalla nostra preparazione eccellente nelle indagini, per così dire, tradizionali, se perdessimo la “gara” delle nuove tecnologie”.

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