Fondazione Caponnetto, Antoci: “La credibilità è l’arma contro la mafia””

Vertice antimafia Firenze fondazione Caponnetto

Firenze – Sabato scorso si è tenuto alle Oblate, il 32esimo vertice nazionale antimafia organizzato dalla Fondazione Caponnetto, che ha inteso, con questo ritorno a Firenze, ovvero nella città che l’ha vista nascere, sottolineare il ventennale dall’inizio della sua esistenza. L’incontro, cui hanno partecipato fra le figure istituzionali cittadine il presidente del consiglio comunale di Firenze Luca Milani, e la presidente di commissione consiliare Donata Bianchi, ha visto i saluti dell’on. Valdo Spini, legato da amicizia anche personale al giudice Antonino Caponnetto, e dell’on. Giuseppe Lumìa. La giornata ha visto l’avvicendarsi di numerosi interventi, che hanno posto l’accento sulla necessità di non fermarsi, davanti all’apparente “remissione” della metastasi mafiosa, nella battaglia contro una forza pervicace e pervasiva che riesce a mettere le proprie radici anche dentro all’apparato stesso dello Stato;  anzi, essendo il potere, visibile e invisibile, la sua essenza, tanto più cerca la connivenza con lo Stato. Nonostante i rislutati importanti dei magistrati impegnati in prima linea (ricordiamo solo, fra gli altri, le operazioni portate a termine dal procuratore Nicola Gratteri contro la ‘ndrangheta, ad oggi la più visibile e fra le più temibili associazioni mafiose sul territorio) riportino via via alla coscienza collettiva memoria della partita che si sta giocando non solo sul territorio nazionale, ma anche nelle coscienze di tutti i cittadini onesti, di mafia e consimili si parla sempre meno, mentre sotto attacco, come spiega il presidente Salvatore Calleri, “sono oproprio quegli strumenti, fortemente voluti da Falcone, che consentono di tagliare i legami esterni fra boss e gregari”, ovvero il regime del 42bis, e l’ergastolo ostativo, quest’ultimo messo in discussione anche da costituzionalisti e istituzioni europee.

Fra i dati resi noti dal presidente Calleri che ha introdotto l’incontro, il tesorone di 3mila miliardi (probabilmente stotostimato) in mano alle cosche criminali mafiose, e, per la Toscana, il già denunciato pericolo che nel dopo covid e nella ripartenza vorticosa di riaperture e nuove imprese in particolare nel settore turistico, una buona fetta sia a rischio riciclaggio. non solo. Dencnciato ancora una volta il pericoloso proporsi di “società parallelel” anche sui nostri territori, fenmeno in qualche misura nuovo. Si tratta di “società chuse, che continuano come nomadi a vivere con le loro regole e i loro codici comportamentali, il che li ende cestranei al nostro bagaglio di norme e regolamentaizoni, nonchè di valori democratici e di sistema di diritti, situazioni che, con l’aggravarsi del disagio sociale e della scarsità di risposte, è il mix ideale per allignare logiche e interessi criminali, da quella minuta a quella della grande criminalità organizzata”.

Un pubblico attento ha poi seguito le relazioni di vari ospiti e dei molti appartamenti alla Fondazione, fra cui Emanuela Somalvico, in rappresentanza dell’autorità commissariale governativa di bonifica delle discariche, e Cristiana Rossi amministratore giudiziario dei beni confiscati alla mafia. Premiata la sindaca dei ragazzi del Comune di Castelfiorentino. Premiata Edi Neia per la buona azione compiuta.

Le conclusioni sono state affidate la presidente onorario della Fondazione Caponnetto Giuseppe Antoci. Nel 2015 Giuseppe Antoci, allora presidente del Parco dei Nebrodi, introdusse nel Parco un protocollo per l’assegnazione degli affitti dei terreni, che prevedeva la presentazione del certificato antimafia anche per quelli di valore a base d’asta inferiori a 150.000 euro. Il protocollo, conosciuto come “protocollo della legalità” o “Antoci”,  firmato il 18 marzo 2015 presso la Prefettura di Messina dalla Regione Siciliana e dai 24 Sindaci del Parco, nel settembre 2016 fu esteso a tutta la Sicilia e sottoscritto da tutti i Prefetti dell’isola. Il 18 maggio 2016 Antoci fu vittima di un attentato mafioso, da cui si salvò grazie all’auto blindata e all’intervento della scorta. Il “Protocollo” è stato recepito dal nuovo Codice Antimafia, votato in Parlamento il 27 settembre 2017, e adesso è applicato in tutta Italia. Antoci vive tutt’ora sotto scorta.

Il presidente Antoci, dopo un forte richiamo alla necessità di bloccare i tentativi di smantellare la normativa antimafia, ha richiamato il bisogno forte che la lotta lla mafia ocinvolga tutto il Paese e i cittadini onesti, richiamando, per fare questo, il pensiero di Livatino, ovvero la necessità assoluta di “credibilità”;  delle istituzioni e delle singole persone. “La mafia non ha capito ancora che non si possono mettere le catene nel cervello – ha detto – ebbene, se ne faccia una ragione”.

A margine del vertice, Maurizio Pascucci, responsabile nazionale Beni Confiscati Fondazione Caponnetto, ha richiamato uno dei temi sotto i riflettori in questo momento ovvero l’intenzione di “mettere il bavaglio ai giornalisti”, con le nuove regole, come messo in evidenza dall’intervento della giornalista Donatella Francesconi, nel corso del dibattito.  “L’intervento di Francesconi deve essere vissuto come un monito alla libera informazione. Nessuno Censura ma di sicuro gli editori non  incoraggiano l’approfondimento di cronaca giudiziaria. Velocità, titoli ad effetto, far dimenticare e ripartire. Il Contrato alle mafie ha invece la necessità di approfondire, verificare, conoscere, incrociare le notizie . Solo così si può raggiungere “la notizia verità”. Ricordare Nazareno Bisogni significa mettere al centro l’etica professionale di una professione , quella del giornalista, strumento della libertà di tutti. Sono questi i motivi che mi spingono ad avanzare la proposta alla Fondazione Caponnetto di dedicare impegno alla libertà d’informazione e contrastare chi vuole mettere il “bavaglio””.

Pascucci punta anche il dito su una vicenda del tutto fiorentina, ma molto emblematica. “Un bene confiscato a Firenze attende da anni il suo utilizzo.l’unità immobiliare si trova limitrofa al centro storico, in via Giotto. Si tratta di un appartamento con due cantine, confiscato definitivamente  il 18 marzo 2003 e assegnato al Comune di Firenze il 27 luglio 2004. Valore stimato €600.000. Ebbene, non è stato mai utilizzato. La domanda è ovvia: perchè? Necessita aprire un confronto con la Giunta Comunale di Firenze per conoscere gli impedimenti che lasciano inutilizzato da 19 anni un bene confiscato ai mafiosi, che in questo modo rappresenta solo la sconfitta della Giustizia sulle mafie. Sono convinto che approfondendo l’argomento si possa trovare una soluzione”.

 

 

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