
Si è aperto questa mattina davanti ai giudici della Corte d’assise del tribunale di Reggioil processo contro Pietro Fontanesi, l’ex vigile urbano accusato di avere ucciso la sera del 7 maggio 1992 il chirurgo Carlo Rombaldi davanti al garage della sua abitazione in via Fabio Filzi.
Un delitto che per 20 anni è stato classificato come “cold case”. Poi la svolta nel maggio scorso quando gli inquirenti hanno rintrovato la pistola appartenuta a Fontanesi: l’arma che sarebbe stata utilizzata per uccidere Rombaldi. Secondo l’accusa l’ex vigile, all’epoca vicino di casa del medico, avrebbe agito in seguito ad una banale lite.
Il processo si annuncia lungo e complesso. L’accusa, rappresentata dal pm Maria Rita Pantani, porterà in aula intercettazioni, rilievi balistici e testimonianze che indicherebbero un unico colpevole. Ma Fontanesi continua a dichiararsi innocente.
Nel corso della prima udienza, alla quale ha partecipato lo stesso imputato, il pm Pantani ha elencato i testimoni dell’accusa:in tribunale comparanno i familiari di Fontanesi e la vedova di Rombaldi, i colleghi dell’ex vigile e alcuni medici che all’epoca lavoravano nel reparto di Chirurgia e che avevano cenato con Rombaldi la sera del delitto. Tra i testimoni anche residenti della zona di via Fabio Filzi, gli agenti che sguirono le indagini e l’attuale comandante dei vigili Antonio Russo.
Poi è stata la volta degli avvocati di Fontanesi, Giovanni e Giancarlo Tarquini, e quelli di parte civile che tutelano la moglie, i due figli e il fratello di Rombaldi. La difesa ha chiesto una nuova perizia sull’arma.
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