Gli anni ’20 – ’30 in Germania son gli anni nell’ascesa nazista – discorso simile, con risultati artistici in parte differenti, per l’Italia, anche a causa di presupposti sociali e culturali non trascurabilmente diversi.
La Germania aveva perso la Prima Guerra Mondiale, si trovava un popolo (uno Stato) non solo povero, ma martoriato e sofferente per milioni di perdite e con un ingente patrimonio di reduci, mutilati, vedove e orfani. E speculatori che, in esigua quantità, arricchivano a dismisura sulle rovine della Nazione (non percepite anche voi un deja vù?).
Questo è l’incubo abitato da sciacalli, approfittatori, poveracci delle opere di pittori tedeschi che dagli anni ’20 fino all’affermazione nazista (saranno poi in gran parte considerati “degenerati” e quindi eliminati dall’arte ufficiale nazionale) riprodurranno con oggettività tutt’altro che fredda la società tedesca.
La nuova oggettività che, oltre che al titolo della mostra, si riferisce al clima pittorico rappresentato (non una scuola, non una corrente vera e propria) ha di oggettivo il richiamo allo stile – che in gran parte perde l’approssimazione e la violenza espressionista per ritrovare il gusto della forma e del disegno classico, della rappresentazione non espressiva.
Con la sconfitta nella Prima Guerra mondiale, con lo sfacelo di vittime e devastazione di forma e dimensione mai vista a cui va incontro in Novecento, persa la fiducia nell’uomo si cerca fiducia nelle cose, nella loro rappresentazione esatta.
E questa pittura rappresenta in modo esatto e puntale l’orrore, la povertà, l’impoverimento fisico e morale.
E lo fa con la grande, grandissima profondità della pittura tedesca unita alla sua capacità di pensiero.
Amo questo stile, e questa mostra in particolare, perché è spietato, allergico ad ogni indulgenza sentimentale e patetica, crudele, intensamente desideroso di guardare alle cose e ai fatti con freddezza e lucidità.
E malgrado questo rimane un’arte tutt’altro che fredda o ottusamente intellettuale, ma anzi immediatamente comunicativa. Solo che ciò che ci viene detto è drammatico, corrosivo, profondamente triste.
Se andrete fino a Venezia prestate particolare attenzione a Christian Schad, che non mancherà di colpirvi per il suo stile perfetto e inquietante; le fotografie di August Sander precise e impietose; Otto Dix, pittura e opera grafica crudele e toccante.
Questa mostra, terribile e lucida, segna anche a mio avviso il “cosa avrebbe potuto essere” se, vinta la paura la Germania avesse saputo imboccare la strada della consapevolezza e non quelle della svolta reazionaria. Quale gigantesco patrimonio di pensiero, di intelligenze, di risorse intellettuali e ideali avrebbe saputo dare all’Europa intera se questi pittori non avessero rappresentato in fondo una componente minoritaria della società.
Valutazione:☺☺☺☺
Consiglio di visione: Quella del Novecento è spesso una bellezza difficile, spigolosa, intellettuale. Questa mostra coincide in pieno alla descrizione, ma con l’attenuante di possedere un’estetica fredda e toccante allo stesso grado. Conturbante.