Scrive Stefano Feltri, dalle pagine di quel bell’esemplare del giornalismo internazionale che è Il Fatto Quotidiano (del quale è nientemeno che Vice Direttore) che, fino a quando gli “intellettuali pubblici su giornali e tv continueranno a essere solo giuristi, scrittori e sociologi, c’è poca speranza che le cose cambino. Lo giuriamo: ha proprio scritto così, non abbiamo parafrasato una solo virgola. Lo stato di cose che dovrebbe cambiare (si presume, dato il tono della chiusa, che la mutazione fosse nei Desiderata) è questo flagello tutto italiano di voler far studiare i figli un po’ dove pare a loro, facoltà umanistiche comprese, cosa che alla fine del corso di studi può solo generare uno tsunami di disoccupazione ulteriore ad infierire sulla già vasta palude di disoccupazione attuale.
Per quanto spesso ci siamo sorpresi a fare le stesse affermazioni (“Davvero hai scritto nel curriculum che sei laureato in “Anabasi Spiticuta come fosse Antani del Teatro Bizantino”? Aahahahaha!”), cosa che specialmente alla terza media (nel senso di birra) ci viene facilissimo, ci siamo sempre ben guardati dallo scrivere una simile verità. Per una lunga serie di motivi, non ultimo dei quali il fatto che si tratta perlopiù di una colossale baggianata. L’articolo, pubblicato il 13 agosto sotto la sezione Economia (dove altro, sennò?) si intitola “Il conto salato degli studi umanistici”, e se si fosse fermato al titolo sarebbe stato anche condivisibile.
Dopodiché, la comprensione superficialissima e parziale di una specie di ricerchetta pubblicata dal CEPS, Centro Europeo per le Politiche dello Studio, lo porta su lidi l’approdo ai quali non può che avvenire in odor di naufragio. Feltri, laureato in Economia alla Bocconi, dimostra come i soldi di famiglia siano stati ben spesi: in effetti, dal suo scritto traspare una incomprensione pressoché assoluta di materie quali antropologia, sociologia, psicologia sociale, per non dire di sciocchezze quali statistica e metodologia della ricerca, tutte cose che a chi studia Economia, come abbiamo avuto modo di vedere da quando esiste l’augusta figura dell’Economista (pensate, si sono inventati di essere una scienza), fanno assolutamente ombra. E giustamente; per chi paga i conti salati della Bocconi, al contrario, è una gioia infinita vedere che i proprio sghéi vanno pagando lezioni tenute da Briatore nelle quali Esso insegna che nella vita studiare non serve. Più chiaro di così.
Quindi, gli strali su Feltri risultano ingiusti: non è mica colpa sua se finisce col citare una ricerca condotta con metodologie che farebbero rabbrividire una matricola, con oscure finalità e spiegata pure male. Nella ripresina postuma dell’articolo, per onestà, il Nostro lo conferma: scusate, non avevo capito niente, anche perché era incomprensibile, quindi ho ragione comunque io quando scrivo che gli studenti coi voti più bassi si buttano sulle Lauree umanistiche per una specie di istinto da lemmings che li porta a desiderare di fallire nella vita, mentre invece “ (…) I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza (…)”. Veramente, lo studio – pur risibile – suggerisce che il problema sia poi solo di Francia, Italia, Ungheria e Slovenia, nazioni in cui vige una “cultura del machismo”, giuriamo, dice proprio così.
Il fatto che in Francia un sociologo sia pagato,e anche bene, mentre qui da noi un matematico o un fisico se va grassa e se vincono un concorso vanno a prendere 1300 Euro al mese non sembra incrinare la fiducia in se stessi né dei ricercatori, né del Feltri. Il quale, dall’alto dei suoi studi da economista bocconiano, certamente immagina un mondo perfetto in cui a parlare di materie umanistiche siano ingegneri, fisici e matematici, e perché no, anche idraulici, lì sì che si trova sempre da lavorare, e anche da scopare, sebbene non tanto come nei vecchi film porno. Il fatto che fino a pochi decenni fa se non avevi una laurea (o un diploma) in discipline umanistiche non ti era concesso manco morto di andare a dirigere un’azienda o di intraprendere una ricerca sociale evidentemente non sfiora nessuno di costoro; come non li sbilancia il plateale fallimento di tutti quei sistemi scolastici che si basano solo ed esclusivamente sulle materie per le quali si cerca manodopera in seguito, da quelli che si sono fissati sugli odontoiatri a quelli che sfornano avvocati, dagli ingegnerifici fino a quegli Atenei che ospitano corsi pagati da Burger King nei quali allo studio del Marketing Internazionale si alternano stage di preparazione hamburger (esistono, esistono).
Trovare lavoro in seguito agli studi che si sono fatti è fantastico, davvero. Il sistema attuale dei corsifici di alta e basa formazione, nel quale rimarchiamo la solida presenza della Bocconi di cui sopra (la cui qualità è più nella frequentazione dei vicini di banco che nella bontà dei corsi) è certamente miserevole sotto molti profili, non ultimo quello della spocchia del titolone a tutti i costi. Nonostante questo, siamo dell’idea che anche una formazione umanistica nel mondo del lavoro possa trovare il suo ruolo e scopo; ad esempio, nel giornalismo, invece di far scrivere gli articoli ad un economista, o nella sociologia metterci un sociologo anziché un calciatore, a dirigere il personale uno ferrato in psicologia anziché la velina amante dell’industrialotto, negli studi legali i meritevoli e capaci anziché i figli di papà, a parlare di storia gli storici anziché i nostalgici, cose così, insomma.
Il fatto che in Italia tutto ciò sia utopistico non deve far pensare che studiare materie umanistiche sia inutile: deve far pensare che viviamo in un Paese che, per usare un largheggiante, generosissimo eufemismo, è gravemente imperfetto. D’altro canto, su con la vita: il geniale saggista (economo, finanziere, statistico) Nassim Taleb, come al solito irriverente e caustico, osservava come non ci sia alcuna prova del fatto che il benessere di un Paese derivi dalla quantità di studi superiori dei suoi abitanti, essendo fino ad ora sempre verificatosi che la ricchezza sia sempre stata creata da gente vieppiù ignorante. Il fatto che questa frecciata sia assolutamente innegabile, così come anche il fatto che Taleb vive dei suoi investimenti e si rifiuta di prendere sul serio gli economisti ed i finanzieri, a noi dà sempre un po’ da pensare.