Ungheria 1956. Per non dimenticare

Il prof Fieschi ricorda l’invasione sovietica
Manifestazione degli universitari, 23 ottobre 1956

Roberto Fieschi

Mentre ero a Uppsala con una borsa di studio, il 23 ottobre nell’Ungheria socialista esplose l’insurrezione nazionale antisovietica, che durò fino all’11 novembre, quando fu definitivamente repressa dall’intervento armato delle  truppe sovietiche.  Morirono circa 2650 Ungheresi (di entrambe le parti, pro e contro la rivoluzione) e 720 soldati sovietici; i feriti furono molte migliaia e circa 250.000 furono gli ungheresi che lasciarono il proprio Paese rifugiandosi in Occidente.

Nella primavera-estate 1956 si erano fatti sentire in Ungheria gli effetti del XX Congresso del Pcus;  riaprendo la dialettica politica nelle file stesse del Partito comunista ungherese. Il fallimento della politica economica, i salari inadeguati al costo della vita, la diffusa povertà e gli abusi dell’apparato repressivo alimentarono la profonda insoddisfazione della gente. Il 23 ottobre 1956 a Budapest un largo corteo popolare di solidarietà con la rivolta di Poznan in Polonia degenerò in scontri a fuoco localizzati tra unità della polizia politica e gruppi di dimostranti. La formazione del governo Nagy non impedì tuttavia che gli scontri armati divenissero guerra aperta. Tra il 23 e il 28 ottobre la rivolta divampò a Budapest e nel resto del paese.

Manifestatnti abbattono la statua di Stalin

Il Partito comunista cessò virtualmente d’esistere in forma organizzata. Il governo Nagy tentò di svolgere il ruolo di mediatore tra il popolo insorto e l’alleato sovietico. I Consigli operai e contadini formularono proposte dettagliate per un governo di coalizione: la cessazione del fuoco, il ritiro dei sovietici, l’abolizione della polizia segreta, libere elezioni e l’uscita dal patto di Varsavia; questa fu forse la richiesta che più allarmò l’URSS. Tra il 29 ottobre e il 3 novembre parve che le truppe sovietiche si ritirassero come pattuito nella tregua del 28. Nel frattempo J. Kádár, nuovo segretario del partito, dissociatosi in segreto dal governo di Nagy per timore che la politica conciliante verso i vari gruppi d’insorti minasse l’esistenza stessa della repubblica popolare, si appellò all’aiuto sovietico. Quando la crisi internazionale di  Suez spostò l’attenzione mondiale sull’Egitto (30-31 ottobre), il Cremlino decise l’intervento. In tre settimane (3-20 novembre) i carri armati sovietici annientarono le forze ungheresi rivoluzionarie.

Le reazioni nel PCI

La rivolta in una strada di Budapest

Togliatti appoggiò senza esitazioni l’intervento sovietico e L’Unità definì gli operai insorti “teppisti” e “spregevoli provocatori”. Allora dominava la concezione del ruolo del Partito comunista come inseparabile dalle sorti del campo socialista guidato dall’URSS, contrapposto al fronte “imperialista”. La rivoluzione ungherese portò a una significativa caduta del sostegno alle idee del comunismo nelle nazioni occidentali; diversi intellettuali deplorarono l’intervento sovietico nel ” Manifesto dei 101″, alcuni si dimisero dal Partito. Anche la CGIL, con Di Vittorio,  prese posizione a favore degli insorti.

A Uppsala mi sentivo isolato dall’acceso dibattito politico che si svolgeva in Italia. Il mio amico e compagno Gigi mi mandava ogni settimana un pacco con i numeri dell’Unità; quando il pacco arrivava mi chiudevo in casa e leggevo scrupolosamente le pagine politiche. Come molti altri compagni in Italia, anch’io ero fortemente scosso, ma decisi di non uscire dal partito. Ho anche mandato alla mia Sezione un intervento da presentare al Congresso del partito che era in preparazione, una cauta difesa dell’esigenza di democrazia. Il segretario della Sezione, Libero Traversa, l’ha inserito in un libretto sulla storia della Sezione Serrati.

Giuseppe Di Vittorio

Raymond Arond ne L’opium des intellectuels ha scritto che il comunismo, sotto le apparenze della scienza, costituiva un credo religioso impregnato di speranze di salvezza e i suoi adepti manifestavano un rifiuto ostinato delle verità più insopportabili. C’è del vero, ma il nostro comunismo italiano per fortuna non era solo questo. E la critica alle società occidentali, democratiche e liberiste, con le loro sacche di povertà e di ingiustizia, i complotti della Cia, l’appiattimento sulla politica estera americana, aveva solide basi. Anche ad essa si deve la nostra solida scelta di campo.

Scelta che tuttavia non significava che il Pci si proponesse di applicare in futuro anche in Italia il modello offerto dall’URSS; il “campo socialista” invece era per noi il retroterra per realizzare la via italiana al socialismo.

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