In Emilia-Romagna sono 108.200 le famiglie in condizioni di disagio abitativo, il 32% rispetto al totale degli affitti. Le case popolari, di contro, sono in tutto 55mila in regione: molte meno del necessario, e spesso abitate da persone più ricche di quelle che ne sono escluse. Il divario tra reddito famigliare e costo dell’alloggio sale nelle aree urbane. A Bologna, infatti, si trovano 20.100 nuclei in gravi difficoltà, il 40% del totale degli affitti (al netto di quanti abitano in un alloggio Erp).
Sono dati contenuti nel rapporto sulle “Dimensioni e caratteristiche del disagio abitativo in Italia”, redatto da Nomisma in collaborazione con Federcasa e Anci, dal quale emerge come l’Emilia-Romagna non si discosti molto dalle dinamiche nazionali.
Gli sfratti per morosità in regione, ad esempio, aumentano ad un ritmo del 7,5% in più all’anno, solo leggermente meglio del dato nazionale dell’8%. E questo nonostante negli ultimi anni “si sia ridotto lo scostamento, che però resta rilevante” tra redditi e costo della casa, spiega Luca Dondi di Nomisma. L’affitto, più utilizzato nelle grandi aree metropolitane, resta una scelta obbligata per le fasce più povere della popolazione: tra questi gran parte dei nuclei di origine straniera.
A livello nazionale il disagio economico legato all’abitazione riguarda invece 1,7 milioni di famiglie: per 1,3 milioni di famiglie si parla di disagio acuto.
Tra i miti sfatati dallo studio, quello degli stranieri entrati a valanga nelle case popolari. A Bologna sono il 14,5%, contro una domanda che rappresenta ormai il 57,2%. Il problema è, semmai, lo scarso turnover nell’Erp. Ne è prova il fatto che le giovani coppie siano praticamente assenti dagli alloggi pubblici. “Non ci sono i ricchi nell’Erp, ma una fascia che può essere accompagnata fuori dell’Erp – chiarisce Dondi – forse non sono persone in grado di sostenere i canoni di mercato, ma canoni agevolati sì”.
La vice presidente della Regione Elisabetta Gualmini sottolinea “l’eccesso di enfasi sull’emergenza abitativa”, e mette invece al centro dell’attenzione il dualismo tra chi è dentro e chi è fuori dalle case popolari. “Gli oltre 30mila nuclei fuori dall’Erp sono persone tendenzialmente più giovani, ci sono molti stranieri e nuclei sempre più numerosi. Dentro, oltre il 60% dei nuclei è composto da una o da due persone, con età media alta. Ci dovremo chiedere a chi serve l’Erp”. L’unica soluzione per Gualmini è “portare il tasso di rotazione, che oggi è all’1%, almeno al 4-5%. Chi ha 400mila euro in banca deve uscire, ma secondo me è giusto esca, con gli scivoli del caso, anche chi ha un reddito che si avvicina al reddito medio del cittadino emiliano-romagnolo”.
Per questo da giugno la Regione prevede un abbassamento della soglia di accesso all’Erp (oggi si entra con un Isee di 17.000 euro) e la riduzione della distanza tra il limite di reddito per l’accesso e quello per la permanenza, con una forbice tra i due compresa tra il 20% e il 60% (attualmente il limite di reddito per la permanenza è il doppio di quello per l’accesso). L’assessore regionale al Welfare conta così di fare entrare nell’Erp tra i mille e i 1.500 nuclei all’anno “mentre quelli in decadenza verranno accompagnati se necessario verso nuove soluzioni abitative come il social housing o lo smart housing”. Il presidente dell’Anci regionale, Daniele Manca, però avverte: “Abbiamo bisogno di incentivare la mobilità, ma senza abbandonare il pilastro pubblico dell’Erp. Il rischio è alimentare conflitti, occupazioni e disagio”.