Una nuova vita per l’opera lirica, intervista a Carlo Fuortes

Le voci contano ma è indispensabile un progetto che comprenda e unifichi tutto

Nel torturato dibattito se l’opera lirica abbia o non abbia ancora vita, se i giovani possano o meno amarla, se sia ancora una forma artistica popolare, il sovrintendente del Teatro del Maggio musicale fiorentino, Carlo Fuortes, in carica da un solo anno dopo un precedente periodo di commissariamento, da parte di Onofrio (Ninni) Cutaia, del teatro che era sull’orlo della liquidazione e adesso è già rilanciato, ha le carte in regola per dirci qualcosa. Nato come manager culturale, Fuortes è il sovrintendente forse con più esperienza in Italia, è stato ad del romano Auditorium Parco della Musica, commissario del teatro lirico  Petruzzelli di Bari e dell’Arena di Verona, sovrintendente all’Opera di Roma. Per citare solo i suoi più importanti incarichi musicali, oltre ai tanti altri artistici e culturali, tra cui quello di ad della Rai.

 Ora il teatro sta per inaugurare, sabato 13 aprile, il 78* Festival del Maggio musicale fiorentino con il nuovo allestimento, per la regia di Emma Dante, della Salome di Richard Strauss, diretta da Alexander Soddy, il britannico giovane direttore d’orchestra oggi più richiesto della sua generazione. Fuortes è tanto contento del rilancio da irrompere impetuosamente nella conversazione ancora prima che inizi: “Meglio di quanto credessi, è andata ancora meglio di quanto mi ero posto come obiettivo”.

 Si spieghi sovrintendente .

“Uno dei motivi che rendono la situazione del teatro più rosea di quanto immaginassi, è la risposta del pubblico. Nel 2022 erano entrati in cassa 3 milioni dai biglietti, nel ‘23 erano stati 3,3, nel ‘24 si era arrivati a 3,5. Adesso abbiamo fatto tre milioni nei soli primi due mesi dell’anno e prima che inizi il Festival che attrae spettatori dall’Italia e dal mondo.Presto supereremo i 3,9 milioni del  budget preventivato per l’intero anno. Se questo non è un successo”.

 Un successo finanziario e economico, dunque.

“Un successo in generale, anzi la base di tutto perché significa, ancora più dell’utilità economica, che hai conquistato pubblico. Il pubblico è la cosa più importante per un teatro. Aumentare le vendite dei biglietti serve molto finanziariamente, ma quello che soprattutto conta è il rapporto con il pubblico. Se gli spettatori crescono significa che hai creato un rapporto con loro, che te li sei fidelizzavi, che sei riuscito a farti una buona reputazione”

 E come se lo conquista il pubblico, il teatro lirico?

 “Con la qualità di quello che fa. Se noi offriamo un bellissimo lavoro, un lavoro di qualità, le persone sono intelligenti e lo capiscono, anche quelli che non avevano mai varcato le porte del teatro. Ricordandosi che oggi non sono più le grandi voci a fare la differenza, anche se è ovvio che i cantanti devono essere bravi. È, piuttosto, un insieme di fattori, tutti di qualità, che integrandosi fanno sì che lo spettacolo funzioni. Fidelizzando chi già in teatro c’era e attraendo pubblico nuovo, compresi i giovani che vogliamo godano della bellezza del teatro di cui l’opera è la componente più emozionante. Tra parentesi, io di giovani agli spettacoli ne vedo, a Firenze più numerosi che altrove”.

 Qual’ è il mix vincente?

“La scelta di una certa programmazione, di alcuni direttori, le compagini artistiche di livello, un cast funzionante dal primo all’ultimo dei componenti, la regia, un’importante capacità tecnica quanto a scene e costumi. È l’insieme che fa la qualità. Contano perfino le immagini per i titoli. Il teatro contemporaneo non lo fanno, lo ripeto, solo le voci, ma è indispensabile un progetto che comprenda e unifichi tutto per essere all’altezza di parlare con gli appassionati ma anche per crearne di nuovi”.

 Dunque la lirica può ancora attrarre le nuove generazioni?

 “Basta non pensare che sia solo un museo della grande tradizione. I linguaggi dell’opera contemporanea sono tanti, non solo la musica in quanto tale.Bisogna rispettare l’intenzione dell’opera e dell’autore. Il resto è assolutamente libero. Attualizzare o non attualizzare la scena, ce lo si domanda di continuo, ma non è il punto: si può fare questo o quello. Piuttosto, sempre nel rispetto di cui ho parlato, si deve modificare anche il linguaggio musicale. È cambiato l’occhio ma anche l’orecchio. Lo spettacolo è una cosa viva e mutevole, va conservato il significato originario ma adattandolo al sentire dei tempi. Un’opera non può rimanere identica negli anni, altrimenti non torneremmo mai a sentirne nuove edizioni. Per esempio  è molto difficile riprendere regie vecchie ancorché carismatiche, oggi i gusti sono diversi e molteplici. Se vuoi rispettarli tutti devi fare programmazioni molto articolate che comprendano le diverse sensibilità – l’opera italiana, quella francese, quella russa – e che vadano dal barocco al novecento, alla contemporaneità. Solo così faremo un’opera educativa. Noi facciamo un lavoro bellissimo come quello  di dare piacere alle persone, più hai conoscenza delle cose e più hai piacere”,

 A proposito dei giovani, circola l’idea che per attrarli in un teatro lirico e farlo diventare loro familiare bisognerebbe anche farci dei concerti pop. Lei che ne pensa? 

 “Che noi abbiamo i finanziamenti pubblici e se andiamo a operare in un settore tipicamente privato dobbiamo stare attenti a evitare una concorrenza scorretta. Se si fa il paragone con la varietà di offerta del Parco della Musica ci scordiamo che a Firenze c’è una quantità di iniziative e luoghi,  consolidati e con un’offerta musicale diversa,  più vasta che a Roma, soprattutto, in rapporto alla popolazione. Penso sia sbagliato gettarsi nella competizione. Altro discorso è fare delle collaborazioni cui già stiamo lavorando e lavoreremo sempre di più . Abbiamo appena fatto uno spettacolo con Bollani, faremo altro. Ma da qui a istituzionalizzare concerti pop c’è differenza”.

 Ci racconta come è arrivato al Teatro del Maggio ai tempi in gravi difficoltà?

“Guardi, inizialmente mi era stato proposto di fare il commissario ma non volevo, lo avevo già fatto abbastanza , non volevo più rimediare, mi interessava costruire. Ho invece accettato volentieri la carica di sovrintendente, ma a quel punto  la situazione era già stata risolta dal commissario e i soci avevano contribuito a risanare. Ora si trattava di costruire un progetto e questo sì che mi interessava, soprattutto in un grande teatro come il Maggio che ha una delle tre migliori orchestre esistenti a  livello nazionale e internazionale, una bellissima sala dell’opera con un’incredibile acustica e un Auditorium per i concerti, dove l’acustica si dice che sia la migliore d’Italia, più una cavea all’aperto in cui allestire anche opere d’estate. È un teatro che ha ancora una grande reputazione nel mondo che ho scoperto non essere stata intaccata dagli ultimi anni tempestosi. E quello che si indica da più parti come il suo difetto, ossia di essere  troppo grande, io lo considero un’opportunità perché può accogliere tanti spettatori, permettendoci una politica più articolata sui prezzi dei biglietti e anche sconti, come per esempio la Maggio Card per i giovani, pur restando  in equilibrio economico. Peraltro abbiamo biglietti meno costosi che altrove e non è vero che alzando il prezzo si incassi di più, semmai  il contrario. Purché i biglietti si paghino, è meglio facilitare l’ingresso al pubblico”.

 Non ha un direttore musicale. Non crede di nominarlo?

“Certo, il direttore musicale deve esserci ma per un teatro come questo non ne possiamo scegliere uno che non sia all’altezza. E per farlo ci vuole molto tempo, perché chi è bravo ha impegni. L’ultimo, Daniele Gatti, è andato via appena questo dicembre, io sono qui solo da un anno, avremo il nuovo direttore a fine anno. Dico solo due caratteristiche: deve essere giovane e non importa se italiano o straniero”.

 A proposito di età, i sovrintendenti italiani, la cui pensione scatta a 70 anni, sono quasi tutti di una certa età. Non per giovanilismo, ma non avete una seconda fila?

“Purtroppo è vero, e il guaio è che vari miei colleghi non riusciranno a completare il mandato quinquennale Io sono contento di poterlo finire a Firenze, perché la mia età pensionabile coincide con la fine del mandato. Ma l’invecchiamento è un grande difetto di tutte le dirigenze italiane cui bisogna assolutamente porre rimedio. Muti aveva circa 30 anni quando venne al Maggio, Mehta una quarantina. Poi l’età si è alzata e dobbiamo cambiare”.

  Non ha neanche un direttore artistico.

“Questione diversa da quella del direttore musicale. Non ci vuole per forza. I teatri sono organismi e come tali sono vivi, diversi gli uni dall’altro, mutevoli e vanno valutati a seconda delle situazioni e dei momenti. Io qui ho trovato ottimi collaboratori, non mi sono portato dietro neanche una segretaria. Per ora non vedo perché cambiare visto che  funziona, poi vedremo. D’altra parte, il duo sovrintendente e direttore artistico era inevitabile quando i teatri lirici erano pubblici e i sovrintendenti dovevano solo pensare a spendere bene i soldi, ma nelle Fondazioni è comunque indispensabile che si occupino anche della parte artistica. E in ogni caso noi siamo avanti con la programmazione, cosa importante perché il pubblico si organizzi e venga. L’intera stagione 2026 sarà annunciata già a giugno e stiamo lavorando a quelle dal 2027 al ‘29, alcune parti già a buon punto ”.

 Per sommi capi, in cosa consiste il progetto che sta costruendo per il Maggio?

“Conservarne la caratteristica peculiare che lo ha lanciato nel mondo, ossia coniugare la grande tradizione con l’innovazione. Fu il primo, negli anni ‘30, di tutti i festival e i grandi teatri, a inaugurare la convivenza tra tradizione e nuovi titoli che ha sempre attratto e fa ancora risonanza nel globo. Poi, costruire un teatro moderno e popolare, capace di parlare a un suo pubblico il più largo possibile. Infine, essere sostenibili, dunque tenere i conti in equilibrio finanziario e economico”.

 E dopo lo sconquasso a lei precedente, questo equilibrio lo avete raggiunto?

“Sì, Non abbiamo più un debito se non in 20 milioni con lo Stato per il prestito della legge Bray del 1913 che non possiamo, per norma, restituire d’un colpo se non a un milione e cento l’anno, il che non costituisce un problema. Mentre il bilancio 2024 si annuncia con un utile assai superiore ai 400 mila euro previsti”.

In foto Carlo Fuortes

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