Firenze – Oggi 11 dicembre alla Biblioteca delle Oblate si terrà alle 17 la tavola rotonda Pasolini tra passione e ideologia in Italia e nel mondo. L’incontro è organizzato dall’Istituto Gramsci Toscano e curato da Gaspare Polizzi. Al centro della conversazione stanno tre libri recenti su Pasolini: Pasolini nel mondo.Mito, tradizione, immagini a cura di Salvatore Cingari e Siriana Sgavicchia, che raccoglie i contributi del convegno su “Mito, tradizione, immagini di Pasolini” svoltosi all’Università per Stranieri di Perugia; In difesa dell’umano, Pasolini tra passione e ideologia di Paolo Desogus; Pasolini inattuale. Corpo, potere, tempo di Giacomo Marramao. Il filo conduttore è costituito dall’ “inattualità” dell’opera pasoliniana, che esprime la tensione che intercorre tra il tempo del sentire di Pasolini e le tempeste del nostro presente e si propone di rifiutare ogni “canonizzazione semplificatoria e riduttiva”.
Secondo i promotori dell’incontro quella di Pasolini fu un’ “inattualità” anticipatrice che oggi si può interpretare come una riflessione viva e polemica, non estranea ai problemi angoscianti che emergono non solo in Italia ma anche fuori d’Italia, su scala globale. Nella serie convulsa di occasioni celebrative che si sono susseguite con inusitata frequenza molte hanno avuto un timbro apologetico, somigliate ad una sorta di laica santificazione che è tutto il contrario di ciò che domanda una rilettura critica di un autore protagonista da non mitizzare. Né da caricare di una visione profetica, valida anche sul piano strettamente politico. Si dovrebbe sapere che è sviante proiettare di un poeta o di un moralista poetico come Pier Paolo le esibite prese di posizione sulla contingenza , su processi da storicizzare e collocare nel loro tempo. Luigi Russo inventò in uno dei suoi ultimi contributi la categoria, di sapore kantiano, di “politicità trascendentale” per alludere ad una scrittura che suscitava allegorie o sensazioni da non restringere ad una puntuale cronaca o ad una plausibile sociologia.
I tre volumi scelti ben si prestano a sollecitare considerazioni effettivamente legate ad un’opera di straordinaria fecondità, quale che sia il giudizio d’insieme che se ne intenda dare o la ricezione che si punti a promuoverne. Lo spigliato pamphlet del filosofo Giacomo Marramao edito in nuova edizione da Mimesis muove da una testimonianza tramandata per frammenti dal dialogo che si svolse a Firenze, il 6 settembre 1975, a Firenze durante il Festival nazionale dell’ “Unità” tra Cesare Luporini e Pasolini . Ero presente e rammento bene quello scambio, del quale Marramao trascrive soltanto brani di Pasolini tratti da una registrazione carpita al volo. “Si stanno distruggendo – afferma un Pasolini scuro in volto e mascherato da occhialoni neri – le varie culture particolari, i vari universi regionali, che rappresentano le culture reali, il pluralismo su cui si è sempre fondata l’Italia”. Il dinamismo di questo nuovo modo di produzione capitalistica è alimentato da tre fattori: “la grande quantità, il superfluo e l’ideologia edonistica”.
È l’invettiva contro l’omologazione, tematica ossessivamente replicata. Un nuovo potere sta unificando un’Italia che mai era stata davvero unificata. A resistere è il “Paese comunista”, che si trova al Nord. Ad opporsi è l’isola dei giovani comunisti blanditi in quanti portatori del desiderio di una cultura nuova, libera e non schiavizzata dall’ “imposizione violenta e totale e volgare del consumismo”. Sarebbe errato criticare oggi Pasolini rilevando gli sviluppi che si sono avuti. La nostalgia per una vitalità arcaica permeava una percezione dolorosa e innegabile di un futuro distruttivo. Ma l’impegno da profondere era capire come si potesse conservare la vitalità che si andava perdendo tentando di correggere o eliminare i lati oscuri di un avanzamento – non dico progresso – foriero di condizioni e contraddizioni non necessariamente votati ad una cattiva modernità. Con il Moderno era decisivo confrontarsi e affrontarlo realisticamente, non esorcizzarlo voltandosi indietro. Marramao conclude esaltando l’eredità di Pasolini come il lascito di un “pessimista radicale”, che alza il suo inno alla vita non diversamente da Pascal e da Leopardi. Soffermandosi, dunque, su un sentire soggettivo che rimuoveva dal discorso la concretezza quotidiana della lotta politica.
Cingari e Sgavicchia a premessa degli Atti del Convegno tenutosi e Perugia nel dicembre 2022 (sempre editi da Mimesis) mettono in luce essenzialmente i caratteri dell’impegno di Pasolini, che tanta risonanza conquistò nel mondo e concordano con Roberto Esposito nel collocare il poeta tra i pensatori la cui opera “sporge sulla vita”, richiamando in questo una tradizione italiana che va da Dante e include Machiavelli, Vico, Gramsci, Leopardi fino a Pasolini. Tesi generosa: quanto in Pasolini giocava il suo ambiguo protagonismo come voce della società che proclamava di combattere? La bella ricerca di Paolo Desogus non è riassumibile in poche parole. Basterà dire che anche questo massiccio volume sta dalla parre di chi vede Pasolini come fautore di un progresso che si batta contro le tecnologie se esse non s’innestano in un ethos collettivo, se non difendono l’ “umano” , che stenta a finalizzarle al benessere da condividere. Minacciato oggi più di quanto si tema.