Siamo al 5° appuntamento con Leggere la Bibbia, ciclo di incontri organizzato da Fondazione Francis Bacon con Biblia-Associazione laica di cultura biblica: sempre alle ore 16,30 nell’Auditorium Terzani della Biblioteca San Giorgio di Pistoia, venerdì 29 maggio è questa volta in programma Tradurre l’alterità: sfide teoriche e filologiche della traduzione biblica. Il caso della Bibbia Einaudi, con il Prof. Federico Giuntoli, biblista delPontificio Istituto Biblico di Roma, co-curatore e co-traduttore di Bibbia, Einaudi
Il tema dell’incontro con lei è certo non semplice, soprattutto se consideriamo che avrà un pubblico ben più vasto dei soli “addetti ai lavori”. Le chiedo, quindi, come intende approcciare il “tradurre l’alterità”, appunto come sfida teorica e filologica che presuppone lo studio e la ricostruzione anche dei testi biblici più antichi, per renderli comprensibili a un uditorio articolato.
Per prima cosa, nel mio intervento cercherò di mettere in evidenza la distanza che separa il modo di costruire il pensiero e le frasi nelle lingue semitiche antiche – in particolare l’ebraico e, per alcune sezioni della Bibbia, l’aramaico – dai nostri abituali canoni sintattici. È proprio questa distanza a rendere complesso il lavoro del traduttore: non sempre esiste un equivalente immediato nelle lingue moderne, e ciò vale in modo particolare per molte forme idiomatiche, di cui i testi biblici sono ricchi. Questo è il primo messaggio che vorrei far passare all’ascoltatore: ogni traduzione presuppone uno sforzo di mediazione, perché deve rendere accessibile un testo senza cancellarne la sua alterità. Tradurre la Bibbia non significa semplicemente trasferire parole da una lingua all’altra, ma comprendere un mondo linguistico, culturale e religioso molto lontano dal nostro.
Un altro aspetto che mi sta a cuore proporre riguarda la distanza tra “allora” e “oggi” nel modo di parlare di Dio. Nei testi biblici, Dio viene spesso descritto attraverso immagini corporee, affettive e relazionali: si parla del suo volto, della sua mano, del suo braccio, della sua ira, della sua compassione. Sono antropomorfismi e antropopatismi che non vanno letti ingenuamente, ma nemmeno neutralizzati troppo rapidamente. Essi appartengono al linguaggio concreto della Bibbia e alla sua capacità di dire il divino attraverso categorie umane.
Naturalmente, la successiva mediazione greca e poi cristiana ha inciso profondamente sul modo in cui questi testi sono stati letti e recepiti. Tuttavia, occorre distinguere bene i piani: le Scritture ebraiche non parlano ancora del Dio incarnato della fede cristiana, ma ricorrono a immagini fortemente corporee e affettive per esprimere la vicinanza, la misericordia, la collera o la fedeltà di Dio. È anche questa plasticità del linguaggio biblico a costituire una delle sfide più delicate per chi traduce.
È secondo questa prospettiva che la bibbia va letta come una raccolta di libri, per di più generati nello spazio di molti secoli?
Quando si parla di Bibbia, bisognerebbe sempre ricordare che non ci si trova davanti a un libro unico nel senso moderno del termine, ma a una vera e propria biblioteca, nata lungo un arco di molti secoli. I testi biblici sono stati composti, trasmessi, rielaborati e raccolti in epoche diverse, da autori e ambienti differenti. Per questo parlare di traduzione biblica significa inevitabilmente parlare anche di filologia: occorre capire il testo, la sua storia, il suo lessico, le sue stratificazioni, prima ancora di provare a renderlo in una lingua moderna.
Una difficoltà particolare riguarda i cosiddetti hapax legomena, cioè quei termini che compaiono una sola volta nel testo biblico. In questi casi il traduttore non dispone di altri passi con cui confrontare l’uso della parola, e deve quindi ricorrere alla comparazione con le lingue semitiche affini o con altre lingue del Vicino Oriente antico, come l’accadico, l’ugaritico e altre ancora, quando il confronto è pertinente.
Capire che cosa significhi davvero un termine, quale sia la sua origine e quale valore assuma nel contesto richiede pazienza, competenza e cautela. La difficoltà cresce ulteriormente nei testi poetici, come molti salmi o brani profetici. Un salmo, infatti, non è una prosa argomentativa: è poesia, e la poesia vive spesso di allusioni, parallelismi, immagini condensate, sottintesi. Per questo tradurre un testo poetico biblico è, in molti casi, più complesso che tradurre un racconto narrativo.
Sempre con riferimento al titolo della sua conferenza, si parla di “caso della bibbia Einaudi”, della quale lei ha curato la stesura del Pentateuco: perché va considerata un “caso”?
Esistono diverse traduzioni italiane della Bibbia: anzitutto quella della CEI, pubblicata nel 1974 e poi rivista nell’edizione del 2008; poi altre traduzioni, come la Nuova Riveduta, la Nuova Diodati e varie altre ancora. Ciascuna di esse risponde a criteri diversi, a destinatari diversi e, talvolta, anche a sensibilità confessionali differenti.
La Bibbia Einaudi costituisce un “caso” perché ha voluto proporre una nuova traduzione italiana dell’intero testo biblico secondo criteri filologici e letterari aggiornati, con un’impostazione non confessionale. Non si tratta, evidentemente, di “inventare” un testo nuovo, ma di tornare alle lingue originali – ebraico, aramaico e greco – per offrire una resa che tenga conto dello stato attuale degli studi e, nello stesso tempo, della leggibilità per il pubblico contemporaneo.
A cambiare, rispetto ad altre traduzioni, non è il testo di riferimento nel suo insieme, ma il modo di interpretarlo e di renderlo. Ogni traduzione comporta delle scelte: alcune più letterali, altre più esplicative; alcune più attente alla continuità della tradizione liturgica, altre più sensibili alla resa filologica, letteraria o culturale.
Il “caso” Einaudi nasce proprio da qui: dal tentativo di offrire una traduzione che non appiattisca le asperità del testo biblico, ma le renda comprensibili. Le nuove conoscenze linguistiche, filologiche e storico-culturali – anche grazie al confronto con testi e documenti del Vicino Oriente antico – permettono oggi di formulare ipotesi più precise e, talvolta, di rivedere traduzioni ormai consolidate.
Per questo ho scelto di organizzare il mio intervento partendo da una considerazione generale sulle sfide del tradurre, per poi passare ad alcuni esempi concreti. Attraverso il confronto tra diverse soluzioni traduttive, sarà più facile capire quali siano le difficoltà reali del lavoro: non soltanto rendere il significato delle parole, ma restituire, per quanto possibile, l’alterità del testo.
È un po’ il taglio proposto nel suo libro più recente – I diluvi di Dio. Dal mito mesopotamico alla bibbia pubblicato con Il Mulino nel 2025 – dove presenta il diluvio per come è considerato nella più nota versione biblica, ma anche secondo fonti precedenti di un migliaio di anni, rispetto al libro della Genesi. Perché è importante questa comparazione, e quali sono le analogie più ricorrenti e significative?
Come ogni grande testo della letteratura antica, anche la Bibbia è nata dentro un contesto culturale preciso, in dialogo e talvolta in tensione con altre culture del Vicino Oriente. Questo vale in modo particolare per il racconto del diluvio, che non nasce nel vuoto: prima della versione biblica, esistevano già tradizioni mesopotamiche sul diluvio, attestate in testi sumerici e accadici a partire dagli inizi del II millennio a.C., e poi rielaborate in opere come l’Atrahasis e l’epopea di Gilgamesh. Il volume I diluvi di Dio. Dal mito mesopotamico alla Bibbia affronta precisamente questa lunga storia di trasmissione e rielaborazione del mito.
La comparazione è importante perché consente di comprendere meglio sia ciò che la Bibbia condivide con l’ambiente culturale circostante, sia ciò che invece rielabora in modo originale. Nel racconto biblico del diluvio troviamo certamente elementi comuni con le tradizioni mesopotamiche: la decisione divina di mandare il diluvio, la figura di un uomo prescelto, la costruzione di un’imbarcazione, la salvezza di uomini e animali, l’approdo finale, il sacrificio dopo la catastrofe.
Tuttavia, non bisogna ridurre il testo biblico a una semplice copia del modello babilonese. È più corretto parlare di ricezione, trasformazione e reinterpretazione. Israele conosce, direttamente o indirettamente, un patrimonio narrativo diffuso nel Vicino Oriente antico, ma lo rilegge alla luce della propria teologia. Nel racconto biblico, per esempio, il diluvio non è soltanto un episodio mitico o cosmico: diventa una riflessione sul male umano, sul giudizio divino, sulla giustizia, sulla misericordia e sull’alleanza.
Le analogie sono dunque numerose e significative, ma lo sono altrettanto le differenze. È proprio nel confronto tra somiglianze e divergenze che il testo biblico rivela la sua specificità: non inventa dal nulla un racconto, ma assume un materiale tradizionale e lo trasforma in una narrazione teologica profondamente nuova.
In foto Federico Giuntoli