Firenze – La fragilità del corpo così pregnante nei capelli, che ne sono la componente più accessoria, e la forza opprimente di due grandi caldaie a lignite dismesse, che dal 1939 agli anni 80 hanno prodotto vapore ed elettricità. L’effetto è stato spiazzante per gli spettatori che hanno assistito all’installazione performativa “Senza titolo” di Romeo Castellucci che ha inaugurato la trentaduesima edizione del festival Fabbrica Europa.
La creazione del regista scenografo romagnolo, insignito dalla Biennale di Venezia del Leone d’oro alla carriera nel 2013, è stata allestita all’interno della torre costruita alla fine degli anni 30 del Novecento per ospitare la centrale termica della Fiat per la produzione aeronautica. Oggi è uno straordinario pezzo di archeologia industriale, appena restaurato e aperto al pubblico e di fatto inaugurato con il primo evento di Fabbrica Europa.
Divisi in piccoli gruppi, a distanza di mezz’ora l’uno dall’altro , gli spettatori vengono accompagnati all’interno della torre e fatti sfilare all’interno dello spazio in gran parte occupato dai perimetri in cemento delle due caldaie e da alte strutture metalliche. L’effetto teatrale è quello di un rito di iniziazione: il passaggio in un altrove che è tutt’altro che metafisico. Come se si fosse messi di fronte a un meccanismo che soprintende alla nostra esistenza.
E’ un po’ l’effetto che alla fine degli anni 70 produsse su coloro che seguivano i fermenti più interessanti del teatro di avanguardia, l’installazione “Ominide” di Claudio Remondi e Riccardo Caporossi. Gruppi minuscoli di spettatori venivano accompagnati in uno spazio spoglio e semibuio per trovarsi di fronte a uno strano simulacro di umanoide costruito con tronchi, ceppi e ramaglie. Un oggetto storto e primitivo, inquietante, che veniva custodito con sollecita devozione dai due artisti romani.
Qui l’impatto è dinamico grazie all’azione di otto performer (Annamaria Buroni, Stella De Stefanis, Andrea Fantauzzi, Siliana Fedi, Elena Sofia Forte, Ginevra Mazzoni, Livia Risso, Luca Tomaselli) che,si alternano di fronte a un tubo di metallo appeso alle strutture delle fornaci. Il tubo contiene un mcrofono che amplifica l’effetto del movimento reiterato dei capelli appesantiti dall’acqua, dall’alto verso il basso, con pause sempre uguali, curato da Gloria Dorliguzzo. Il ragazzo, l’uomo. la ragazzina, la giovane, la donna adulta, colpiscono il tubo con forza differente, più leggera, sommessa, quella della donne; più decisa quella maschile. Il colpo amplificato dei capelli dà il via a una serie di sonorità ideate e mixate da Nicola Ratti , come un colpo di gong, il segnale di obiettivo raggiunto.
Ma qual è questo obiettivo? Un rituale ancestrale? Un avvertimento? Castellucci lascia la risposta al singolo spettatore, senza dimenticare il luogo nel quale si trova. I gesti reiterati e l’esercizio della forza secondo le singole potenzialità, contiene anche il richiamo a un’industria pesante novecentesca, fordista, che imponeva agli operai gesti reiterati ed estenuanti. Qui i gesti sono più leggeri ma nella sostanza alienanti come quelli di Chaplin di Tempi moderni.
Un’altra ipotesi di lettura , al contrario, potrebbe essere la rivincita dell’uomo contemporaneo sulla pesantezza e l’alienazione. Si rompe il rapporto fra lavoro umano e produzione, che si trasforma nell’affermazione della leggerezza e della creatività, espressa da ciascuno con le sue specificità di età, identità, consapevolezza del proprio corpo.
L’installazione perfomativa di Castellucci è comunque una bella introduzione al cartellone del Festival, la conferma che Fabbrica Europa chiama a Firenze i risultati della ricerca più avanzata deipiù importantri artisti internazionali.