L’ordine democratico internazionale di stampo liberale è in piena crisi. Una crisi che è cominciata molto tempo addietro, ma che ha subito una particolare accelerazione in questi ultimi anni, come sottolinea il professor Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali all’Università di Milano, fra i relatori in un incontro organizzato dall’Istituto Gramsci toscano con Osservatorio Autoritarismo, a Firenze, alle Murate. Padrona di casa, la presidente dell’Istituto, Vittoria Franco, moderatrice del dibattito.
Colombo mette in luce tre questioni fondamentali: in che senso si può parlare di crisi dell’ordine internazionale, di crisi di un ordine liberale, e perché questa crisi è irresistibile. Gli indizi della crisi e la sua irresistibilità sono il processo di imponente rimilitarizzazione delle relazioni internazionali, ovvero la progressiva riabilitazione politica, giuridica ed etica della guerra; la fase di gravissima crisi che stanno attraversando la diplomazia e lo strumento del negoziato; la crisi delle regole e quella delle aspettative.
La svolta avviene negli anni ’90, quando “si assiste a un uso continuo della forza, da parte di Usa ed Europa, dalla Jugoslavia all’Iraq. Tuttavia, dagli anni ’90 ad oggi, qualcosa è cambiato: la natura delle guerre, da “umanitarie” e a costo zero”, ovvero lontane e senza implicazioni per gli europei, si passa in questi ultimi 3 /4 anni, a parlare apertamente di scontro aperto fra grandi potenze”. Riarmo, rilancio delle alleanze, forte militarizzazione del linguaggio, che non ha a che fare solo con l’uso delle parole, “ma anche con le rappresentazioni del mondo”, sono tutti segnali di un pericoloso cambio di passo.
Per quanto riguarda la crisi della diplomazia e del negoziato, “ si è arenato su diversi scogli da almeno vent’anni. Dallo smantellamento progressivo degli accordi fra Usa e Urss, alla crisi del negoziato ambientale, al processo per cui i conflitti armati scoppiano e non finiscono mai, sia quelli dimenticati, come il Sudan, che quelli “nuovi”, come quello russo-ucraino o il Medio Oriente. Gaza è il prodotto di una questione su ci non si negozia dal 1967”.
Una crisi spaventosa delle regole, da quelle internazionali al diritto umanitario. “La comunità internazionale per mettere argine all’uso della violenza dovrebbe rispondere univocamente almeno a questi quesiti: chi ha il diritto a ricorrere alla guerra? A quali condizioni? Sul “chi” nessuno può dare la domanda per risolta. Gli Stati o anche chi non è Stato? Per quanto riguarda il come, a quali condizioni, scatta la trappola linguistica. La Carta delle Nazioni Unite stabilisce il principio dell’autodifesa. Ma col grimaldello micidiale della prevenzione, il concetto di autodifesa si estende così tanto da annullare la stessa norma della Carta delle Nazioni Unite”.
Cosa è legittimo fare o cosa resta criminale fare? “Gli europei hanno lasciato fare ciò che non si doveva fare – spiega Colombo – la norma non viene spazzata via da una violazione, è quando non ci sono reazioni che la norma perde credibilità”. Ma il punto è ancora più profondo: ormai non siamo nemmeno più in grado di definire la guerra. Cosa è la guerra e in cosa si distingue dalla pace? “Non lo sappiamo – dice Colombo – iI sorvolo di droni, ad esempio, è considerato guerra ibrida. Viviamo in una condizione in cui non si capisce più cosa è guerra e cosa è pace, in altre parole non siamo in grado di dire in quale stato giuridico ci troviamo”. Ma se questo è vero, non si capisce neppure cosa è legittimo fare e cosa no.
La crisi delle aspettative. Chi di noi è in grado di immaginare ragionevolmente cosa sarà il mondo da qui a cinque anni? “La vita internazionale è sempre più complessa e disordinata – dice Colombo – è la prima volta nella storia che non siamo in grado di prevedere il mondo da qui a dieci anni. Quali saranno i principali protagonisti? Le vicende? Il baricentro del mondo? Ci saranno ancora regole, e quali, se ci saranno?”.
Il mutamento della raffigurazione collettiva del mondo è un altro indizio dello svuotamento dell’ordine liberale: nel periodo storico attuale la a rappresentazione del mondo è specularmente opposta rispetto a 15 anni fa. “Abbiamo trascorso almeno 15 anni a prefigurarci l’ingresso in un mondo globalizzato che presto o tardi avrebbe registrato l’avverarsi di una global governance. La sicurezza era definita dall’Onu come “sicurezza umana””. In vece, abbiamo assistito a un’imponente ristatalizzazione delle relazioni internazionali. “Ora non si parla più di sicurezza umana, ma in modo quasi ossessivo di sicurezza nazionale”. Dall’indifferenza ai confini (si parlava di villaggio globale, di mondo piatto, di mondo senza confini), si è passati in pochi anni “a parlare in modo ossessivo di confini, di integrità territoriale””.
Il multilateralismo. “Negli anni ’90 si pensava che il multilateralismo fosse la soluzione per una serie di problemi oggettivamente comuni. Ma era un multilateralismo inclusivo”. Ora, è cambiata la natura del multilateralismo. “La stessa UE pratica un multilateralismo che non ha niente a che fare con quello che praticava solo 15 anni fa; si tratta di un multilateralismo esclusivo”. Cosa significa? “Siamo multilaterali, sì, ma soltanto fra amici. E’ anche il modo in cui si sta ridefinendo la globalizzazione, che resiste, sì, ma tra amici. Perché con tutti gli altri è ritenuta troppo pericolosa”. Un’altra traccia semantica del rovesciamento subito dal sistema è l’uso della parola “allargamento” che era regina per tutti gli anni ’90 ma anche per il primo decennio del nuovo secolo. “L’allargamento era una parola magica. Eppure, al suo posto, nei documenti delle stesse organizzazioni che vent’anni fa parlavano con baldanza di allargamento, troviamo una parola opposta: assedio”. Assedio, democrazie sotto assedio, Occidente sotto assedio, religione sotto assedio, sicurezza sotto assedio. “Questo è il rovesciamento completo della direzione della storia – conclude Colombo – negli anni ’90 ci immaginavamo le democrazie in continuo allargamento e oggi ci immaginiamo le democrazie assediate da una serie infinita di nemici, esterni, per non parlare naturalmente del nemico per eccellenza in tutti gli assedi, ovvero quello interno”.
Ma qual è la ragione per cui tutto ciò è “irresistibile”? “Le radici si trovano a metà del primo decennio del secolo, grazie a due shock: il fallimento catastrofico della guerra in Iraq e , due tre anni dopo, la grande crisi economico finanziaria che ancora una volta parte dagli Stati Uniti. Doppio colpo reputazionale per gli Usa, avvio per l’Europa di una serie di dinamiche in cui siamo ancora immersi. Con un’aggravante: fra il 2005 e il 2008, Usa e Europa non avevano reali competitor. Ciò significa che l’ordine internazionale liberale è entrato in crisi per effetti propri”.
Anna Irrera docente di relazioni internazionali del Centro Studi Alta Difesa di Roma, si allinea col professor Colombo almeno su un dato: la crisi dell’ordine liberale, iniziata molto tempo fa, è evidente. Tuttavia, ci sono “decenni di principi, prassi regole consolidate da cui qualcosa ancora si può salvare. Non possiamo immaginare cosa succederà fra dieci o vent’anni e non dobbiamo farci aspettative. Il multilateralismo che fino a qualche tempo fa abbiamo pensato di costruire, si è modificato, ma ha creato istituzioni che hanno prodotto delle interazioni, risultati da cui non si può prescindere. Tutto ciò andrà adattato al nuovo ordine, o al nuovo disordine”. In altre parole, si potrebbe pensare che la stabilità possa emergere nel disordine, se si stabiliscono regole e alternanze. Studiando il minilateralismo, (che possiamo pensare come a un club di amici), ci si accorge però che ha permesso in alcuni momenti, come le coalizioni di volenterosi, di produrre punti di forza.
Un esempio di adattamento, le Ong. Lo studio del diritto umanitario svela che c’è una dimensione parallela che le Ong umanitarie hanno sviluppato attraverso le organizzazioni internazionali. “In crisi per l’aumento della violenza dei conflitti sul campo che ha reso le condizioni di lavoro degli operatori umanitari molto difficili, hanno dovuto scegliere se andarsene, lasciando le attività umanitarie in mano ad esempio a operatori locali con tutte le difficoltà connesse, o se farsi proteggere da compagnie di sicurezza private. E spesso hanno scelto quest’ultima strada. E’ uno sviluppo del sistema umanitario internazionale, ma potrebbe essere considerato uno sviluppo inevitabile per esercitare un’attività che non sarebbe stata possibile attuare in altro modo”..
La crisi dell’egemonia (Usa) , è un dato altrettanto evidente, come la costruzione di un nuovo sistema di alleanze. “Continua a esserci una potenza egemone, ma crescono grandi potenze regionali con le loro schiere di alleati”. Non è una situazione storicamente nuova, ma forse è nuovo l’aggregarsi dei Paesi “decisamente contrapposti a quelli dominanti” (es.i Brics). Le conseguenze, per il Paese egemone non tardano a manifestarsi: i costi di mantenimento della posizione aumentano all’aumentare dei competitor. E ciò vale per l’Occidente intero.
La necessità di adattarsi emerge intera nel settore sicurezza. “Si parla molto di attori non statali, che poco tempo fa erano irrilevanti in un mondo di relazioni fra Stati. Un ruolo che è cambiato con l’emergere di attori non statali armati e violenti”. Cambia anche la natura delle guerre, che non è più statale. Nel 2023 i conflitti non statali erano 75, ovvero guerre prodotte e portate avanti da attori non statali. Non solo gruppi terroristici, ma anche i ribelli, gli insurrezionisti, e andando sul concreto, gli Houthi o l’Hts (acronimo di Hay’at Tahrir al-Sham) , il gruppo che ha cambiato il regime politico in Siria. Di fatto questo introduce un ulteriore elemento di caos, ma soprattutto un elemento inquietante, ovvero la perdita da parte degli Stati del monopolio dell’uso della forza: lo Stato subappalta una parte della sua sovranità ad attori privati. “Anche questo non è nuovo – dice Irrera – ma si riveste di caratteri nuovi, creando nuovo disordine aumentato dalla capacità di attori non statali di avvalersi delle nuove tecniche, dall’IA ai droni, che d’altro canto fanno parte della natura dual use di molte tecnologie”. Un punto non abbastanza indagato, quest’ultimo, che determina il pesante impatto che le grandi aziende d’armi hanno sulla politica.
Micaela Frulli, docente di diritto internazionale all’Università di Firenze, offre una prospettiva giuridica . “Si tratta senz’altro di una crisi di sistema. Per quanto riguarda gli aspetti giuridici, la violazione del divieto dell’uso della forza stabilito nel dopoguerra, era molto ampio, addirittura comprendendo il divieto di minaccia dell’uso della forza. Era riconosciuto come pietra angolare del muovo ordine internazionale, una sorta di rivoluzione che tuttavia viene messa immediatamente in discussione. Le eccezioni per esercitare l’uso della forza da parte degli Stati erano la legittima difesa in caso di attacco armato di altro stato e le operazioni militari intraprese dal Consiglio di sicurezza dell’Onu”.
La lenta erosione comincia da subito. La ferita più evidente, non viene realizzata la centralizzazione dell’uso della forza (esercito europeo) che era nel disegno della carta, dove continua a figurare. “Le alternative sono palliativi e sono due: da un lato invece di intraprendere direttamente operazioni militari, il consiglio di sicurezza dell’Onu delega agli Stati. Ma dal momento che il consiglio ha natura politica e cinque nazioni contano di più delle altre, raramente si agisce. Ma il problema non è solo il veto, si fanno operazioni militari laddove gli stati vogliono farli, in definitiva per motivi propri. Le autorizzazioni danno un manto di legittimità a operazioni condotte direttamente da alcuni Stati. L’altra attività è il peacekeeping, i caschi blu. E’ un palliativo, non rappresenta un intervento coercitivo ma ha natura consensuale, dislocato in base all’accordo fra le parti. La trasformazione in peace enforcement non avviene mai, e dove avviene produce disastri, come in Congo e in Somalia; rimane uno strumento non adatto a tutte le situazioni, come ben dimostra la presenza dei caschi blu a fronte del genocidio in Ruanda”. Tirando le fila, il sistema generale di regole internazionali, che pure esiste, non funziona perché manca la volontà politica. “Gli stati utilizzano il consiglio di sicurezza per allargare a dismisura il concetto di sicurezza e delle guerre umanitarie pro domo propria. Il gioco si svela negli anni ’90, col bombardamento della Serbia compiuto lo stesso nonostante il veto della Russia”.
L’ampliamento a dismisura della legittima difesa fa il resto. “La guerra contro l’Iraq nel 2003 è il punto di rottura. La guerra preventiva viene teorizzata, giustificata con prove false e si arriva al ribaltamento del diritto: si giustifica come legittima difesa una guerra di aggressione con occupazione del paese aggredito”. .
“In questo momento non ci si preoccupa neppure più di legittimare le proprie azioni, viene meno la necessità di giustificarsi nei confronti del diritto internazionale – continua Frulli – c’è un salto di qualità che conduce a un rischio enorme, perché l’idea stessa dell’obbligatorietà del diritto internazionale si fonda sull’opinio juris, la convinzione che una norma esista e sia vincolante. Se questo non viene rispettato, si torna a un sistema puramente politico, in cui a dominare è la forza che prevale sul diritto”. Il messaggio passa insieme all’idea del doppio standard, ovvero il principio degli amici, qualcuno lo si condanna, qualcun altro no, o poco, o nulla. “Tutto ciò sta portando allo svuotamento totale di tutte le regole, e della loro credibilità”.
Diritto internazionale umanitario, “Gli Stati hanno l’obbligo di rispettare e far rispettare il diritto umanitario. Dovrebbero garantire la tutela del diritto con ogni mezzo. La prima cosa da fare è interrompere la fornitura di armi, indagare sulla commissione dei crimini di guerra, obbligo esteso anche agli stati che non c’entrano nulla col conflitto, raccogliere le prove, arrestare gli incriminati, portarli a processo per crimini di guerra. Tutto ciò è quello che prevede la Carta. Questi obblighi non sono presi sul serio”. L’evidenza della crisi del sistema di diritto penale internazionale emerge nella Corte penale internazionale, sottoscritta da 120 stati, che però non ha abbastanza sostegno da parte degli stessi. Inoltre, non ne fanno parte Usa, Cina, Israele. “La Corte penale internazionale è sottoposta alle sanzioni di Trump che la stanno mettendo in crisi. Il ribaltamento non potrebbe essere più totale: invece di sanzionare i criminali di guerra, si sanzionano i giudici che dovrebbero indagare sui criminali di guerra”. E l’assalto non proviene dagli stati cosiddetti canaglia, “ma dalla democrazia liberale più potente del mondo. A fronte di tale attacco, l’Europa non ha fatto niente. E’ un circolo vizioso”.
Cosa si può fare? “La risposta – conclude Frulli – è continuare a vedere nel diritto internazionale un quadro comune, da modificare laddove possibile, ma valido in ogni circostanza e per chiunque; in altre parole, mettere il diritto al centro della ricostruzione del sistema, adattandolo al multilateralismo, per governare il disordine”.