Separazione carriere giudici: secondo “timbro”, tanta politica e poco diritto

I cittadini non sembrano interessati: riguarda i rapporti fra i vari poteri

Con 106 sì, 61 no e 11 astenuti, il Senato mette il secondo ‘timbro’ sulla riforma costituzionale della separazione delle carriere. Timbro sì, come fosse un passaggio di carte di una pratica amministrativa da sbrigare prima possibile. Perché questo è sembrato, più che lo step parlamentare di un intervento che punta al cuore dell’ordinamento giudiziario: otto articoli che separano i magistrati requirenti dai giudicanti, fin nel Consiglio Superiore della magistratura, sdoppiato e privato della sua funzione disciplinare, demandata ad un’inedita Alta Corte di Giustizia.  

Ma sui contenuti tecnici nessuna novità. Li si conoscono da quando, nel maggio 2024, il Consiglio dei ministri ha licenziato la riforma, poi passata alla Camera, che l’ha approvata in prima lettura il 16 gennaio scorso. La vera novità è che in tutti questi passaggi non è stata modificata una virgola, nessun dibattito incisivo sul merito, la riforma si è fatta bandiera al servizio di ogni strumentalizzazione politica, è stata stiracchiata da ogni parte, ideologicamente, ma non toccata. Alla fine la maggioranza di governo ha eseguito gli ordini e ha messo i primi due ‘timbri’ parlamentari alla pratica. Ne servono altri due e poi, si presume nella primavera del 2026, ci sarà il referendum confermativo, senza quorum, dove finalmente prenderanno la palla in mano i cittadini, ma chissà quanto liberi e quanto bene informati, già si prevede una avvelenatissima campagna elettorale: “Il referendum nell’ultimo anno di legislatura sarà una consultazione inevitabilmente politica, contro il governo”, ha detto il dem Enrico Franceschini in aula. E poi, nel merito, è andato giù duro: “Non siete stati guidati da una volontà di riforma, ma dalla necessità di indebolire la magistratura, sul modello Trump, che vede gli altri poteri come un ingombro”.  

Insomma, c’è tanta politica e poco diritto in tutto quello che sta succedendo: “Sta per avvenire qualcosa che non è mai avvenuto nella storia della Repubblica. Il Parlamento non avrà messo becco in una riforma costituzionale del governo”, ha sintetizzato un altro senatore del Pd, Alfredo Bazoli. E anche Matteo Renzi, che pure non è mai stato particolarmente tenero con i magistrati, ha voluto sottolineare questo aspetto: “Dite di volere recuperare la centralità della politica – ha detto in aula rivolgendosi ai colleghi della maggioranza – ma in realtà approvate una riforma costituzionale scritta da magistrati, vidimata dal magistrato in capo, il sottosegretario Mantovano, che impedisce ai parlamentari, compresi quelli della maggioranza, di mettere bocca. E’ la prima volta che una riforma costituzionale di questo peso viene imposta dagli uffici, non discussa da nessuno e approvata senza che venga emendata anche una sola virgola. I vostri magistrati mettono il sigillo sul potere legislativo”. In effetti, a parte le dichiarazioni di voto, non si è registrato neanche un intervento della maggioranza, cui è stata inibita anche la presentazione di emendamenti e i 1300 dell’opposizione sono stati falcidiati con il meccanismo antiostruzionismo del ‘canguro’, che prevede l’accorpamento di emendamenti simili, se ne ammette solo uno che, se bocciato, fa decadere automaticamente tutti gli altri.

Nel merito, il cuore della riforma è l’articolo 3 che modifica il 104 della Costituzione e, in premessa, sembra voler sgombrare il campo da presunte volontà di sottomettere il potere giudiziario all’esecutivo: ‘La magistratura è un ordine autonomo e indipendente’, recita il testo, poi si comincia a smontare l’assetto voluto dai costituenti, aggiungendo che ‘è composta da magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente’.  Segue l’indicazione dei due distinti organi di autogoverno, presieduti entrambi dal presidente della Repubblica, mentre sono membri di diritto, nel Consiglio della magistratura giudicante il primo presidente della Corte di Cassazione, in quello della magistratura requirente il procuratore generale della Corte di Cassazione.

Gli altri componenti di entrambi i Csm sono estratti a sorte, per un terzo da un elenco di professori e avvocati compilati dal Parlamento in seduta comune e, per i restanti due terzi, rispettivamente, tra i magistrati giudicanti e tra i requirenti. L’altra novità, all’art.4, è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, che dovrà valutare sanzioni e provvedimenti nei confronti dei magistrati. E’ composta da 15 giudici: tre nominati dal presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento, sei estratti a sorte tra i magistrati giudicanti, tre estratti a sorte fra i requirenti. Le sentenze dell’Alta Corte potranno essere impugnate davanti alla stessa Alta Corte, che giudica in composizione differente rispetto al giudizio di prima istanza.

Questo è l’esito di un’annosa questione, la separazione delle carriere che, storicamente, va avanti dai tempi della Costituente fino all’introduzione del nuovo codice di procedura penale di Giuliano Vassalli, nel 1988, che introdusse il processo accusatorio auspicandone un ultimo passaggio, proprio  la separazione delle carriere. Poi intervenne il citatissimo giudice Falcone, parlando di pm e giudice come “due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera”. Fino al ciclone berlusconiano che, per anni, ha avvelenato il dibattito, scaraventandolo sul fronte della guerra ai magistrati, “mentalmente disturbati” li appellò, concependo pure di imporre loro test psicoattitudinali, idea poi ripresa ma sempre naufragata finora. E, nel nome del Cavaliere di Arcore, sta correndo questa riforma sulla separazione delle carriere: “Abbiamo realizzato il sogno di Berlusconi” dicono in un coro commosso tutti i suoi ‘figli’ che popolano i palazzi della politica, ‘allievi’ li ha definiti in aula il senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin, regalando anche l’immagine ispirata del loro presidente che “dall’alto dei cieli sorride e li guarda soddisfatto”. 

 Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha interpretato perfino nel linguaggio Silvio Berlusconi. Ha invocato “gli infermieri” contro un magistrato, Raffaele Piccirillo, che “si è permesso di censurare su un giornale un ministro per le cose che ha fatto”. Piccirillo si riferiva al caso Almasri, non alla separazione delle carriere ma a questa riporta sempre Nordio, tendendo a considerare ogni critica che gli arriva, come il frutto avvelenato della  avversione irriducibile alla sua riforma.

La guerra fra il ministro e i magistrati sembra senza quartiere, dunque. Nordio è intervenuto anche in seguito al ricorso in Cassazione della Procura di Palermo che ha impugnato la sentenza di assoluzione del ministro Salvini per il caso Open Arms. “E’ da paese incivile, rimedieremo”, ha commentato a caldo il ministro, concependo un rimedio discutibile come il divieto ai pm di impugnare le sentenze assolutorie di primo grado. “Esternazioni sconcertanti, prima ancora che non condivisibili” le ha definite il giurista Gustavo Zagrebelski.

Questo è il clima in cui si sta riformando la Costituzione in Italia. Anche l’Associazione nazionale magistrati è in campo per contestare la riforma: “Addomestica i magistrati” e toglierà garanzie ai cittadini”, con lo scopo che la magistratura “rinunci al proprio compito di controllo della legalità”, ha commentato l’Anm subito dopo il voto del Senato. Di contro Nordio, presente in aula per la prima volta da quando il ddl è a palazzo Madama, alla fine ha commentato soddisfatto: “Un passo molto importante verso l’indipendenza della magistratura da se stessa”.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha consegnato a un video sui social soddisfazione e commento per il voto in Senato: “L’approvazione della riforma costituzionale della giustizia segna un passo importante verso un impegno che avevamo preso con gli italiani e che stiamo portando avanti con decisione”.

Fin qui i commenti più o meno di circostanza, politici e prevedibili. I nodi veri della questione ruotano intorno al nuovo ruolo del pm, a quello che è nello spirito della Costituzione, a quello che potrebbe diventare con la separazione delle carriere e, in prospettiva, a quanto il nuovo sistema possa pregiudicare l’indipendenza della magistratura, caposaldo del nostro assetto costituzionale. Lo spirito costituente lo ha spiegato Giovanni Maria Flick, parlando di “separazione dal potere” più che “dei poteri”. E questa dovrebbe essere la vocazione dei pm, preposti all’accertamento della verità più che a un mero ruolo di accusa. Secondo l’ex pm di Mani Pulite Gherardo Colombo, “se il pm abbandona la cultura del giudice, il suo solo scopo diventa vincere la causa” e ottenere più condanne possibili.  Un passaggio che, hanno sottolineato molti giuristi, rischia di attribuire ai pubblici ministeri un enorme potere, rendendoli mega poliziotti, deragliando così dalla cultura giurisdizionale in cui li avevano posti i costituenti, verso una cultura poliziesca.

Ma, come spiega Flick, “la separazione delle carriere non appare di per sé in contrasto con il principio della separazione dei poteri, come già rilevato dalla Corte costituzionale”, il problema è che non c’è più confronto tecnico in una materia così delicata che richiedeva un dibattito di ben altro profilo e che invece va solo ad alimentare la contrapposizione tra magistrati e politici. Flick fa risalire ai tempi di ‘Mani pulite’ il deterioramento dei rapporti fra i poteri dello Stato cui non è esente la “magistratura associata che, dopo Tangentopoli, ha interpretato il proprio ruolo come una sorta di controcanto alle patologie della politica. Sotto la patina dell’orgoglio ha covato invece la frantumazione correntizia che si è trasformata in autoreferenzialità e in protagonismo”. E che ha prodotto, come contromisura, il sistema del sorteggio previsto nella nuova riforma per la composizione degli organi di autogoverno.  

Come è polarizzato e impoverito il dibattito lo si è visto plasticamente dopo il voto in Senato: dai banchi dell’opposizione si sono sollevati cartelli con l’immagine della Costituzione rovesciata e, a fine seduta, i parlamentari di Fratelli d’Italia convocavano un flash mob di festeggiamenti davanti alla Camera, tutti schierati dietro un grande striscione trionfante: ‘Giustizia è fatta. Avanti con le riforme’. Poi ha ripreso la parola il senatore Alberto Balboni, sintetizzando così il lavoro fatto: “Tagliamo la cinghia di trasmissione fra certa mala politica e certa mala magistratura”. 

Questo lo stato dei lavori sull’unica delle tre riforme-bandiera del governo, che quasi sicuramente andrà in porto. Era in coda, ha superato le altre due, il premierato e l’autonomia differenziata, che sembrano uscite dai radar politici e parlamentari. 

E i cittadini? Non sembrano interessati, la separazione delle carriere riguarda i rapporti fra i vari poteri dello Stato, non certo i servizi da rendere ai cittadini, a partire dalla garanzia di una giustizia celere ed efficiente. E lo dimostra un sondaggio ‘YouTrend’ per il quale solo l’1% dei cittadini intervistati si preoccupa del passaggio di funzione tra pm e giudice. Di più, per il 60% un magistrato che ha fatto il pm può perfettamente occuparsi anche di magistratura giudicante. Per il 48% invece il principale problema della giustizia è la lentezza dei processi e per il 55% la magistratura è composta da persone competenti. Solo il 9% pensano che i giudici sono politicizzati. 

Ma, come si è visto, la riforma sembra seguire altre logiche. Lo ha fatto intendere nel modo più radicale, nel suo intervento in aula,  l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, ora senatore del M5S, che ha liquidato subito come inconsistenti le motivazioni ufficiali poste a fondamento di questa riforma costituzionale: “Andiamo alla sostanza politica – ha attaccato – Siamo consapevoli che si tratta di un regolamento di conti della casta dei potenti contro la magistratura che, per essere attuato, richiede uno stravolgimento dell’ordinamento previsto dalla Costituzione ed un cambio di paradigma culturale”.  Processo alle intenzioni, lo bollano dall’altro lato della barricata e, in questo clima, la separazione delle carriere passa alla Camera per il suo terzo ‘timbro’.

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