Andrea Mazzucchi è il nuovo rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Un’elezione plebiscitaria: su una platea di 2.943 aventi diritto al voto, in 2.532 si sono recati alle urne, raggiungendo così il quorum con una percentuale di votanti di poco superiore all’86 per cento. Toccherà dunque a lui guidare per i prossimi sei anni l’Ateneo federiciano, lo Studium fondato da Federico II nel 1225 con la “generalis lictera”.
Un’idea rivoluzionaria per l’epoca: fu la prima università laica e statale, voluta non da una corporazione di studenti e maestri ma da un progetto pubblico di formazione della futura classe dirigente.
Professore Mazzucchi, che effetto fa guidare una delle università più antiche d’Europa e quanto la sua provenienza dagli Studi Umanistici rappresenterà un elemento di innovazione nelle scelte programmatiche?
È un’emozione difficile da descrivere. La Federico II non è semplicemente una grande università: è un’istituzione che attraversa otto secoli di storia e che ha contribuito a formare l’identità culturale del Mezzogiorno e dell’Italia. Assumerne la guida significa sentire il peso di una tradizione straordinaria e, insieme, la responsabilità di immaginarne il futuro.
La mia provenienza dagli Studi Umanistici non la considero un elemento identitario da contrapporre ad altri saperi, ma un’opportunità di integrazione. Le grandi sfide contemporanee – dall’intelligenza artificiale alla sostenibilità, dalla medicina personalizzata alla transizione energetica – richiedono competenze scientifiche di altissimo livello, ma anche capacità di interpretazione, senso critico, attenzione alle implicazioni etiche e sociali. Le discipline umanistiche insegnano proprio questo: a comprendere la complessità.
Vorrei una Federico II in cui ingegneri, medici, giuristi, economisti, umanisti e scienziati dialoghino sempre più tra loro. L’innovazione nasce spesso ai confini tra le discipline.
Lei nel suo programma ha posto al centro studenti, ricerca, internazionalizzazione, sostenibilità dei campus e un uso governato dell’intelligenza artificiale. Tra questi quale avrà la priorità?
In realtà non credo esista una gerarchia. La vera priorità è costruire un’università capace di tenere insieme questi elementi in un’unica visione. Metterei però al centro gli studenti, perché tutto il resto acquista senso in funzione della loro formazione. Una ricerca eccellente rende migliore la didattica. L’internazionalizzazione amplia gli orizzonti culturali. Campus più sostenibili migliorano la qualità della vita universitaria. L’intelligenza artificiale può diventare uno straordinario strumento di apprendimento. La domanda che mi accompagnerà sarà sempre la stessa: questa scelta migliora l’esperienza formativa dei nostri studenti?
La sua visione è un «Ateneo come comune e comunità della conoscenza» in linea con quella del suo predecessore Matteo Lorito?
Ogni Rettore riceve un’università dalla storia lunga e dal lavoro di chi lo ha preceduto. La mia idea è quella di aprire una nuova fase, nella quale, accanto all’eccellenza della ricerca e della didattica che caratterizza la Federico II, crescano ancora il senso di appartenenza alla comunità universitaria e la qualità dei servizi. Quando parlo di Ateneo come comunità della conoscenza, intendo un’università in cui la conoscenza sia un bene pubblico, messo al servizio della società, e in cui tutte le componenti – docenti, ricercatori, personale tecnico-amministrativo, studenti e dottorandi – si sentano protagoniste di un progetto condiviso.
Vorrei inoltre una Federico II sempre più aperta al dialogo con il territorio, con le istituzioni, con il sistema produttivo e con il mondo della cultura. Una grande università pubblica non deve limitarsi a produrre sapere: deve contribuire a orientare lo sviluppo civile, sociale ed economico del Paese.
Naturalmente resta ancora molto da fare. Le classifiche non esauriscono la qualità di un’università, ma rappresentano uno strumento utile per misurare le aree nelle quali possiamo e dobbiamo migliorare. Gli ultimi indicatori del Censis ci ricordano che abbiamo ampi margini di crescita, soprattutto sul versante dei servizi, delle strutture e della capacità di rendere sempre più attrattivo il nostro Ateneo. Voglio assumere con responsabilità gli esiti di questa valutazione e leggere però quei risultati non come un limite, ma come uno stimolo a fare della Federico II un’università ancora più forte, inclusiva e competitiva.
Lei, parlando della Federico II, ha citato Marc Augé a proposito di “un’utopia possibile dell’educazione” e Hannah Arendt per “un rifugio di verità”. Può spiegare?
Marc Augé immaginava l’università come uno dei pochi luoghi nei quali sia ancora possibile costruire un futuro attraverso l’educazione. Hannah Arendt parlava invece della necessità di luoghi nei quali la ricerca della verità possa svolgersi liberamente, sottraendosi alle semplificazioni e alle pressioni dell’immediatezza. Credo che oggi queste due immagini siano più attuali che mai. Viviamo immersi in una quantità enorme di informazioni. L’università deve insegnare non soltanto ad accumulare dati, ma a distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, a costruire argomentazioni, a esercitare il pensiero critico. Questa è una funzione democratica prima ancora che accademica.
Qual è la prima responsabilità dell’Ateneo nei confronti della sua comunità?
Formare persone competenti e dotate di spirito critico. Naturalmente dobbiamo produrre ricerca di eccellenza, trasferire innovazione, contribuire allo sviluppo economico. Ma la nostra missione fondamentale rimane quella di accompagnare la crescita delle nuove generazioni. L’università non prepara soltanto professionisti. Forma cittadini consapevoli, capaci di mettere in discussione l’esistente e di progettare “utopie praticabili”. Ed è questa, probabilmente, la responsabilità più grande.
Quali sono i progetti per consentire ai “capaci e meritevoli” di studiare?
L’articolo 34 della Costituzione non è una dichiarazione di principio. È un programma politico ed etico. Per questo intendo lavorare con determinazione, insieme con le istituzioni locali (Regione, Città metropolitana, Comune, Adisurc) per aumentare gli alloggi universitari, migliorare i servizi di ristorazione, rafforzare il sistema delle borse di studio, sviluppare servizi psicologici, sportivi e culturali, rendere i campus più sicuri e più vivibili. Vorrei che nessuno rinunciasse alla Federico II per ragioni economiche e che l’Ateneo fosse in grado di intercettare quanti oggi non accedono al mondo dell’istruzione universitaria: una percentuale ancora troppo alta rispetto al resto d’Europa.
L’università italiana può competere sul mercato globale?
Assolutamente sì. La ricerca italiana produce risultati straordinari nonostante risorse sensibilmente inferiori rispetto ai principali Paesi europei. Naturalmente servono investimenti più consistenti e più stabili. Ma servono anche meno burocrazia, maggiore fiducia nelle università e politiche che considerino istruzione e ricerca non come una spesa, ma come il principale investimento strategico del Paese. È un tema sul quale bisogna che un Ateneo grande come Federico II faccia con forza sentire la propria voce.
Come fermare la fuga dei cervelli?
Prima di tutto dobbiamo smettere di considerare negativa ogni esperienza all’estero. Il problema non è partire. Il problema è non poter tornare. Dobbiamo contribuire a costruire una Campania nella quale chi si forma nel mondo trovi condizioni scientifiche, professionali e civili tali da desiderare di rientrare. La Federico II, insieme con gli altri Atenei del territorio, può essere il motore di questo processo, creando opportunità insieme alle imprese, agli enti pubblici e al sistema della ricerca.
Scampia rappresenta una sfida vinta?
Credo di sì. Scampia, come San Giovanni, dimostrano che l’università può essere uno straordinario strumento di rigenerazione urbana e sociale. Non siamo andati lì per occupare uno spazio. Siamo andati per costruire conoscenza, opportunità, presenza dello Stato. L’università però cambia un territorio quando diventa parte della sua vita quotidiana. Scampia può rappresentare un esempio concreto di questa idea se si riuscirà a portare a compimento il progetto avviato e, in particolare, ad attivare continuativamente le attività laboratoriali, fornendo, in accordo con Azienda ospedaliera universitaria, servizi territoriali di Salute per i cittadini di Scampia.
Un pensiero per Napoli.
Mi piace pensare che Napoli e la Federico II condividano la stessa caratteristica: entrambe vivono da molti secoli reinventandosi continuamente. Napoli, però, non è soltanto la città nella quale l’università è nata. È il suo primo laboratorio. Ogni ricerca che produciamo, ogni studente che formiamo, ogni innovazione che realizziamo dovrebbe contribuire a rendere questa città più giusta, più aperta e più competitiva. Vorrei dunque una Federico II sempre più internazionale, ma profondamente napoletana nel senso migliore del termine: capace di dialogare con il mondo senza perdere il legame con la propria storia.
Perché Napoli senza la Federico II sarebbe una città più povera. Ma è altrettanto vero che la Federico II trae dalla complessità, dalla creatività e dall’energia di Napoli una parte essenziale della propria identità.
Vorrei che nei prossimi anni questo legame diventasse ancora più intenso: un’università aperta alla città e una città che riconosca nell’università uno dei suoi principali motori di crescita civile, culturale ed economica.
In foto Andrea Mazzucchi