Vacanze vacanze, sempre più sogno di pochi. Ma se le cause del perché molte famiglie europee e in particolare italiane sono rimaste a piedi sono ormai chiare, ovvero precarietà -lavoro povero – stipendi irrisori, le conseguenze hanno un’insospettata appendice, che riguarda i più piccoli. Ovvero, privare bambini e giovanissimi di un’occasione di svago e confronto come gite, socializzazione, nuovi scenari relazionali anche familiari, significa in buona sostanza appesantire ancora quella trappola strisciante che va sotto il nome di povertà educativa. E che, come è ormai assodato, va al di là della scolarizzazione, ma è rappresentata dal ventaglio di “occasioni” dell’ambiente in cui si nasce e cresce. Fra cui, appunto, le vacanze estive.
Del resto, le stesse colonie dei primi decenni del ‘900 per i bambini delle classi povere, riprese poi in grande stile e con finalità propagandistiche e politiche dal regime, ottemperavano a spinte sociali che ne facevano anche necessità accettata da tutti per questioni sanitarie (in primis, per combattere le malattie polmonari). Una grande operazione propagandistica, una grande occasione di indottrinamento precoce, ma i bambini potevano, spesso per la prima volta, vedere il mare, prendere confidenza con le montagne, conoscere altri amici, vivere in un modo diverso da quello a cui erano abituati. Spesso, mangiare meglio di quanto facessero a casa.
Mutatis mutandis, ormai i figli delle classi più fragili, dopo aver rinunciato di fatto alla buona educazione scolastica, all’istruzione superiore e d’eccellenza, essere rimasti indietro nelle competenze digitali, aver rinunciato alle buone pratiche sanitarie che vanno dalle cure odontoiatriche all’attività sportiva, si vedono chiudere un altro importante tassello educativo, ovvero le vacanze. Un preoccupante passo indietro nella corsa alle pari opportunità che la Costituzione promette a qualsiasi cittadino della Repubblica.
In altri termini, come scrivono i ricercatori di Open Polis, autori di uno studio molto interessante sulla questione, si constata “un divario nella condizione sociale ed economica che comporta anche un gap nelle opportunità educative. Il classico meccanismo con cui opera la povertà educativa”
Ma quante sono le famiglie con figli che in Italia hanno dovuto rinunciare alle vacanze per ragioni economiche? Al di là del fatto che è molto difficile quantificarlo, per cui Open ha scelto come criterio la famiglia con un minore a carico e monoreddito, “nel 2024 circa il 28% delle famiglie con un figlio minore non ha potuto permettersi di fare una settimana di vacanze lontano da casa. La percentuale aumenta al crescere del numero di figli. Infatti, il 30% delle famiglie con due figli minori e il 44,4% di quelle con tre o più figli ha dichiarato di non potersi permettere una settimana di ferie all’anno”.
I dati emersi suonano un vero e proprio campanello d’allarme per la politica e per il futuro del Paese. In realtà politiche anche territoriali, che riescano a garantire a tutte le famiglie, indipendentemente dal reddito o dal numero di figli, l’accesso ai servizi che contribuiscano al benessere e alla crescita dei minori, rappresentano una partita che riguarda l’aspetto della nostra società nel breve e nel lungo termine. I programmi di supporto per le famiglie in difficoltà , riprendendo le conclusioni dei ricercatori di Open Polis, non si limitano agli aiuti monetari, ma riguardano innanzitutto i servizi (nel caso in esame, “estendendo la possibilità di accesso ai centri estivi, oggi fortemente squilibrata tra aree del paese”). Ovvero, perché no, rivalutando la necessità di tornare a implementare il settore del welfare statale, inteso come investimento per il futuro.