Chi era Oriana Fallaci? Chi era prima che diventasse patrimonio, pur divisivo tra chi l’adora e chi al contrario, non solo della storia giornalistica e letteraria italiana, ma mondiale? Indubbiamente una delle più prestigiose giornaliste, reporter e scrittrici dell’inizio del secolo ventesimo in Italia e tale considerata anche all’estero, una che scriveva come nessuno, che si sedeva tranquillamente faccia faccia per intervistare i grandi della terra, pronta a scatenarsi in amore o odio sugli avvenimenti ma in ogni caso riportandoli con un’arte e un rigore rari. Chi era? Come ha cominciato? E, per allargare il tema, come nasce una o un giornalista?
Bene. Lei cominciò a scrivere che era giovanissima, una ragazzina minuta ancora con le treccine che dimostrava meno della sua età e che però, per via del padre e di un notevole zio – il famoso zio Bruno giornalista che lei non smise mai di citare anche quando diventò famosa – ambedue socialisti dell’Oltrarno fiorentino, a 14 anni aveva già fatto la staffetta partigiana. Guadagnandone in coraggio e determinazione che già non le mancavano. Finita la scuola si era anche iscritta all’università a medicina. Ma non era roba per lei, la macchina da scrivere le ballava inevitabilmente sotto le mani e da subito ci si buttò sopra per scrivere i suoi primi articoli, inizialmente in contemporanea e poi abbandonando definitivamente gli studi.
A soli diciott’anni neanche dimostrati iniziò la sua collaborazione con il Mattino dell’Italia centrale che vide direttori e giornalisti di prestigio come Cristiano Ridomi, Ettore Bernabei, Cristiano Lepri, Carlo Cassola, Mario Cancogni, tra gli altri. Un foglio di orientamento democristiano moderato e centrista in un periodo post fascista di polarizzazione a Firenze, dove i diversi partiti che erano confluiti nel CTNL ( il Comitato toscano di Liberazione Nazionale) iniziavano a riprendere, ognuno, la propria vita e la propria testata. Ed ecco che, in questo creativo fervore di rinnovamento giornalistico dopo la liberazione dal fascismo, spunta una giovanissima Oriana ancora con le treccine ma già ostinata, arguta, travolgente, serissima ed esigente nel suo lavoro, che affronta per la prima volta il mestiere.
Un’Oriana, appena diciottenne senza neanche dimostrarlo, ai suoi primi passi in cui già firma chi è e cosa vuole. Con una determinatezza rara per una giovane principiante. Lei è già lei e fa e dice quello che pensa, armata di una penna come poche altre. La si scopre per la prima volta leggendo l’avvolgente e recente volume edito da Rizzoli: “Da grande farò la giornalista”, sottotitolo: “1947-1953: i primi passi al Mattino dell’Italia centrale”. I primi passi rappresentati da una serie di già brillanti articoli giovanili scritti tra il 1947 e il 1953 e raccolti nel volume da altri due giornalisti,Giuseppe Fedi e Piero Meucci . A 18 anni già inconsciamente capace di insegnare il mestiere – cosa peraltro che a Fallaci non sarebbe mai interessata, tesa com’era tra il racconto e se stessa – meglio di una scuola di giornalismo.
Regalando un esempio di scrittura eccezionalmente brillante ottenuta tramite una vivace ed eclettica curiosità senza la quale quel mestiere non si fa, la precisione, la salda abitudine di partire da un dettaglio, la negazione di qualsiasi sciatteria- in lei diventata ossessione di perfezionismo – la capacità di sintetizzare in un particolare o in un solo aggettivo fulminante un ritratto o una realtà meglio, e senza annoiare, che in una prolissa descrizione, l’arte di farsi fedeli le fonti, la curiosità per ogni fatto umano. Il tutto condito dall’ironia tagliente di una “toscanaccia”, come suggerisce l’ex presidente del Partito Socialista italiano, ex viceministro e senatore, adesso presidente del fiorentino Gabinetto Vieusseux, Riccardo Nencini, uno dei vari nomi di rilievo che hanno conosciuto da vicino il ciclone Fallaci i cui commenti, tra affetto, stima, travolgimento e pure la fatica di affrontarla, arricchiscono il libro in modo interessante ma anche spassoso. Da Ferruccio de Bortoli, a Vittorio Feltri, Angelo Giorgetti, lo stesso Giuseppe Fedi.
Oriana entra giovanissima, nel 1947, in un grande giornale assai considerato anche a livello nazionale, come era allora il Mattino dell’Italia centrale di Firenze, senza fare una piega e ne esce nel 1953 con la stessa spavalderia, pur di non cedere ai dictat di nessun direttore. Le era stato chiesto un pezzo contro Togliatti che lei non amava affatto ma che le pareva contenesse elementi ingiusti e non veritieri e preferi’ andarsene piuttosto che obbedire – verbo a lei sconosciuto – e tradire il suo irrinunciabile rigore professionale.
Nel frattempo aveva avuto modo di scrivere i consueti pezzi di mondanità e moda che tradizionalmente si affidavano, allora ma un po’ ancora, alle donne: non considerandole all’altezza di altre complessità. Lei li scrive con il tocco leggero ma arguto della perfezione fin dall’inizio: forse opponendosi fino da allora a quanto questa selezione sminuisca ingiustamente l’altra metà’ del cielo ma anche come sbagli valutazione: essendo, socialità e moda, tutt’altro che sciocchezze ma il termometro di tempi, usi, costumi, e anteprima dei cambiamenti. Di fatto contenuto e stile dei suoi pezzi giovanili rivelano che Fallaci l’errore lo aveva capito subito, lei che si è sempre interessata all’altra meta’ del cielo, non tanto femminista come si intende in tempi più recenti e troppo individualista per credere nella sorellanza, quanto sempre attenta alle donne, la loro fragorosa sete di indipendenza, la loro intelligenza e capacità, i loro diritti uguali a quelli degli uomini – la diversità le è sconosciuta in positivo ma anche in negativo – il rispetto loro dovuto, a lei dovuto. Ma non si rintanò mai in un orizzonte chiuso. Sì lanciò anche nella giudiziaria seguendo processi e vicende roventi, dopo le violenze della guerra, come il processo al feroce squadrista Brandimarte o alla banda Martelloni.
Ai lettori, il libro di Fedi e Meucci offre una selezione fulminante degli articoli dell’Oriana in erba ma già se stessa. Basterebbe il primo suo articolo: un pezzo sul “dancing” dell’immediato dopoguerra a Bellariva con l’ingenua elezione di Miss Arno 1947. Un tocco e sei lì : “Sopra, tanti lampioncini sospesi contro il cielo nero: sotto, la suggestiva pista da ballo del dancing Bellariva, in mezzo tra i lampioncini e la pista, numerose coppie che danzavano ai ritmi indiavolati del complesso Roelens”. O il suo primo scoop quando, nel 1948 incontra a Firenze, intercettandolo all’Excelsior, Christian Dior: “Un signore alto, grosso…con la testa quasi calva” che sembra uno qualsiasi e invece fa impazzire le donne tra sottane immense e lunghe un anno prima e strettite e accorciate un anno dopo: “più corte, più strette, più corte, più strette”, scrive, dotata, come lo sarà anche poi, di sottile umorismo. A meno che non si arrabbiasse.
Nel libro spunta anche quella sua straordinaria capacità di non farsi abbagliare, a meno che non lo desiderasse, dalla banale apparenza ma di individuare il dentro delle persone famose e renderle come in realtà sono ma non appaiono. In quegli anni con simpatia, non con astio. Per esempio quel grande seduttore maschio e sfrontato che di più non si può di Clark Gable che, incontrato dalla giovane ragazza audace, appare com’è : timido e imbarazzato con “la sua vocina sottile” cui fa fatica a “dare un tono basso e profondo” come gli comanda il cinema. Nello stesso pezzo spunta anche la capacità dell’Oriana di rendere un’immagine con due parole più efficaci di mille, come nella descrizione della signora bionda che accompagna l’attore: “alta, sottile ed estremamente elegante”.
E, ancora, il suo divertente e rivelatore interesse per le donne inglesi che intravede più avanti, quanto a libertà e autonomia, di quelle italiane, ancorché a volte ingabbiate in assurde tradizioni. Dalla poliziotta, di cui comunque osserva la foggia della divisa e l’aspetto carino, che arresta a suon di manate il ladruncolo lasciando intendere di essere il modello di come Fallaci avrebbe voluto essere, oppure, se ancora vogliamo parlare di sogni, il capitano Barbara Kaleva, militare di carriera, o la rude bigliettaia del bus che intanto, mentre stacca tagliandi, lavora a maglia il golfino per il bambino che attende, o Mary e Marjorie che a 15 anni lasciano le famiglie per andare a vivere da sole e mettere su una scuola di equitazione. Le donne inglesi le piacciono: “ Sono donne moderne” la cui emancipazione, dice, “nasce dal desiderio esasperato di essere indipendenti, dalla costante preoccupazione di avere gli stessi diritti degli uomini. Non ci tengono ad essere protette”.
Ecco l’Oriana. Che comunque prende in giro l’altra Inghilterra, che con regole assurde presenta le figlie a corte. Mentre si diverte di fronte ai club – altra mania anglosassone – delle donne alte o di quelle basse, queste ultime a lei più familiari.