La XVI Indagine nazionale a campione sulle tariffe del servizio idrico integrato, compiuta e presentata da Federconsumatori, qualche segnale d’allarme lo inalbera. Si tratta di una grande indagine che guarda all’intera rete di servizio dell’acqua sul territorio nazionale e rimette sul tavolo criticità di cui da tempo si parla, ma senza quasi nessun risultato. In più, contribuisce a rendere nota anche ai più il rischio che la fondamentale risorsa della vita sulla Terra finisca per diventare un future, ovvero, un bene finanziario su cui scommettere e lucrare. La possibilità non è per niente remota, anzi; non è neppure una possibilità. Il primo future al mondo sull’acqua è stato lanciato nel 2020 da Cme Group, in collaborazione con Nasdaq, come viene ricordato nel corso della presentazione del report tenuta a Firenze dalla Federconsumatori, al fine di quotare il prezzo dei diritti dell’acqua in California, di cui abbiamo imparato anche dalle drammatiche immagini televisive la sete d’acqua e il grado di siccità di cui soffre la terra. Una speculazione finanziaria che potrebbe davvero mettere la parola fine allo status pubblico dell’acqua, che potrebbe diventare una preda ancora più succulenta in quanto imprigionata dal cambiamento climatico ormai, con il balzo in avanti delle visioni negazioniste, senza freni.
I dati che svela il report di Federconsumatori, del resto, lasciano pochi margini di ottimismo, pur mettendo in campo anche proposte che interrogano con forza il mondo della politica e dei decisori politici, oltre ai grandi vertici economici. Eppure, è necessario segnalare che il tema dell’acqua, nel nostro Paese, conosce un singolare silenzio, che non lo consegna di certo al dibattito pubblico.
Eppure, i numeri dovrebbero far pensare. Analizzando le tariffe idriche applicate in tutti i capoluoghi di regione nel 2024, prendendo come riferimento una famiglia tipo composta di tre persone con un consumo medio annuo di 150, oppure di 180 metri cubi annui, l’acqua più cara è a Firenze, Perugia e Genova, in tutti e tre i casi. Di quanto? Su un consumo di 150 metri cubi annui per una famiglia di tre persone, a Firenze si pagano 564,04 euro, a Perugia 511, 79 euro, a Genova 504,28 euro. Se la famiglia si lava di più o altro, e arriva a 180 metri cubi di consumo idrico annui, allora paga a Firenze 763, 41 euro, a Perugia 618, 09 euro, a Genova 614, 07 euro. Ovviamente, nel costo finale riportato in bolletta rientrano le voci di acquedotto, fognatura, depurazione, quota fissa o ex noto contatori, vari componenti di perequazione, e infine l’IVA, al 10%. Dove si paga di meno? Milano, Campobasso e Napoli. Inevasa la domanda: perché queste differenze? Dato oggettivo: nel Centro Italia l’acqua si paga di più rispetto al Nord e al Sud.
Tutto ciò rende ancora più enorme un altro dato, anche questo sentito molte volte ma mai preso in seria considerazione: le reti colabrodo. Ovvero, i tubi italiani di trasporto dell’acqua, che sono in buona parte vecchi di trent’anni, lasciano disperdere un buon 42,4% (dati del 2022) della preziosa risorsa. Una percentuale che ci pone fra gli ultimi in Europa, ma soprattutto che rende chiara la sottovalutazione del tema che permea amministrazioni e gestori, pubblici e privati. Un altro punto critico, secondo il report di Federconsumatori, è quello della frammentazione dell’offerta dei gestori. In altre parole, ci troviamo di fronte a soggetti troppo piccoli, che compromettono efficienza e validità del servizio. Perciò, dicono da Federconsumatori, “bisognerebbe favorire piani di integrazione fra i gestori nei piccoli contesti territoriali , privilegiando sempre l’efficienza e soprattutto, dove possibile, il carattere pubblico”.
Una questione, quella del carattere pubblico dell’acqua, che, dopo la vittoria del referendum popolare in cui i cittadini si espressero per il carattere pubblico, non ha mai smesso di costituire un punctum dolens per il sistema politico-economico-gestionale. Pur, come rileva la presidente di Federconsumatori Toscana Laura Grandi nelle sue vesti di padrona di casa, emergendo il dato che “dove c’è acqua pubblica le bollette sono più basse”. I tentativi, spesso riusciti, di bypassare il referendum sono sempre in corso. Il problema vero, a livello generale, è la presenza del profitto per i privati, che rende l’acqua un bene di tutti che porta guadagno a qualcuno. Il tema è complesso, come dimostra il dibattito e le reazioni anche molto forti che ha causato in Toscana l’inclusione dell’acqua nella creazione della grande multiutility in cui, nonostante le norme e le regole di salvaguardia rispetto alla preminenza pubblica, i dubbi che il privato possa partecipare come percettore di profitti (e perché dovrebbe farlo, se non ci fosse profitto?) dà la sensazione che la pubblicità della risorsa rimanga solo come dichiarazione di principio o, se si vuole, di facciata. Tanto più se la multiutility fosse quotata in borsa; ma, al momento, sembra che il rischio sia stato contenuto.
Eppure, le bollette “pagano” il servizio. Ma se questo è il principio, dice Grandi, “ciò che rimane in più rispetto alle spese strutturali, dovrebbe essere reinvestito non nei dividendi per i soci, ma nel servizio”. E con i tubi vecchi di trent’anni, forse qualche investimento in più sarebbe utile. Tanto più che come segnala Federconsumatori, esiste anche un problema di accesso alle risorse: fra aumento delle bollette e impoverimento dei lavoratori e in generale del ceto medio, aggiungendo un sistema di sostegni “non sempre adeguato a garantire l’accesso a questa risorsa essenziale”, si rischia di avere disparità, disuguaglianze e povertà anche in questo settore. anche se è necessario ricordare la presenza di alcuni meccanismi, come il bonus idrico, che consentono in qualche misura di smorzare le deprivazioni. Eppure il rischio di chi può usare l’acqua, resta sul tavolo di un futuro sempre più vicino.
E dunque? Le proposte di Federconsumatori sono quattro: agire sui costi, il che significa “calibrare il prezzo sula capacità reddituale dei cittadini”. Insomma, non solo quanto si consuma, ma anche chi consuma. Un approccio sociale che si traduce nel consentire agevolazioni alle famiglie più fragili, secondo un principio che non sia meramente quantitativo; avviare un serio piano di investimento per rendere più efficiente moderna e sicura la rete, cominciando dall’evitare le dispersioni che sono così pesanti da determinare, ad esempio nel settore agricolo, i prezzi dei prodotti rivenduti al consumatore finale. Infine, studiare un sistema di agevolazioni e supporto per mettere in piedi una dotazione diffusa di sistemi antispreco, sia a livello agricolo che industriale che civile. Fra gli strumenti che si potrebbero costruire, i bacini di raccolta, impianti di trattamento di acque reflue per utilizzi industriali, impianti di desalinizzazione, sistemi di sbarramento “per il riutilizzo di risorse idriche che altrimenti andrebbero sprecate”. Ultimo punto, ma che li comprende tutti, sensibilizzare la popolazione tutta circa la gestione della risorsa idrica, per un uso responsabile da parte di tutti.