Referendum Giustizia: si parla di diritto ma si pensa alla politica

Fronti anomali al via della campagna del Sì o il No alla riforma Nordio

Conta come la raccontano, conta il testo ma soprattutto il contesto, dice il costituzionalista Michele Ainis. Ed è un racconto strabico quello della riforma Nordio sulla separazione delle carriere: si discetta di diritto ma si pensa alla politica, si scomoda la storia patria, si viviseziona la Costituzione, ma tutto ha un retrogusto – e neanche troppo ‘retro’ – di resa dei conti fra politica e magistratura. E’ questo che stravolge ogni racconto, a partire da quello governativo, presidente del Consiglio in testa, che non ha mai mancato di considerare questa riforma come la migliore “risposta all’intollerabile invadenza dei magistrati”. Non li ha tollerati in tutte le occasioni in cui opponevano ai suoi progetti politici la forza delle leggi, smontando i centri in Albania o abbattendo il Ponte sullo Stretto, non li tollera quando, secondo lei, ‘remano contro’ le politiche securitarie del governo, impedendo carcerazioni o espatri ritenuti – a torto o a ragione – illegittimi. Perché tutti, governo, magistrati, forze dell’ordine, dovrebbero collaborare come un sol uomo, ha spiegato Meloni, che fatica ad ammettere intralci giudiziari ai suoi programmi politici. 

Il racconto governativo con il seguito della maggioranza viene poi ben condito con una forte spruzzata di errori giudiziari,  la ‘famiglia nel bosco’, Garlasco, Tortora il più clamoroso. “Si compra l’errore giudiziario per smontare l’ordinamento giudiziario”, ha detto aprendo la campagna per il ‘No’ a Roma Giovanni Bachelet, professore di Fisica, ex deputato Pd, figlio di Vittorio, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura assassinato dalle Br.  Ma chi è che non è stato vittima diretta o indiretta di qualche errore giudiziario?  E cosa c’entra tutto questo con la separazione delle carriere? Niente, ma sono gli argomenti più ‘acchiappa consensi’ scelti nel racconto del centrodestra per il Sì al referendum. Capofila è Forza Italia, che agita immaginette di Silvio Berlusconi, padre di tutte le battaglie contro i magistrati e il Cavaliere di Arcore benedice dal cielo chi sta portando a termine la sua missione in terra. 

L’opposizione, come al solito, è più tormentata, e divisa. Azione di Calenda e Più Europa sono per il ‘Sì’. Matteo Renzi, impegnato a costruire il suo campetto largo, pur essendosi sempre dichiarato a favore della separazione delle carriere, stavolta lascia libertà di voto e cosa vota lui lo sapremo solo una settimana prima delle urne. Ma i tormenti più laceranti – e non sorprende – ce li ha il Pd che, con la segretaria Elly Schlein e la grande maggioranza del partito sta sul fronte del ‘No’, ma deve fare i conti con suoi autorevoli riformisti d’antan a favore del ‘Sì’. A partire dal presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera, per ben quattro legislature deputato del Pci poi Pds. E’ lui la punta di diamante della ‘Sinistra che dice sì’, che ha aperto la campagna referendaria a Firenze, nell’iniziativa organizzata da Stefano Ceccanti, Enrico Morando e Carlo Fusaro, i riformisti fondatori di ‘Libertà eguale’. Il ‘la’ al loro racconto l’ha dato proprio il professor Barbera, provando a liberare il voto dal pesante affiancamento alla destra sovranista italica amica di Orban e di Trump. “A marzo non si vota né a favore del governo Meloni, né contro”, dice Barbera, riportando la separazione delle carriere nell’alveo di “un patrimonio del centrosinistra, il completamento ineludibile della riforma Vassalli”, socialista e partigiano che nel 1989 introdusse il processo accusatorio in Italia. Insomma, la riforma Nordio “è una riforma liberale che, per sorte della storia, è stata condotta in porto da forze politiche di ‘legge e ordine’”. Su questa narrazione si sono attestati tutti gli altri interventi della ‘Sinistra che dice sì’, il cui nume tutelare è appunto Giuliano Vassalli con il suo codice di procedura penale del 1989, che voleva liberare i magistrati – ricordano tutti – dalla cultura del processo inquisitorio. Si tratta ora di portare a termine il lavoro eliminando gli ultimi residui di quella cultura che ha il marchio di origine nel ventennio fascista. Quindi, il contesto politico in cui è maturata la riforma Nordio sarebbe un accidente della storia secondo questo punto di vista. 

Ai dem per il ‘Sì’ si affiancano, nel nome di Pannella, i liberal radicali, a partire da Benedetto Della Vedova, che ha aggiunto sale politico al dibattito fiorentino: “E’ la riforma giusta fatta da una maggioranza sbagliata, manettara, quella dei decreti sicurezza. E io non voglio lasciare la bandiera di una riforma giusta nelle mani sbagliate”. L’ex ministro del Pds Cesare Salvi ha poi ricordato altre pietre miliari nel racconto della sinistra che ama i pm separati, la bicamerale di D’Alema nel 1997, che non andò in porto, e la riforma bipartisan del 1999, scolpita in Costituzione all’art. 111 sul ‘giusto processo’, che deve svolgersi ‘nel contraddittorio tra le parti, in condizione di parità davanti a un giudice terzo e imparziale’.

Bene, ma fermiamoci qua, anche perché la separazione delle carriere è poi stata di fatto sancita dalla riforma Cartabia, sostiene la sinistra per il ‘No’, a fianco dei magistrati che sentono la morsa della politica sulla loro indipendenza. Fra questi c’è Giovanni Salvi, ex procuratore generale della Corte di Cassazione, fratello di Cesare, che milita sul fronte opposto. Giovanni era a Roma per il lancio della campagna per il ‘No’, nel primo incontro che ha aperto la campagna referendaria. Era organizzato dalla ‘Società civile per il No’, guidata da Giovanni Bachelet, Rosy Bindi e Benedetta Tobagi, che hanno raggruppato nel loro comitato quasi trenta associazioni tra cui la Cgil, le Acli, l’Arci e Libera. Molte erano presenti a Roma, insieme ai leader dell’opposizione, Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli che hanno schierato ufficialmente  i loro partiti sul ‘No’. Con i politici in campo il racconto si è fatto più barricadero disegnando un contesto minaccioso che mette in pericolo la Costituzione nei suoi principi fondamentali.

Giovanni Bachelet, grande conoscitore anche delle tecniche di comunicazione, ha aperto l’evento romano facendo partire un audio a tutto volume dell’inno ‘Fratelli d’Italia’ cui è seguito un canto corale ed emozionante, tutti in piedi e mano sul cuore. La scenografia più adatta per introdurre la sua idea di ‘patriottismo costituzionale’ e la chiamata a raccolta di questi patrioti molto speciali della Carta. E questo è stato il fil rouge della mattinata romana. Ma non sono mancati i richiami di merito sul testo della riforma Nordio, smontata punto punto dagli interventi più tecnici, a partire da Enrico Grosso, avvocato e costituzionalista, presidente del Comitato per il ‘No’ promosso dall’Associazione nazionale magistrati.  

L’indipendenza della magistratura, spiega Grosso, non basta ‘declamarla’ in Costituzione (come effettivamente è scritto in premessa al nuovo art.104 della riforma), “se bastasse un principio scritto per renderlo effettivo saremmo a posto. Declamazioni del genere si trovano in tutte le Costituzioni dei regimi autoritari. I princìpi però devono poggiare su regole che li coltivino e se passa la riforma Nordio si abbasseranno tutti i presìdi” a protezione dell’equilibrio dei poteri. Uno di questi presìdi è il Csm, che verrebbe sdoppiato, indebolendolo soprattutto con il criterio dell’elezione per sorteggio, criterio discutibile che non si usa neanche per scegliere l’amministratore di un condominio. E qui è stato l’ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo a ricordare che lo stesso metodo, sebbene lo si neghi, non è applicato ai non togati da eleggere nei due nuovi Csm (uno per i pm, l’altro per i giudici), sorteggiati sì, ma da un bacino di nomi scelti dal Parlamento, salvando così per loro il principio di rappresentanza. I giudici no, arrivano con mero criterio di roulette e può essere eletto chiunque, a caso.

Una clamorosa disparità di trattamento, perlopiù inutile, per combattere il malcostume delle correnti.  L’ ha spiegato bene un insospettabile fautore del ‘No’, il democristianissimo Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia:  “Le correnti non le smonti con il sorteggio. A parte che questa lotteria di giudici e pm pescati alla cieca non mi piace, ma mettiamo che venga eletto un magistrato di Benevento, subito lì si creerà una corrente che si legherà a quel carro”. E lui sì che se ne intende, ammette Mastella: “Assieme a Casini sono il più esperto d’Italia di correnti. Rinasceranno a livello locale”. Intervistato dal ‘Corriere della Sera’, ha anche ricordato che “la separazione delle carriere c’è già. Sennò mica stavo qui. A me chi mi ha salvato sono stati i giudici. Certo, dopo 10 anni di inferno. E quello sarebbe da riformare, ma sui tempi la riforma non interviene. Invece va a toccare il pm: è una riforma pericolosa”. Quella di Mastella è una testimonianza preziosa per il fronte del ‘No’, così come quella di Antonio Di Pietro per il fronte del ‘Si’, sono quegli insospettabili che danno forza alle campagne elettorali.

C’è poi la questione dell’inedita Alta corte che avoca a sé tutte le funzioni disciplinari, compresi i giudizi di secondo grado che, nell’attuale ordinamento, sono demandati alla Cassazione. Su questa l’ex primo presidente della Suprema Corte, Margherita Cassano, aveva già dato una pesante bocciatura: “La nostra Costituzione, come reazione ai tribunali speciali della razza del fascismo, prevede il divieto di istituire nuovi organi giudiziari. L’Alta Corte disciplinare sarebbe, a tutti gli effetti, un giudice nuovo, speciale”, perdipiù sempre composto con quel metodo impari del sorteggio.

E’ stato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, portavoce dei ‘Sindaci per il no’ a deplorare “il livello bassissimo” cui si precipiterebbe nel ridurre la nostra ‘altissima’ Costituzione “alla Carta del sorteggio”. Ha poi sottolineato lo snaturamento della funzione di un pm che “deve avere a cuore la giustizia, non il numero dei processi da portare a casa”, precipitando l’Italia verso “un modello americano con un esercizio muscolare del processo”.

L’incontro di Roma ha fatto sfilare anche autorevoli testimonial per il ‘No’,  come il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, che ha ricordato l’importanza politica di questo referendum, facendola risalire al principio del ‘Divide et impera’ romano. ‘Divide’ non solo le carriere ma anche l’attuale Csm, spacchettato in tre nuovi organismi, con aggravio di costi – fanno notare altri – stimati intorno agli 80 milioni di euro l’anno, l’equivalente dell’assunzione di circa 600 magistrati.

C’era anche la testimonianza dello scrittore Maurizio De Giovanni in collegamento da Napoli. Lui si occupa di sentimenti – così si è presentato – e questa riforma Nordio gli ricorda la paura: “Chi ha paura dei magistrati? Chi della legge vive la scomodità. Io invece avrei paura di un pm che non ha formazione da magistrato e di un giudice che non corre rischi per non essere sottoposto a giudizi”. Gli ha fatto da contraltare su questo punto la segretaria del Pd Elly Schlein, chiudendo il suo intervento rivolta al ministro della Giustizia. Nordio le aveva garantito, semmai fosse toccato in futuro al Pd di governare, i buoni servigi della sua riforma: “Non voglio che mi serva- ha tuonato Schlein – io voglio essere controllata”. Dalla legge, si intende, e da magistrati che sono in grado di farla rispettare a tutti, politici compresi.

A proposito di come si racconta il referendum, è però il capitolo Nordio quello più ricco di narrazioni che eccitano le tifoserie. E’ lui il traghettatore che firma la riforma dell’ordinamento giudiziario cui saremo chiamati ad esprimerci. E ha avuto gioco facile il ministro, in Parlamento è stata una passeggiata, visto che nessuno, neanche quelli della maggioranza, sono potuti intervenire per cambiare una virgola e il suo testo, se vincono i sì come sembra dagli ultimi sondaggi, arriva in direttissima dagli uffici del ministero sulla Carta costituzionale. Poi ci sono tutte le sue dichiarazioni, alcune così stravaganti che molti lo considerano, in primis Enrico Grosso, “il miglior testimonial della Campagna per il ‘No’”.  Fra le ultime i commenti al manifesto scelto dal comitato dell’Associazione nazionale magistrati -‘Vorresti i giudici che dipendono dalla politica? Vota No’ – definito da Nordio propaganda ‘fantasiosa’ oltre che falsa, ma gli serve per ascriverlo alle tante resistenze alla sua riforma, che sono “una questione di potere” e “togliere potere non è mai indolore”, proclama. Un’ulteriore conferma, segnalano i suoi detrattori, di quale è la posta in gioco di questo referendum: “togliere potere” ai magistrati e ricondurlo alla politica.

Nordio ci ha scritto un libro (‘Una nuova giustizia’) sulle sue buone motivazioni per separare le carriere e spezzettare l’organo di autogoverno dei magistrati e con la presentazione del libro alla Camera, in una sala gremita di parlamentari e giornalisti, ha cominciato la sua personale campagna referendaria, comportamento piuttosto inusuale per un ministro. Ma i libri sono in campo da più parti in questa partita: oltre a quello di Nordio e ai vari vademecum dei comitati,  c’è il volume terzo capitolo della serie Sallusti-Palamara sulle malefatte del sistema correntizio, serie che tanta parte ha avuto nello spingere questa riforma.

Infine c’è la battaglia delle carte bollate. La data della consultazione è stata già fissata dal Consiglio dei ministri per il 22 e 23 marzo e controfirmata dal Presidente della Repubblica, ma sono partiti subito i ricorsi dei 15 guidati da Carlo Guglielmi, che hanno avviato la raccolta di firme già arrivata alle 500mila necessarie, per aggiungere a quella dei parlamentari la richiesta del referendum fatta dai cittadini. Pur trattandosi della medesima sostanza, lo scopo dei 15 era anche guadagnare tempo, perché il referendum costituzionale, confermativo, non ha quorum, quindi la campagna si gioca voto su voto e il fronte del ‘No’ è convinto che un maggiore tempo a disposizione faciliti la bocciatura della riforma. La questione della data, in punto di diritto, è complessa. Il Tar del Lazio ha rinviato al 27 gennaio la decisione. Destra e comitati dei sì, da parte loro, oltre ad aver fatto un controricorso oppositivo a quello dei 15, hanno anche depositato una denuncia alla Procura contro l’Anm per il famigerato cartello definito ‘menzognero’.

Così è partita la campagna referendaria sull’unica riforma portata a termine dal governo Meloni. Racconti veri, racconti strabici, tanti fronti di gioco, i quesiti formali e quelli reali, ‘sotto traccia’ come li definisce Ainis, alla fine tutta questa incandescenza segnala che la posta in gioco di questo referendum è ben altra rispetto ai pochi seppur decisivi articoli della Costituzione che si andrebbero a modificare. Ma su questo ha detto le parole più dure un insospettabile socialista di 98 anni, protagonista della prima Repubblica dove è stato più volte ministro, Rino Formica: “Il nostro ‘No’ va spiegato bene- ha ammonito- Non perdetevi dietro meticolosità tecnicistiche. Il diritto non c’entra, c’entra una questione semplice ed enorme: c’è il rischio di rendere irrecuperabile il declino democratico. Ci vuole il coraggio di dire No a questo governo”.

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