Arriva l’anno nuovo e non c’è da ridere. Vivere per gli italiani è sempre più difficile e i dati reali vanno in controtendenza con la quasi quotidiana buona novella di Meloni. Fare la spesa è ormai un grosso intrigo e non solo per i poveri-poveri , ovvero i 5,7 milioni di persone (quasi il 10% della popolazione) che secondo i dati 2025 incrociati di Istat e Caritas, sono sotto la soglia di povertà assoluta, e neanche solo per i cosiddetti working poor, i lavoratori che pur avendo uno stipendio restano sotto la soglia di una vita dignitosa, ma anche per il ceto medio. Va comunque peggio per i poveri per i quali la sperequazione salari-prezzi pesa di più ma non sta bene neanche chi ha un reddito medio.
L’ultimo rapporto Istat del 16 gennaio 2026 racconta di un paese dove negli ultimi cinque anni la spesa quotidiana è cresciuta e continua a farlo assai più di quanto sia pur lievitata l’inflazione. Il divario è di circa sette punti in più a carico dei generi di prima necessità. E chi sente di più l’accelerazione sono le famiglie più povere. L’Istat denuncia, tra il 2021 e il 2025, il 17,1% in più dei prezzi in generale contro una crescita del 24% dei generi che finiscono nel carrello della spesa. Tanto che il divario è finito sotto l’attenzione dell’Antitrust che ha già avviato un’indagine. Dopodiché, si va ancora più a ruota libera per quanto riguarda complessivamente l’energia con un balzo verso l’alto di tutti i prodotti che le si riferiscono del 34,1% negli stessi cinque anni.
Alimentari, cura della casa e della persona, vedi anche il detersivo o il dentifricio – ovvero il cosiddetto carrello – segnano a dicembre 2025 un aumento che oscilla tra l’1,5% e l’1,9% su novembre e, se si calcola tutto l’anno, la spesa cresce dal più 2% del 2024 al più 2,4% del 2025 . In forte allarme il Codacons (il coordinamento delle imprese a difesa dei consumatori) che calcola quasi 500 (496) euro in più l’anno a famiglia tipo con due figli, che salgono a 685 se i figli sono in numero maggiore. Crescono ancora di più ristorazione e servizi ricettivi (più 3,4% in un anno) andando a colpire il mondo del turismo, specie quello interno di un paese come l’Italia che ha tra le retribuzioni più basse d’Europa, in particolare dei paesi industrializzati di cui fa parte.
I rincari colpiscono in maniera differenziata le varie regioni. Il record negativo lo tocca la Puglia (più 2,1). Il record del minor danno non tiene conto di posizioni geografiche ma unisce al ribasso,Molise e Valle d’Aosta (più 0,9). Una famiglia di Bolzano spende 730 euro in più, segue Siena con 649 euro, Rimini con 606. Vita un po’ meno cara soprattutto a Brindisi e poi Sassari, Benevento e Trapani. In tutte le altre città il guaio è maggiore.
Mentre l’inflazione in generale rallenta lievemente raggiungendo nel 2025 il più 1,9% contro il più 2,0% del 2024, i prezzi dei beni di prima necessità lievitano senza ragione apparente. Quelli che crescono di più all’anno sono i costi di abitazioni, acqua, elettricità e combustibili (dal meno 5,6% al più 1,1%), i prodotti alimentari e le bevande analcoliche (dal già più 2,4% al più 2,9%), l’istruzione (dal più 2,2% al più 2,6%). Erano scesi del 5,6% nel 2024 ma nel 2025 risalgono al meno 4,9% i prezzi del settore comunicazioni.
Stanno peggio i soliti, quelli che la società corrente giudica più deboli. Le donne, come racconta l’Inps, guadagnano ancora il 30% in meno degli uomini anche a parità di ore lavorate. E i bambini sono quelli in maggior pericolo. Di fronte ai nuovi dati Istat si mobilita immediatamente Save the Children: “ Il fatto che, come ci avverte Istat, i rialzi dei prezzi nel 2025 abbiano pesato di più sulle famiglie con minori livelli di spesa, è allarmante e rende sempre più necessario mettere al centro dell’agenda politica il contrasto alla povertà minorile, adoperandosi affinché il 2026 sia l’anno in cui la si affronti in modo strutturale”, dichiara Raffaela Milano, Direttrice Ricerca di Save the Children. Ricordando che già anche senza bisogno che la vita costi sempre di più “la povertà è un’emergenza nazionale che penalizza la vita quotidiana e le prospettive future di bambine, bambini e adolescenti”. A testimonianza, Milano cita le ultime stime che descrivono un’Italia dove le famiglie con minori in povertà assoluta erano nel 2024 quasi 734 mila, il 12,3% del totale. Ci si lamenta della denatalità ma la povertà, sottolinea Save the Children, aumenta quanti più figli minori ci sono in famiglia: incide del 7,3% con un figlio, del 10,6% con due e del 20,7% con almeno tre figli, peggio ancora per le famiglie monogenitoriali dove si sale al 14,4%. L’Associazione ricorda anche che in Italia sono ben 1,28 milioni i bambini, le bambine e gli adolescenti che vivono senza il necessario, il 13,8% del totale.
Save the Children chiede un cambio radicale nelle politiche di povertà. Che l’ultimo report Istat indica necessario per tutti rivelando di fatto come non solo le autocelebrazioni del governo siano una favola, come sostengono sindacati e opposizione, ma anche come i provvedimenti tanto auto lodati non servano, rinforzando la convinzione che in un paese dove l’aumento dei profitti non corrisponde a quello dei salari non si va da nessuna parte. Non appare che servano i vari bonus, tagli del cuneo, interventi fiscali una tantum. Appare che serva una vera politica salariale, suggeriscono sindacati e opposizione. E non si tratta neanche solo di una pur necessaria questione di giustizia sociale, si sottolinea, ma anche di un problema generale, frenando, il gap tra salari e costo della vita, lo sviluppo di un paese che soprattutto in un momento di drammatiche incertezze come questo non può più permettersi di vivere di export deprimendo i consumi interni.
Il giorno prima del rapporto Istat sull’inadeguatezza delle retribuzioni italiane di fronte all’aumento dei prezzi, l’allarme era già arrivato anche dall’ “Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati” dell’Inps che sottolinea come, di fronte alla lievitazione dei prezzi, i salari reali (calcolati in rapporto al loro potere di acquisto) invece di crescere, siano diminuiti di 9 punti tra il 2014 e il 2024. Mentre perfino il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ricorda che un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero, dove per esempio “un giovane laureato tedesco guadagna l’80% in più che in Italia”, sottolineando che mentre qui i salari reali sono fermi del 2020 contro quelli della Germania che crescono del 21% e della Francia del 14% e dove a bloccare economia e retribuzioni è una politica economica in cui la produttività stagna e manca innovazione mentre “la crescita dei redditi non potrà poggiare in modo permanente sulla politica fiscale”, come riporta Il Sole 24 Ore.
Quanto ai sindacati, il segretario nazionale Cgil, Maurizio Landini, propone contratti nazionali di categoria annuali per contrastare l’attuale lentezza con cui si rinnovano adesso detti contratti: una lentezza tale, sottolinea, da bruciare negli anni di intervallo qualsiasi aumento retributivo. E da sempre rivendica una legge sulla reale rappresentanza dei sindacati che firmano i contratti che impedisca gli infiniti contratti “pirati” che permettono la politica italiana di salari al ribasso. Mentre anche la segretaria nazionale Cisl, che non si può certo bollare come sindacato anti governativo, Daniela Fumarola, riconosce che “la questione salariale è bruciante” e che “la priorità sono i contratti scaduti”. Quanto alla politica, la polemica da parte delle opposizioni si scatena con l’ accusa al governo di vantarsi di inesistenti trionfi ignorando e trascurando la realtà delle famiglie italiane e la loro crescente difficoltà economica e sottolineando il divario tra l’aumento dei prezzi soprattutto dei consumi di prima necess