Quando lo Stato usa la violenza: limiti e ambiguità degli strumenti

Intervista al sociologo Vincenzo Scalia
Il sociologo e criminologo Vincenzo Scalia

Gli ultimi due tragici casi che hanno visto la morte di due persone, Elton Bani e Gianluca Demartis. accomunate dall’uso del taser da parte delle forze dell’ordine, ha riaperto il dibattito sull’utilizzo di questo strumento, il cui uso prevede controindicazioni ben precise e presenti in letteratura. Intanto, come funziona: il meccanismo è composto di due elettrodi che, sparati a 55 metri, si inseriscono sottocute, trasmettendo al soggetto una scarica elettrica in grado di irrigidirne il corpo. Un trattamento che può avere come conseguenze aritmie cardiache, infezioni e alterazioni della respirazione. Per quanto riguarda le aritmie cardiache, non importa che il soggetto abbia qualche anomalia preesistente al cuore, perché, in determinate condizioni di alterazione e velocizzazione del battito cardiaco (assunzione di droghe oppure, semplicemente, una fuga) anche soggetti sani possono accusarle. Tant’è vero che negli USA, alcuni reparti di polizia vengono forniti anche di un defibrillatore, per essere tempestivi ad intervenire in caso di malore del soggetto colpito dal Taser.

Mentre il dibattito che riguarda il Taser come nuovo modello di contenimento della pericolosità individuale è stato raccolto e in un certo senso “chiuso” dal nostro ministro agli interni, Matteo Piantedosi, che ha dichiarato, dopo gli episodi Bani e Demartis “”Chi, in maniera ideologica, critica l’utilizzo del taser deve tener presente che si tratta di uno strumento imprescindibile che viene fornito agli agenti proprio per evitare l’utilizzo di armi da sparo”, si coglie tuttavia un certo mutamento nell’approccio collettivo al concetto di sicurezza e dunque di “violenza legale” o meglio “istituzionale”, che merita di diventare materia di riflessione. Ad esempio, è interessante indagare i motivi per cui una pistola, sia pure elettrica, viene ritenuta non letale quanto un’arma da fuoco, pur conoscendone la potenziale pericolosità. Forse per alcuni autori di azioni criminali la possibilità di conseguenze letali può essere tranquillamente assorbita in una equa transazione fra costi e benefici? Ma allora, non è più efficace l’arma da fuoco? O forse l’arma da fuoco è più “violenta” e quindi meno socialmente accettabile? Ma quale natura ha la violenza di cui si sta parlando?

In questo contesto, ci siamo rivolti al sociologo Vincenzo Scalìa, professore associato di Sociologia del diritto e della devianza del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Firenze, autore di vari saggi e interventi, fra cui un corposo articolo-saggio su SOCIETÀ E DIRITTI – RIVISTA ELETTRONICA 2025 ANNO X N.19, dal titolo: La violenza delocalizzata ed esternalizzata, una lettura post-fordista della violenza istituzionale”.

Partendo da una sua definizione, violenza includente ed escludente, quali sono i cambiamenti che danno humus a questa mutazione di identità della violenza istituzionale?

“Partiamo dal concetto di violenza “includente”. Si tratta di quella particolare forma di violenza, propria della società industriale fordista, che veniva messa in atto sia a livello fisico che simbolico, attraverso istituzioni preposte come le carceri, ma anche le scuole, le istituzioni sociali, l’esercito stesso, a volte anche la famiglia ed era pensata per integrare le persone nella società, inducendole a interiorizzare parametri di condotta e di valutazione propri del sistema. Invece, quella escludente è una violenza che mira a gestire il rischio, a rimuovere i problemi dalla società e a creare un’area dove le persone indesiderate o le classi pericolose “devono” essere collocate. Un esempio indicativo, nel nostro Stato, è senz’altro il Decreto Sicurezza, che ha carattere fortemente escludente nel senso indicato. La sua connotazione, volendo, possiamo riassumerla nella formula “repressione preventiva”. I nuovi reati previsti riguardano la penalizzazione di comportamenti e azioni spesso già esistenti, dal blocco stradale alla resistenza agli sfratti, all’occupazione di immobili, fino a penalizzare forme di dissenso praticate in carcere e trasformate in reati, come la ormai nota norma anti-Gandhi, che prende le mosse da qualcosa mai prima affermata, che deriva dal caso Cospito. La Cassazione in occasione del suo sciopero della fame, affermò che dal momento in cui Cospito manifestava col corpo, il corpo è un’arma. Qualcosa, ribadisco, che non si era mai sentito prima”.

Qual è il collegamento col concetto di violenza escludente?

“Ad ora, anche uno sciopero della fame o un atto di disobbedienza civile diventa un atto di violenza, in un sistema che mira a rimuovere il conflitto, il dissenso. Si tende infatti a rimuovere dalla superficie tutti gli individui e i comportamenti che tendono a mettere in discussione gli assetti economici, politici e sociali esistenti. Rimuovere, abbuiare, eliminare”

Ma non è la stessa logica che ha sempre pervaso la cosiddetta violenza istituzionale?

“Ciò che cambia è la finalità. Seguendo le teorie di Agamben, il potere statuale da un lato utilizza la violenza per reprimere o sopprimere quegli aspetti della vita sociale che definisce come anomalie, dall’altro la adopera, sia sul piano fisico che su quello cognitivo-emozionale, per produrre un’umanità controllabile, ordinabile, classificabile, ma soprattutto che si comporta secondo i desiderata del sovrano. Cosa significa? Che se da un lato gli “irregolari” vengono trattati alla stregua di anomalie da rimuovere o da marginalizzare, dall’altro costituiscono l’altro polo della legittimità del potere, perché la loro esistenza, reale o costruita che sia, ne legittima la permanenza e le pratiche autoritarie. In questo senso, quindi, si produce una violenza includente e trasparente, in particolare nelle prime fasi della modernità, fino alla prima metà del XX secolo. E’ trasparente in quanto è rivendicata e legittimata diffusamente. E’ includente perché gli altri, gli anomali, oltre a ad essere parte integrante delle dinamiche di potere, possono anche esserne parte integrata, ovvero, possono aderire, sia attraverso la repressione che attraverso le politiche attive di prevenzione della soggettività, ai modelli di vita accettati e proposti dal potere. Ma questo panorama, espressione dello sviluppo economico che ha il suo apice fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, cambia con il mutare dell’assetto economico, ovvero l’evoluzione dei rapporti di produzione che avviene verso fine anni ’70. Cambiano i rapporti di distribuzione del lavoro, cambia la società e le esigenze di tutela degli assetti di potere. E quindi anche la violenza istituzionale”.

E’ questo il passaggio che porta ai nostri giorni?

“Questo è il passaggio che consente una delle chiavi di lettura delle complesse dinamiche odierne. Nella seconda metà del Novecento si fa strada la ristrutturazione produttiva post-fordista, che troverà completo compimento a partire dagli anni ’80 e che conduce alla riconfigurazione dell’esercizio della violenza. Il periodo in esame, d’altra parte, comporta anche la messa in discussione sia del sistema penale che di quello psichiatrico, critica che giunge a essere coronata da alcune leggi storiche, come la legge Basaglia (chiusura dei manicomi) e legge Gozzini (riforma dell’ordinamento penitenziario), ma è soprattutto il periodo in cui si compie la ristrutturazione produttiva. Percorso che ha alcune date fondamentali, dal 1980, che segna la sconfitta operaia alla Fiat, agli anni successivi che vedono il varo del pacchetto Treu (1997) e la legge Biagi(2003)”.

Cosa comporta l’affermarsi del post-fordismo?

“Ciò che vediamo oggi: il lavoro viene segmentato, precarizzato, subordinato alle esigenze della cosiddetta accumulazione flessibile, che, di pari passo all’irrompere della tecnologia informatica, comprime la domanda di manodopera, e la aggancia alle esigenze contingenti del ciclo economico. Muta la logica del lavoro, muta la finalità della violenza istituzionale: dall’inclusione sociale a tutti i costi, alla distinzione binaria tra inclusi ed esclusi”.


Qual è il ponte che permette questo passaggio?

“Senz’altro il carcere. In questo contesto, gli istituti carcerari mutano di scopo, passando dall’essere apparati pensati come tappa intermedia verso l’inclusione sociale a strutture di discarica sociale. Qui dentro si rinchiudono i soggetti esclusi o da escludere dalla competizione neoliberista. L’iper-incarcerazione, secondo la lezione di Wacquant (2014) è il prodotto di una società sempre più frammentata e competitiva, che dirotta le risorse un tempo destinate alla protezione sociale verso il potenziamento degli apparati repressivi. Ciò a cui deve rispondere non è più la domanda sociale, ma quella securitaria. Dalla violenza trasparente e inclusiva, ritenuta necessaria per convincere gli anomali a entrare o rientrare nel sistema, o per gestire gli irriducibili, si passa alla volenza escludente, resa opaca dalla diffusa richiesta di continuare a tenere in vita le finalità rieducative pregresse, mentre di fatto la verità è che la struttura carceraria è addirittura non solo discarica sociale ma anche pena accessoria, viste le condizioni di degrado dovute al sovraffollamento (conseguenza anche dell’aumento delle pene minime e del numero dei reati) e al taglio delle risorse”.


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