
Comincia dal “ventre molle” della pubblica amministrazione italiana la stagione delle annunciate riforme a tappe forzate del governo Renzi. Far cadere le Province, al di là dei numeri in Parlamento, sarà un gioco da ragazzi: sono sulla punta del badile da troppo tempo, dai tempi di Monti. Ma quella era un’altra epoca e lì sì che la palude parlamentare funzionava a pieno regime. Oggi che i rapporti di forza si sono rovesciati – come dimostra la fiducia al Senato con 160 sì, 133 no e nessun astenuto al ddl Delrio – la strada è spianata. E sarà una vittoria sul piano della propaganda per Renzi.
Il percorso però era avviato da tempo. E si è trasformato nel primo sacrificio necessario sull’altare della velocità, con la pistola puntata del voto di fiducia. Attenzione, perché qui non si tratta di rendere più efficiente la macchina pubblica, ma di cambiare l’assetto dell’ordinamento, quindi redistribuire fette di potere. Perché è a questa conclusione che si giunge inevitabilmente leggendo il giudizio lapidario della Corte dei Conti.
E questo non significa che le Provincie, così come sono oggi vadano bene così come sono. Negli anni anche a Reggio sprechi ed errori hanno segnato il mandato di Sonia Masini. Restano però alcune competenze che non possono essere cancellate con un tratto di penna. E la riorganizzazione, a detta di autorevoli esperti in materia, si profila tutt’altro che semplice e soprattutto non è gratis. Delrio ha assicurato che “avremo un Paese più semplice”. Ma la stessa libido destruendi non è stata indirizzata verso macchine ben più costose come le Regioni (la faccenda dei rimborsi elettorali è uno dei più grossi scandali dai tempi di tangentopoli).
Sono ragioni sufficienti per dubitare di una annunciata rivoluzione che muove dagli stessi presupposti che hanno fatto naufragare il federalismo, che aveva pure le sue ragioni di esistere. Se il primo passo è questo non c’è da aspettarsi nulla di buono.