Processo Eternit/1Il barone belga e il miliardario svizzero condannati a 16 anni

Gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli di disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche

Sedici anni di reclusione, pagamento delle spese processuali, risarcimenti ai familiari delle vittime e degli ammalati e interdizione dai pubblici uffici. Si è chiuso con questo verdetto, dopo oltre due anni e 65 udienze, il processo ai vertici dell’Eternit, la multinazionale dell’amianto. Stephan Schmidheiny, miliardario svizzero di 64 anni, e il barone belga Louis de Cartier, 91 anni sono stati riconosciuti colpevoli di disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche.

Il giudice nel dispositivo ha però fatto una distinzione tra gli stabilimenti italiani, dichiarando gli imputati colpevoli relativamente a Casale Monferrato e Cavagnolo (Torino), mentre il reato è stato dichiarato estinto per prescrizione per gli stabilimenti di Rubiera, e Bagnoli, in Campania, per i quali i giudici hanno dichiarato di non doversi procedere. I familiari delle vittime reggiane non otterranno dunque i risarcimenti decisi dalla corte per le parti civili, 30mila euro per ogni congiunto e 35mila euro a testa per gli ammalati, 100 mila euro per ogni sigla sindacale, 25 milioni per il comune di Casale Monferrato, 4 milioni per il comune di Cavagnolo e una provvisonale di 15 milioni per l’Inail. Contrastanti le reazioni alla lettura della sentenza:  lacrime e commozione, ma anche delusione e rabbia per i parenti delle vittime di Rubiera e Bagnoli.

Gravissime le accuse contestate dal procuratore Raffaele Guariniello agli imputati, colpevoli di avere “fornito e mantenuto in uso a privati ed enti pubblici materiali di amianto per la pavimentazione di strade, cortili, aie, o per la coibentazione di sottotetti di civile abitazione, determinando un’esposizione incontrollata, continuativa e a tutt’oggi perdurante, senza informare gli esposti circa la pericolosità dei materiali e per giunta – si legge nel capo d’accusa – inducendo un’esposizione di fanciulli e adolescenti anche durante le attività ludiche”. Il reato di disastro si è consumato anche nelle abitazioni dei lavoratori, proprio per aver omesso di organizzare al lavoro la pulizia degli indumenti, che gli operai portavano a casa, esponendo così familiari e conviventi all’amianto. Gli imputati hanno anche “omesso di adottare i provvedimenti tecnici, organizzativi, procedurali, igienici necessari per contenere l’esposizione all’amianto (come impianti di aspirazione localizzata, adeguata ventilazione dei locali o procedure di lavoro atte a evitare la manipolazione manuale delle sostanze e sistemi di pulizia degli indumenti in ambito industriale), di curare la fornitura e l’effettivo impiego di apparecchi di protezione, di sottoporre i lavoratori ad adeguato controllo sanitario, di informarsi e informare i lavoratori circa i rischi specifici derivanti dall’amianto e le misure per ovviare a tali rischi”.

Il processo del secolo

Il processo Eternit è stato definito il “processo del secolo” per l’enorme numero di vittime coinvolte: il capo d’accusa conteneva un elenco di 2.191 morti e 665 malati a causa delle patologie correlate con l’amianto (dato ora da aggiornare), circa 6.400 richieste di costituzione di parte civile, quasi interamente accolte, un esercito di 15o avvocati. Il processo Eternit di Torino per i morti e malati d’amianto è stato la più grande causa in materia mai celebrata in Europa. Prima della sentenza Guariniello aveva commentato: «Comunque vada quello che si conclude oggi sarà un processo storico», perché   «Si è trattato – ha aggiunto – del più grande processo del mondo ed è la dimostrazione che un processo si può fare anche su tematiche come questa. Abbiamo avuto l’interessamento di molte comunità e l’aiuto di diverse amministrazioni. Ora è il momento – ha concluso – che venga fatta giustizia».

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