Processo EternitA Rubiera per qualcuno la giustizia è arrivata tardi

Per lo stabilimento di Rubiera i giudici hanno stabilito il non luogo a procedere

Una sentenza che per qualcuno ha il sapore amaro della beffa. Certo, gli imputati sono stati condannati a pene esemplari: 16 anni di reclusione ciascuno al miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e al barone belga Louis De Cartier. Ed è notevole anche l’ammontare dei risarcimenti.  Ma a Rubiera per alcuni la giustizia è arrivata tardi. Per i reati commessi in determinati periodi negli stabilimenti di Rubiera e Bagnoli (Napoli), infatti, i giudici hanno dichiarato di non doversi procedere perché il reato è prescritto. Dunque, non tutti i familiari delle vittime reggiane saranno risarciti. Gli avvocati di parte civile ne hanno contati più di 10, ma per avere il computo esatto bisognerà attendere che sia depositata la sentenza.

In ogni caso beneficeranno dell’indennizzo la Provincia di Reggio, il Comune di Rubiera, la Regione Emilia Romagna e la Cgil. “Si tratta comunque di una sentenza storica – ha commentato la termine dell’udienza l’avvocato Ernesto D’Andrea, che rappresenta in sede civile la Provincia di Reggio – al di là della prescrizione, è stato ribadito un principio cardine: i responsabili della sicurezza sul luogo di lavoro non sono solo i dirigenti, ma anche i proprietari. Chi non rispetta le regole deve pagare il conto, anche dopo anni dai fatti. Così è avvenuto”

Questa mattina in aula erano presenti numerosi parenti degli operai dell’Icar morti di mesotelioma pleurico – assistiti dagli avvocati di parte civile Ernesto D’Andrea e Bruno Pezzarossi – ed ex dipendenti dello stabilimento. A Torino sono andati anche il sindaco di Rubiera Lorena Baccarani e l’assessore provinciale Antonietta Acerenza.

“Si tratta di una sentenza di portata storica che rende giustizia a tante vittime dell’amianto e ai loro familiari. Non possiamo tuttavia non accogliere con un certo rammarico la decisione del Tribunale di Torino, laddove il dispositivo fa una distinzione tra gli stabilimenti italiani. Il reato sarebbe infatti estinto per prescrizione per gli stabilimenti di Rubiera e Bagnoli”.E’ il commento dell’assessore Acerenza. “Questa sentenza rappresenta un punto a favore della battaglia contro chi specula a scapito della sicurezza dei lavoratori. Certo, c’è ancora molta strada da fare perché le morti bianche sono ancora troppe, ma sono sicura che una sempre più rigorosa applicazione delle norme sulla sicurezza nei posti di lavoro possa, insieme alla fondamentale attività di controllo, concorrere a debellare questa piaga”, conclude l’assessore.

“E’ una sentenza che è destinata a lasciare il segno. Per la prima volta vengono condannati a 16 anni i proprietari dell’azienda e non i legali rappresentanti. Si tratta di una decisione molto complessa e articolata che nei prossimi giorni andrà ulteriormente approfondita e che potrebbe deludere le richieste di molte famiglie rubieresi”, commenta, sempre da Torino, il sindaco di Rubiera Lorena Baccarani. “C’è stata una condanna – aggiunge -, ma nel caso della Regione Emilia Romagna, della Provincia di Reggio Emilia, dell’Amministrazione comunale di Rubiera e di famiglie rubieresi che si sono costituite parti civili non è stato determinato l’entità del danno perché il collegio giudicante ha ritenuto che non ci fossero elementi sufficienti per quantificarlo. Per questo aspetto la causa è stata rinviata in sede civile”.

A Rubiera la multinazionale dell’amianto aveva aperto, nel 1961, una delle filiali italiane, e gli effetti dell’esposizione al minerale hanno provocato, secondo le stime della procura, gravissime patologie – quasi tutte con esito mortale – a una sessantina di lavoratori e residenti. Drammatiche le testimonianze al processo dei sopravvissuti, come Natale Corradini, che ha lavorato all’Icar dal 1970 al 1987 : «La gente si ammalava, prendeva l’asbestosi e il cancro. E non erano mica pochi. Si dava la colpa al fumare, poi si è capito che forse la causa poteva essere quella lì, quella dell’amianto. Ma dai padroni di informazioni non ne abbiamo mai avute. Nessuno mi ha mai detto che l’amianto era pericoloso. Ne parlavamo tra di noi. Ma l’azienda non ce lo diceva mica. E bisognava lavorare».

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