E anche stavolta ce la siamo tolta dai piedi, come direbbero alcuni; mentre scriviamo, vanno in onda le celebrazioni per la fine di queste trentunesime Olimpiadi, che hanno visto come padrone di casa lo stesso Brasile che, solo due anni fa, si era aggiudicato anche i Campionati mondiali di calcio. Siccome noi non crediamo alle coincidenze, né alla Fatina dei Denti (non più, perlomeno, a meno che non si parli di una assistente di poltrona particolarmente procace), siamo dell’idea che sia stato fatto un investimentino niente male, perché questa particolare congiuntura avesse luogo, e speriamo per loro che la resa sia altrettanto corposa, altrimenti il timore che al prossimo giro le Favelas si siano allargate a ricomprendere anche il Monte Pan di Zucchero è una cosa abbastanza concreta.
Per quanto ci riguarda, dal momento che non nutriamo una particolare fiducia negli investimenti da parte del Sistema Italia, ci auguriamo di ospitare simili kermesse solamente quando ci saremo socialmente evoluti a sufficienza, vale a dire, non prima del 2500 d.C. Per quel momento dovremmo anche aver contattato qualche civiltà extraterrestre come in Star Trek, e chissà che non si candidino anche loro per ospitare la manifestazione. Consideriamo, come ogni volta, il medagliere olimpico e – siccome siamo ancora capaci di stupore, come i bambini – stupiamo, nel considerare come, ogni volta, siamo sempre lì: dopo i soliti Stati Uniti, Cina, Germania, Francia, Regno Unito, Australia, Russia, ci siamo sempre noi.
E siccome solamente un ingenuo non riesce a capire che esiste una correlazione assolutamente diretta e chiarissima tra capacità economica e valore espresso in termini di sport – peso di incidenza sulle varie Federazioni, strutture, cultura, supporti, materiali, assistenza – dobbiamo per forza concludere che, come peso-potenza, veniamo immediatamente dopo Nazioni che sono capaci di esprimere un capitale umano al cui confronto il nostro è irrisorio – 60 milioni, in gran parte anziani, che dispongono di capitali, ricchezze, capacità monetarie nelle quali le nostre semplicemente svaniscono come gocce nel mare. E tuttavia, siamo sempre a galla; e diciamo la nostra, incredibilmente, nelle discipline più disparate.
Femminile e maschile, atletica e lotta, fondo e scatti, resistenza e forza e precisione, acqua e terra; tra bronzi, argenti e ori, anche stavolta siamo a quota 28 medaglie, come quattro anni fa, e leggermente meglio di otto anni fa. Segno che tutto sommato siamo passati pressoché indenni, almeno come capacità reattiva, attraverso anni di crisi feroce, sia dal punto di vista economico che da quello di vista psicologico, che poi è la componente più pesante di tutte. Come mai? La nostra teoria è che, in fondo, a noi piaccia un sacco lamentarci, ma poi in effetti non stiamo mai così male. Certo, è una teoria per molti versi azzardata; non è inconsueto che incredibili imprese sportive nascano proprio dall’humus della povertà e della mancanza di mezzi, quel terribile mix che forse non riesce a creare sufficiente carburante per cultura e ricchezza, ma per il riscatto personale, sì.
E tuttavia, anche se così fosse – e non lo crediamo – sarebbe sempre un segnale della capacità di non disperarsi, di non lasciarsi abbattere. Non siamo usi lasciarci andare a voli pindarici degni di pensierini felici tipo biscotti della fortuna, ma ci piace pensare che, dietro ad una facciata di continuo lassismo, di pessimismo imperante, di continuo brontolamento fine a se stesso ancora, nel profondo di sé, l’italiano sia capace di orgoglio, di forza, di sacrificio e, sì, di voglia di vincere. Saranno scontenti gli scontenti, a questo punto: prima dell’inizio dei Giochi si scommetteva su di una débacle allucinante, a causa della natura fallimentare del Governo Renzi.
O forse degli strascichi del Governo Monti. Il fatto che le cose non siano assolutamente cambiate ha un po’ smorzato gli attacchi continuativi sui social ( o forse, la gente è semplicemente in ferie); forse pensano che, diavolo! Questa non ce la possiamo giocare come propaganda “contro”! Dal canto nostro, pensiamo che sia solamente l’ennesima prova del fatto che, salvo che al Governo non vada un tizio veramente performante come ad esempio Silla, o Federico II, l’impatto della diversa compagine politica e dei metodi utilizzati per guidare il Paese da sempre si rivelano oltremodo ininfluenti. Ottimo, da un lato: significa che grossi errori, chi c’è c’è, non li possono fare. Magari, solo errori mediocri, di quelli che sbagli di un grado e il missile ti finisce su Titano anziché su Marte.
Dall’altro, che difficilmente possono accadere cose talmente straordinarie da poter far cambiare drasticamente rotta. Ti siedi in poltrona, esulti per sport così strani che non sapevi nemmeno fossero tali, e poi tutti a cambiare canale, cosa c’è ora in tv? Se lo sport fosse una metafora reale del valore del Paese – e ci piacerebbe molto che così fosse – vorremmo, e non ci vergogniamo anche se forse suona un po’ alla De Amicis, che anche una sola briciola dell’entusiasmo che si prova – è inutile negarlo, vi vediamo – quando arriviamo in finale, quando la palla entra nel cesto, quando il bersaglio misteriosamente si sfonda – la serbassimo nella vita di ogni giorno.
Per fare fronte alle difficoltà quotidiane, a quell’inguaribile male italiano di non vedere mai oltre il proprio naso e di sopravvivere, sforzati, mancando i mezzi, mancando le forze, mancando il sostegno, alla giornata; mentre invece, nello sport come in qualsiasi altro campo, siamo capaci di tirare la volata quanto e più di qualsiasi altro. Ma questo richiede un grosso sforzo di cambio della prospettiva: che cioè da tifosi ci si tramuti in sportivi. E non è alla portata di tutti.