PFAS, un acronimo che in Italia fa particolarmente paura, soprattutto in Veneto, dove nel 2023 si parlò di emergenza nazionale. Nel caso specifico, questi inquinanti che hanno il poco simpatico appellativo di “eterni”, furono trovati in quantità altissima nelle acque regionali comprese quelle potabili. E poche settimane fa, Greenpeace, in un documento in cui ha analizzato i dati del Registro europeo Pollutant Release and Transfer Register (PRTR), in cui sono raccolti i valori delle emissioni di oltre 4 mila stabilimenti industriali italiani, torna a sottolineare, dati alla mano, che nel nostro Paese i PFAS non sono presenti solo nelle acque, ma anche nell’aria che si respira.
Cosa si intende per PFAS? Si tratta di un gruppo di sostanze chimiche largamente utilizzate, diffuse a partire dagli anni ’50 in tutto il mondo, che servono sia a rendere resistenti a grasso e acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori alimentari sia a produrre pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa ed molto altro, in particolare oggetti di uso comune e mondialmente diffuso, come si legge in una relazione di Arpa Veneto.
La particolarità più evidente che accomuna questa classe di sostanze è una: il fatto che si tratti di “sostanze chimiche permanenti”, ovvero che si depositano nell’ambiente e nel nostro organismo ed è difficilissimo eliminarle. Gli effetti sulla salute possono essere particolarmente pesanti, tanto che si va da danni al fegato, alla tiroide, fino all’obesità, ai problemi di fertilità e al cancro, come segnala l’European Environment Agency. Queste sostanze che tecnicamente sono sostanze alchiliche perfluorurate e polifluorurate (PFAS) sono oltre 4. 700. Non sono un problema solo per l’Italia, tant’è vero che nel 2023 un’inchiesta giornalistica guidata da Le Monde e che partiva dai dati del Forever Pollution Project, ha disegnato una mappa europea i oltre 17mila siti contaminati da Pfas, in tutta Europa.
Per quanto riguarda l’acqua, la presenza di Pfas è stata trovata, in misura più o meno rilevante, anche anche nelle bottiglie. Quanto a quest’ultimo punto, se qualcuno pensasse che il problema si possa risolvere bevendo l’acqua pubblica (rubinetto, fontanello …) ebbene, sappia che non è così: tra settembre e ottobre 2024,la campagna di Greenpeace Acque senza veleni, ha rilevato la presenza di Pfas anche nelle acque potabili pubbliche di tutta Italia.“Abbiamo raccolto presso fontane pubbliche 260 campioni in 235 comuni monitorando 58 sostanze, ovvero più del doppio delle 24 molecole che la nuova direttiva europea impone di quantificare. Il risultato: in 206 campioni su 260 analizzati,” è stata trovata almeno una delle 58 sostanze PFAS monitorate: ciò significa che il 79% dei campioni di acqua potabile risulta contaminato. Solo in 54 campioni (21%), non è stata registrata la presenza di alcun PFAS”.
Ma, come preannunciato, non è “solo” l’acqua a subire contaminazioni da PFAS, bensì anche l’aria. L’analisi di Greenpeace Italia si è focalizzata su un particolare tipo di inquinante dell’aria, i gas fluorurati (F-gas), dei quali la maggior parte sono proprio sostanze poli- e per- fluoroalchiliche (PFAS), anche note come “inquinanti eterni” a causa della loro pericolosità e persistenza nell’ambiente, come si legge nella nota stampa diffusa da Greenpeace sul proprio sito. Il dato sull’impatto che hanno gli F-gas a livello europeo è abbastanza inquietante, se si ricorda che “queste sostanze sono responsabili del 60% di tutte le emissioni di PFAS nell’Unione Europea”.
Ma ecco i dati, secondo il Registro europeo PRTR: nell’arco di anni che va dal 2007 al 2023, “sono state rilasciate sul territorio italiano 3.766 tonnellate di F-gas, per la maggior parte PFAS. Seppur nessuna Regione risulti esclusa dalle rilevazioni (a parte la Calabria per la quale non sono disponibili dati), è il Piemonte l’epicentro di questo tipo di inquinamento ambientale, con il 76% delle emissioni italiane di F-gas (2.863 tonnellate nel periodo 2007-2023). E in Piemonte, il Comune di Alessandria – con ben 2.828 tonnellate emesse nello stesso periodo – è l’epicentro di questa contaminazione”.
E l‘altro 24%? Si distribuisce fra industrie venete, in particolare quelle della zona veneziana, e stabilimenti situati in Lombardia e Toscana. Da tenere presente che, sebbene l’incidenza delle emissioni delle industrie che si trovano fuori dal Piemonte sia molto bassa rispetto ai valori piemontesi, in termini assoluti sono piuttosto preoccupanti.
Da non trascurare è anche il fatto che, secondo l’andamento registrato da PRTR, nell’ultimo periodo si sia verificata una riduzione delle emissioni. Un risultato che in parte è dovuto senz’altro agli effetti della pandemia di Covid affrontata negli ultimi anni, ma anche al processo di sostituzione degli F-gas con un nuovo prodotto, il C604. La sostanza viene prodotta dalla ex Solvay, che in realtà per anni ha utilizzato PFAS, che oggi porta il nome di Syensqo. Si tratta di un’alternativa ai “vecchi” PFAS, anch’esso rientrante nella stessa famiglia, ma che sarebbe meno “biocumulabile” rispetto a un altro PFAS di vecchia generazione come il PFOA (per intendersi, la componente in particolare del Teflon, la sostanza che rende antiaderenti le pentole). Tuttavia, si tratta di un fluoro tensioattivo ancora allo studio, con risultati non proprio incoraggianti, dal momento che alcuni studi scientifici, quelli dell’Università di Padova e dell’Istituto di Ricerca delle Acque, ne hanno messo in luce possibili impatti su organismi acquatici.
“Per fortuna, per sostituire i gas fluorurati nei processi industriali esistono già diverse alternative disponibili e non pericolose, come segnala anche un approfondito studio di ISPR – dice Alessandro Giannì di Greenpeace Italia – sostituire rapidamente i PFAS in questi cicli produttivi è urgente per la sicurezza dei cittadini ed è nell’interesse delle aziende e dei lavoratori del settore”.
L’allarme per quanto riguarda la pluralità delle fonti di inquinamento da PFAS che producono un effetto cumulativo fra loro è stato lanciato da diversi anni dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA – European Environment Agency) . Il meccanismo che descrive è un inquinamento che deriva sia dal rilascio di acque reflue industriali sia attraverso le immissioni nell’aria. Due modalità che si congiungono, dal momento che la diffusione aerea determina anche “un conseguente deposito di PFAS su suolo e corpi idrici”. Tant’è vero che, secondo quanto si legge nel report di Greenpeace, nei pressi degli stabilimenti “si può generare così una pericolosa concentrazione di PFAS nell’ambiente e di conseguenza anche nel cibo – sia di origine vegetale sia animale – e nel nostro corpo”.
Ma il processo non è ancora chiuso. Infatti, avvertono gli ambientalisti, “alcuni F-gas, una volta dispersi si trasformano in acido trifluoroacetico (TFA), ovvero la tipologia di PFAS più diffusa al mondo”. Il TFA “si diffonde con le precipitazioni, accumulandosi (perché non si decompone) nei corsi d’acqua che forniscono acqua potabile” Il potenziale tossico di questo meccanismo è così evidente che di recente, “ l’agenzia ambientale tedesca ha chiesto all’European Chemicals Agency (ECHA) di classificare il TFA come tossico per la riproduzione. Ad ottobre 2025, inoltre, Greenpeace Italia ha svolto un’analisi sulle acque minerali in commercio, rilevando contaminazione da TFA in sei marche su otto”.
Tirando le fila, cosa si può fare? Un primo assoluto obiettivo è senz’altro, come dice non solo Greenpeace ma anche la legislazione europea che in tema è molto restrittiva, è quello di eliminare completamente la produzione e l’utilizzo di PFAS. Ad oggi l’Italia non si è ancora dotata di una simile legge. Qualche passo avanti si è fatto nei confronti dei limiti per le acque potabili, ma non rispetto ai gas fluorurati, per i quali ancora non ci sono leggi nazionali che stabiliscano un vero e proprio tetto alle emissioni. Il Regolamento europeo del 2014, aggiornato nel 2024, stabilisce il phase down, ovvero la progressiva riduzione dell’utilizzo di gran parte di queste sostanze entro il 2030. “Secondo il regolamento, spetta agli Stati membri l’organizzazione dei controlli e la definizione di sanzioni penali ed amministrative in merito – spiegano da Greenpeace – in Italia, per stare al passo con le richieste europee è necessario accelerare i nostri sforzi verso l’abbandono dei F-gas. Oltre a generare tutti gli effetti dannosi per l’ambiente di cui abbiamo già parlato, infatti, queste sostanze contribuiscono anche all’effetto serra, con un potenziale di riscaldamento globale (GWP) migliaia di volte superiore a quello della CO2. Ad esempio, il gas fluorurato HCFC-22 ha un potenziale di riscaldamento globale stimato pari a 5.280 volte quello dell’anidride carbonica”.
Dulcis in fundo, una ricerca dell’Università di Padova, che verrà illustrata lunedì 15 dicembre, conferma l’impatto dei PFAS sul sistema immunitario pediatrico, evidenziando come l’esposizione al PFOA riduca fino al 45% la produzione di anticorpi fondamentali per la memoria vaccinale. Lo studio metterà in luce i meccanismi cellulari che compromettono la maturazione dei linfociti B. “Per fortuna, per sostituire i gas fluorurati nei processi industriali esistono già diverse alternative disponibili, alcune delle quali studiate sul territorio italiano da ISPRA 19 . Queste emissioni potrebbero quindi essere facilmente evitate con uno sforzo congiunto di istituzioni e industria”, conclude lo staff di Greenpeace.