Prato – In via Tobagi, zona industriale tra Prato e Pistoia, l’inceneritore c’è da prima della differenziata. Da quasi 50 anni. È di proprietà dei Comuni di Montale, Agliana e Quarrata, gestito da Cis Spa. Negli atti recenti la capacità è indicata come circa 50mila tonnellate annue tra indifferenziato e CSS.
Nei 65 Comuni di Ato Toscana Centro nel 2024 sono state prodotte 858.142 tonnellate di rifiuti urbani, di cui 259.922 di residuo, con differenziata al 69,71%. La Toscana nel 2024 è passata da 2,146 a 2,160 milioni di tonnellate, +0,7%.
Oggi il sistema toscano conta tre inceneritori operativi – Montale, Poggibonsi e Arezzo – che garantiscono 152mila tonnellate. Per chiudere il ciclo senza discarica, secondo il rapporto GreenReport ripreso da Regione e Ato, servono almeno 400mila tonnellate a recupero energetico. L’ossicombustore di Peccioli varrebbe circa 170mila tonnellate, l’ipotizzato revamping di Montale altre 50mila. Con l’ampliamento di San Zeno si arriverebbe a circa 420mila tonnellate, il minimo necessario.
L’inceneritore di Montale doveva chiudere nel 2021. Poi al 31 dicembre 2023, alla scadenza del mutuo. A marzo 2024 il Consiglio comunale aveva dato mandato di chiuderlo, ma l’assemblea dei soci di Cis ne ha prorogato l’attività per altri tre anni più uno.
E il 23 luglio 2025 arriva il via libera: l’assemblea dei sindaci di Ato Toscana Centro approva con 54 voti favorevoli, l’89%, lo scenario gestionale per i prossimi dieci anni: dismissione dell’attuale impianto entro il 2029, bonifica dell’area e realizzazione sullo stesso sito di una struttura da 100mila tonnellate annue. (Si tratta di un atto di indirizzo sul Piano d’Ambito 2025-2035, non un’autorizzazione a costruire).
Una decisione politica che però fa infuriare i cittadini dei vari Comitati contrari e attivi sul territorio da diversi anni «NonCIStiamo» e «IoNonCiSto» che invece chiedono dismissione, bonifica e riconversione in piattaforma di riparazione, riuso e riciclo, con dibattito pubblico e consultazione popolare.
Ultimo episodio, lo scorso fine settimana, secondo quanto riferito dai comitati, degli agenti della Polizia Municipale che hanno rimosso uno striscione “No Inceneritore – Montale ha già dato per 50 anni”. Motivazione verbalizzata: contenuto politico non autorizzato. Per NonCIStiamo e IoNonCiSto è “censura preventiva proprio mentre il Comune approva le modifiche allo statuto per la consultazione”. La loro risposta: “Ci tolgono i teli, ma non la voce. Se la consultazione è finta, la facciamo noi”.
Dopo ferragosto, promosso da Italia Viva e Casa Riformista dentro la coalizione del sindaco di Montale Ferdinando Betti, nasce il Comitato per il Sì. La tesi: senza impianto, 50mila tonnellate restano senza destinazione, finiscono su gomma verso il Nord, la Tari aumenta, salta il ciclo toscano. Il revamping a 100mila tonnellate, dicono, non è un raddoppio speculativo ma il minimo per chiudere il ciclo con filtri di ultima generazione e centralina ARPAT.
Favorevoli alla consultazione democratica prevista dallo statuto,”vitali per la nostra comunità: per l’ambiente e per i costi che comporterebbe l’esportazione di rifiuti”.
Ma il nodo sull’impianto resta quello della salute. I Comitati del No si pronunciano a favore della dismissione dell’inceneritore affermando che i dati medici sono ancora oggi frutto di un’analisi a metà.
Nel 2007 un superamento dei limiti di diossina fece scattare monitoraggio Asl e indagine ISPO con ARS e ASL 3 su linfoma non Hodgkin e sarcoma dei tessuti molli.
L’analisi storica ASL 3 sul periodo 1987-2008 rilevò un rapporto tra morti per tumore e morti totali superiore alla media toscana, un tasso di mortalità per neoplasie nei maschi superiore alla media, con un picco ad Agliana, e segnalò eventi sentinella su nati morti e malformazioni meritevoli di attenzione.
L’analisi successiva ARS 2018 su ricoveri e mortalità 2008-2014 non rilevò però differenze significative per linfomi rispetto alla media regionale.
Lo studio stesso,precisò di essere descrittivo su base comunale e di non poter rispondere se le patologie fossero state riconducibili alle emissioni, perché mancavano modello diffusionale ARPAT e georeferenziazione decennale dei pazienti.
E qui si innesta,invece, la posizione della dottoressa Patrizia Gentilini, oncoematologa ISDE, che secondo la sua tesi sostiene che non esista soglia sicura per diossine e PCB per bioaccumulo e che valga il principio di precauzione.
In questo scenario il presidente Eugenio Giani ha definito Montale e l’ossicombustore di Peccioli impianti chiave per la Regione, sostenendo che senza si rischia l’aumento delle bollette, rivendicando al contempo il passaggio a tecnologie che non emettono in atmosfera. Nell’accordo di coalizione dell’agosto 2024 con M5S, sempre Giani, aveva sottoscritto l’impegno alla riconversione dell’inceneritore.
Mentre a livello nazionale con l’ articolo 35 Sblocca Italia e il DPCM 10 agosto 2016 il governo ha come obiettivo portare l’Italia dal 23% di conferimento in discarica al target UE 10% entro il 2035.
Nel frattempo il Comune di Montale ha approvato le modifiche allo statuto per una consultazione popolare non vincolante e ha trasmesso ad Ato la mozione unanime del 13 agosto che chiede di sospendere ogni decisione sull’inceneritore fino al voto.
Sull’impasse avanza l’ipotesi, apparsa sulle cronache locali, di sostituire l’inceneritore con una torcia al plasma: reattore ad arco tra 7.000 e 13.000 gradi che decompone i rifiuti. I promotori la presentano come chiusura del ciclo senza combustione. Ma allo stato attuale resta un’ipotesi tutta da mettere in piedi e finanziare.