Imprese innovative, Elesta: laser e ultrasuoni curano i tumori con tecniche microinvasive

Intervista a Giovanni Masotti presidente dell’azienda high tech

Elesta nasce nella Piana fiorentina da una costola di El.En, il gruppo con sede a Calenzano dal 1981, considerato re del laser in quanto leader mondiale per ricerca, sviluppo e produzione di sistemi laser per medicina, industria e restauro conservativo di opere d’arte. Dichiarando la sintesi tra alta tecnologia e massima qualità come la propria bandiera capace di farne, non solo a livello nazionale ma anche internazionale, una garanzia di produzione all’avanguardia per la cura in punta di laser di persone, ambiente, arte. Fondatore allora, il lungimirante professore universitario prima e poi poi pioniere del laser, Leonardo Masotti che, in un appartamento di appena quaranta metri quadrati del popolare e a quei tempi anche industriale quartiere di Rifredi, a Firenze, crea El.En,  insieme all’allievo dotato di slancio imprenditoriale, Gabriele Clementi.

Da una costola del colosso mondiale che Masotti aveva creato, forse non pensando nemmeno che tale sarebbe diventato, è poi recentemente nata Elesta, una società a sé stante, presieduta dal figlio di Leonardo, Giovanni Masotti, che fa ricerca avanzata e produzione mondialmente apprezzata di laser combinati con ultrasuoni, per risolvere problemi medici che altrimenti resterebbero più faticosamente, dolorosamente e costosamente affidati al bisturi. In breve, alta tecnologia all’avanguardia per trattare in modo micro invasivo patologie finora affidate solo alla chirurgia o a farmaci, spesso con effetti collaterali importanti.

La tecnologia messa a punto da Elesta integra sistemi laser e apparati a ultrasuoni, grazie ai quali viene visualizzata la lesione, simulato ed eseguito il suo trattamento. La luce laser viene trasmessa nella lesione da trattare utilizzando fibre ottiche sottilissime, introdotte per via percutanea tramite aghi di diametro inferiore al millimetro, guidate da un ecografo in tempo reale. L’uso di dispositivi medicali basati sull’uso del laser guidato da apparati a ultrasuoni, hanno come obiettivo, dice Giovanni Masotti, la cura dei pazienti tramite terapie innovative, in molti casi efficaci come la chirurgia tradizionale ma assai meno invasive. I malati, come illustra il presidente dell’azienda, ci guadagnano in sicurezza, nessun uso di anestesia totale e rapido decorso post trattamento, mentre il servizio socio sanitario spende molto meno che nelle lunghe degenze. Funziona, in particolare, per tiroide e linfonodi metastatici del collo, per i tumori primitivi e secondari del fegato, in campo urologico soprattutto per i problemi benigni della prostata, ma recentemente, nell’ambito di studi clinici ancora in corso,  il sistema è stato usato anche per il carcinoma prostatico e i tumori renali.  

Dunque l’avventura continua di padre in figlio. Chiediamo a Giovanni Masotti come sia accaduto.

“Tutto è iniziato da El.En. Quando ero responsabile della divisione industriale, l’azienda fondò un ramo specializzato chiamato IALT, poi rinominato Elesta, per partecipare a un progetto ministeriale che  puntava ad arrivare all’ablazione di masse tumorali tramite fibre ottiche guidate da una guida ecografica. Masse che, una volta trattate, vengono smaltite autonomamente dal corpo in apoptosi, processo che avviene principalmente attraverso la fagocitosi, un decorso  rapido e pulito coordinato dai macrofagi e dalle cellule vicine, evitando il rilascio del contenuto cellulare nell’ambiente circostante e prevenendo l’infiammazione”.

Dunque la società nasce come un ramo dentro El.En. ?

“Sì un ramo, appunto, per realizzare un progetto che ci affascinava. Era nato a Calenzano all’interno dell’azienda, lavoravamo in modo congiunto con Esaote, ma il rapporto decadde dopo le varie acquisizioni dei cinesi nella medesima. Noi riempimmo quel vuoto inserendo in società un investitore arabo con sede a Dubai, rivenditore dei laser El.En. in settore dermatologico, che non voleva speculare ma era fortemente interessato a investire in Italia e in particolare nel nostro settore, oltre a possedere varie cliniche a Dubai. Così quando, dopo la morte di mio padre nel 2021, io ho rilevato parte delle quote da El.En., lasciandone la divisione industriale per diventare presidente della nuova creatura, è nata Elesta come impresa autonoma, partecipata da me, El.En e l’investitore arabo”.

 Che dimensione ha la nuova società?

“Beh siamo ancora molto piccoli, abbiamo chiuso il 2025 con un fatturato di un milione di utili e cinque di fatturato. Abbiamo una decina di dipendenti, ma solo ricercatori di alto livello dedicati alla commercializzazione, allo sviluppo delle nostre tecnologie e alla delicata parte regolatoria e clinica. Siamo in via di crescita e a questo ci dedichiamo adesso, con molta energia e entusiasmo. Facciamo i nostri passi in avanti anche se siamo un piccolo David contro Golia nei confronti dei grandi agglomerati nel med-tech, ma abbiamo già conquistato fiducia e stiamo facendo importanti passi in avanti. Vendiamo in tutta Italia come in varie parti del mondo, siamo chiamati dai convegni della Regione fino e a quelli delle Nazioni Unite. Dobbiamo fare sistema e riuscire a dare forza alle eccellenze toscane e italiane”.

Comunque avete ancora il gigante El.En alle spalle?

“Non esattamente. Siamo indipendenti, E’ ovvio che, nascendo noi da una sua costola, El.En. ci offre servizi a condizioni vantaggiose, ma gli investimenti li facciamo tutti e tre i soci in maniera paritaria: io, l’investitore arabo e El.En”.

Qual è la vostra difficoltà principale come piccola impresa?

“Andiamo forte in Toscana ma siccome facciamo prodotti medici all’altezza di venire mandati nel mondo e per questo ci vogliono soldi e molti, dobbiamo trovare le risorse per farlo. Ma vorrei evitare che ci arrivassero dai grandi investitori da fuori che già ci hanno buttato gli occhi addosso. Vorrei piuttosto trovare maggiori sinergie commerciali per crescere”.

Vogliamo passare a descrivere con precisione cosa fate?

“E’ semplice. Intanto il nostro principio è sempre e in ogni caso quello di mettere a punto tecnologie che principalmente rispettino il corpo umano. Mia madre aveva un tumore al polmone ma l’ha distrutta la chemio che l’ha resa sempre più debole e innescato un percorso alla fine del quale è morta per tutte altre cause rispetto al tumore. Ecco questo mi ha fatto capire molte cose. Noi ci occupiamo di curare i tumori con tecniche mini o micro invasive che non procurino sofferenze o danni collaterali ai pazienti ma anche molti meno costi per il sociale. Tutte le operazioni fatte con i nostri sistemi si svolgono ambulatorialmente e senza allettamento. Rispetto al primo posto, anche per l’ambiente”.

Offrite strumenti per curare così ogni tipo di cancro?

“Noi siamo super specializzati in interventi sui tessuti molli del corpo. Ci rivolgiamo al mondo dell’endocrinologia, dell’urologia, della pneumologia, ognuno con un tipo di applicazione diverso. I laser generano energia che viene guidata dalle fibre ottiche con aghi piccolissimi. Si lavora su un’interfaccia per cui i chirurghi fanno la loro simulazione assai simile a un video in cui immagini, suoni, risonanze magnetiche si intrecciano come in un gioco. Poi, se il medico mi da’ l’ok, io gli do la posizione su cui usare aghi sottilissimi con dentro fibre ottiche di minima dimensione per intervenire senza anestesia totale e farmaci pesanti. Poi sfila gli aghi e il paziente torna a casa. Ovviamente non è la panacea, ma un’applicazione molto efficiente la cui richiesta va rapidamente crescendo. Tanto che i nostri prodotti sono richiesti in Italia ma anche nel resto del mondo, per esempio in UK, USA, Cina, Egitto, perfino in Australia. Per noi adesso è il momento di lavorare sodo per rinforzare la nostra presenza dappertutto”.

Altri usi del laser oltre a quello medico?

“Sì, in El.En, dove esistono tre divisioni: medicale, industriale e conservativo di opere d’arte. Per esempio, abbiamo ripulito con i nostri laser i legni bruciati di Notre Dame, il portale in pietra del Santo Sepolcro a Gerusalemme, i Musei vaticani, i Bronzi di Donatello, monete d’argento romane in fondo al mare. Quest’ultima divisione è molto piccola ma, capitanata ad arte da Alessandro Zanini, risulta essere un fiore all’occhiello esclusivo,”

Le vostre caratteristiche più di rilievo?

“Premesso che ci vogliono sempre cuore, cervello e presenza e noi ce li buttiamo, cosa devo dire? Che cerchiamo di vendere al mondo cose belle, che facciamo tutto in Italia, che collaboriamo con varie Università: prima, ovviamente, Firenze ma alcune in Usa, UK, un professore del Cairo, in Cina in vari luoghi del mondo dove l’attrattiva sia l’etica e non la ricchezza. Io sono cresciuto nell’ottica di mio padre che era un professore universitario e aveva fondato l’azienda con due suoi studenti. Non sono cresciuto in azienda, ci sono approdato per sviluppare la divisione industriale solo dopo l’università, la laurea in ingegneria meccanica, il dottorato in energetica a Pisa, la borsa di Post-Doc in California”.

Poi ha lasciato El.En. Ci ha lasciato un po’ di cuore?

“Ho abbandonato la divisione industriale per dedicarmi a questa creaturina ma certo che ci ho lasciato un po’ di cuore e cervello”.

Ecco, ha appena detto che in questo momento state soprattutto lavorando per lanciare ancora più nel mondo detta “creturina” che lavorate. Siete ancora piccoli ma, più in generale, anche l’Italia e in particolare la Toscana sono fatte di piccole e piccolissime aziende. Quali sono secondo lei le loro difficoltà? Per di più in un paese che si lamenta essere molto distratto rispetto al sostegno da dare alla manifattura?

“Guardi, questo secondo problema a me sembra più europeo che italiano. Anzi direi che ce la caviamo meglio di altri paesi, soprattutto per quanto riguarda la capacità l’attrarre capitali esteri, secondo l’ultimo rapporto dell’ World Investment Report 2026 di UNCTAD e anche per la numerosa presenza da noi di cervelli notevoli. Certo sarebbe meglio se questi cervelli, in particolare i giovani, riuscissimo a trattenerli”.

E perché secondo lei non riusciamo a farlo?

 “Perché non li paghiamo abbastanza”.

Infatti. Ma perché?

“Perché è troppo alta la forbice tra quanto un imprenditore paga e quanto il lavoratore mette in tasca. Sa quanto mi piange il cuore quando non posso dare a un giovane nostro lavoratore quello che meriterebbe? Ma proprio non ce la facciamo, costa troppo, noi siamo piccoli e purtroppo ben poco di tutta questa grande spesa finisce nelle tasche dei pur assai promettenti giovani che lavorano con noi. Peraltro io ho il massimo rispetto per le istituzioni ma anche sanità e istruzione meriterebbero maggiori finanziamenti”.

Torniamo alle difficoltà delle piccole aziende da noi.

“Noi produciamo cose ben fatte, non c’è dubbio. Ma, come le ho detto, combattiamo per avere le tante risorse necessarie per presentarci all’estero. Dico noi, di Elesta, ma possiamo dire la stessa cosa di tante altre aziende sul territorio. In Toscana non ci sono tante grandi realtà finanziariamente capaci di navigare da sole fuori dai confini per mostrare quando lavoriamo bene da noi. Più o meno vale per tutta Italia. E’ innanzitutto un problema di troppa pressione fiscale che andrebbe abbassata, oltre all’ evasione contro cui non si combatte abbastanza e di troppo lavoro al nero. In Italia abbiamo un fisco alto e scarsi servizi. Anche i paesi nordici hanno un fisco alto ma perlomeno hanno molti servizi”.  

E dunque?

“La via delle piccole imprese sarebbe fare sistema e anche nel campo dei servizi.  Io dedico un po’ del mio tempo anche a Confidnustria che rappresenta il sistema associativo più adatto ma, qui non è facile. Purtroppo non abbiamo lo spirito di aggregazione necessario e ognuno si gioca le proprie carte da solo. Si è troppo individualisti in Italia, in Toscana forse più che altrove. La mia famiglia è di origine romagnola, siamo forse meno furbi dei toscani ma abbiamo in genere uno spirito più collaborativo e fattivo”.

In foto Giovanni Masotti

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