Il 15 luglio, giornata mondiale per le competenze e l’autonomia dei giovani, è tornato e passato, ma il bilancio per l’Italia, anch’esso, torna ad essere triste. Se d’istinto i ragazzi delle superiori individuano fra le cause della loro “malformazione” la scuola così come ridotta negli ultimi trent’anni, dando vita alla resistenza passiva della maturità senza orali, il nostro Paese si segnala anche per un altro record, quello dei Neet. Ovvero, come da anni ormai siamo abituati a sentore, i giovani nella fascia d’età fra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano, non frequentano corsi di formazione. Una sorta di resistenza passiva, si potrebbe azzardare, che li mette fuori dal futuro, se inteso come lavoro, responsabilità, ecc.
Al di là di quello economico, pure evidente, il profilo sociale di questo fenomeno è quello più allarmante. Cosa induce un ragazzo nell’età della tensione verso obiettivi magari solo sognati e che tali rimarranno nella sua vita adulta, a tirare i remi in barca? Forse il futuro che questo tipo di sistema offre non è né allettante, né riformabile? Domande cui la politica, intesa anche come gestione delle forze produttive, culturali, esistenziali del Paese, non solo non dà risposte, ma, ed è questa l’impressione più grave, su cui neppure si interroga.
Ma veniamo ai numeri. Secondo quanto emerge dalla puntuale ricerca di Open Polis, nonostante un calo dei Neet registrato negli ultimi dieci anni, l’Italia, con la percentuale del 15,2% nella fascia 15-29 anni, è la seconda in Europa dopo la Romania. che si pone col 19,4%, in testa alla classifica. Dopo di noi, la Lituania, al 14,7% e la Grecia, al 14,2. Il confronto con il dato europeo è scoraggiante, 11%, e molto dura è la strada, per questi Paesi, per raggiungere l’obiettivo europeo fissato per il 2030, ovvero il 9%. L’Italia, in realtà come si sottolineava, ha un trend in calo. Si è infatti passati dal 19% circa del 2022 al 16,1% nel 2023, per approdare al lieve seppur significativo calo del 2024.
Se si volessero analizzare i motivi, una causa che emerge evidente dai dati è il legame che esiste fra lo stato di Neet e il sistema dell’istruzione. Intanto, è interessante notare che il livello di istruzione più colpito dallo status di Neet non è il livello più basso, ovvero la licenza media, e neppure il livello più alto, ovvero la laurea. Nella condizione di Neet sprofonda invece la fascia dei diplomati, che vede una punta del 17,8% dei ragazzi diplomati fra i 15 e i 29 anni non lavorare, studiare o seguire percorsi di formazione. In Europa, come dicono i ricercatori di Open Polis, nello stesso segmento la percentuale è dell’ 11, 3%.
Ne emergerebbe che sono gli istituti superiori, in Italia, a rappresentare l’anello debole della catena. Ciò induce senz’altro ne dubbio che al titolo possa non corrispondere la competenza effettiva. Un tranello, che è riconosciuta sotto il nome di dispersione implicita, per i ragazzi, che non riescono ad accedere ad altri livelli di formazione, ma neppure a entrare con autorità nel mercato del lavoro. Una strozzatura, quella degli sitituti superiori, resa evidente anche dai numeri: mentre i Neet diplomati sono quasi al 18%, fra coloro che hanno il titolo di licenza media la percentuale è del 13,3%, e fra i laureati dell’11,8%.
Infine, è interessante la distribuzione territoriale del fenomeno. Tenendo conto che gli ultimi dati disponibili per Comune risalgono al 2020 anno piuttosto particolare rispetto alla pandemia, tuttavia alcune tendenze risultano ancora attuali. Secondo i dati Eurostat, intanto, il problema sembra più significativo nei Comuni con alto grado di urbanizzazione indicano come il problema sembri riguardare soprattutto le città. Il grado di urbanizzazione, dal momento che l’incidenza il fenomeno si acuisce nelle aree urbano più densamente popolate, dove si rilevano punte di oltre il 16%, a confronto con la media nazionale del 15,2%. Inferiore invece la media dei Comuni con densità intermedia , dove si riscontra un 14,7% e nei Comuni rurali, che presentano un 14,4%.
Dati che tuttavia, come sottolineano i ricercatori di Open Polis, non riescono a dar conto delle differenze fra regione e fra nord e sud del Paese. Per dar conto anche di questo dato, i ricercatori si sono avvalsi di un indicatore “costruito attraverso l’incrocio dei dati Istat sulle condizioni socio-economiche delle famiglie con le fonti amministrative e che calcola la percentuale di residenti di 15-29 anni che non hanno un’occupazione regolare e non seguono un percorso di studio. Una proxy utile per stimare l’incidenza dei Neet”.
L’indicatore ha tuttavia alcuni limiti, come per esempio essere astato utilizzato solo per Comuni con almeno 5mial abitanti e l’aggironamento, che è, appunto, al 2020, con tutti i ben comprensibili rischi di errori rispetto all’impatto pandemico. Tuttavia, ciò che emerge è una tendenza già evidente anche in altri studi, precedenti, ovvero che il fenomeno in esame è più presente nelle grandi città del sud: stati Catania (42,0%), Palermo (39,8%), Napoli (37,3%), Messina (33,7%), Caltanissetta (32,1%), Agrigento (31,7%), Trapani (31,6%), Siracusa (31,5%), Frosinone (30,5%) ed Enna (30,4%), i primi dieci comuni della lista.