Mostra: la Firenze modernista e cosmopolita degli anni Venti

Dal contributo di Gio Ponti per Richard-Ginori alle ceramiche di Galileo Chini, dalle creazioni di Thayaht ai gioielli per l’alta società

Firenze – C’è una Firenze cosmopolita e modernista che ogni tanto viene allo scoperto con prepotente esuberanza e raffinato splendore. La si rimpiange come esempio di vivibilità colta e sostenibile, estranea ai malanni del turismo di massa scappa e fuggi, alla gentrificazione spietata e distopica che ne avrebbe segnato la crescita. Era una Firenze decisamente moderna capace di consegnarsi agli artisti e agli esteti che venivano a conoscerla fra grandi e piccoli tour. Un bacino da visitare per il suo passato che sapeva comunicare con il presente e immaginare il futuro. Una Firenze elitaria ma non eccentrica. Una Firenze ortodossa nel suo sposare il Novecento senza eccessivi furori e futuribili slanci.

Di questa Firenze che guardava oltre i confini del Rinascimento, ma sposandone appieno l’afflato innovativo in sintonia con le correnti circolanti nei perimetri internazionali è in mostra a Palazzo Medici Riccardi col titolo “Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti” a cura di Lucia Mannini che dà conto, senza dispersioni fenomenalistiche ma con precisa declinazione metodologica della vivacità creativa, anticanonica, squisitamente contemporanea che investi il capoluogo toscano negli anni Venti del Novecento.

Una città che seppe ritagliarsi uno spazio in prima pagina quale laboratorio   nel campo delle arti decorative, della moda, della moda, della grafica e del design in  sintonia con quanto accadeva nella grandi capitali (Londra e Parigi su tutte) del gusto e del costume internazionali. Promossa da Città Metropolitana di Firenze e organizzata da Fondazione MUS.E, in collaborazione con New York University Florence, Gabinetto Vieusseux e Museo Richard Ginori della Manifattura di Doccia, l’esposizione racconta un decennio di straordinario fermento, una galassia punteggiata di smalti e ceramiche, arredi, gioielli, tessuti, abiti, pitture, sculture, fotografie e costellata di una nuova visibilità, quale emergeva dai manifesti pubblicitari (che allora si chiamavano “reclame” dall’omonimo termine francese ma senza l’accento sulla prima “e”) che ricostruiscono un fervido clima artistico manifatturiero, pre-seriale, dove artista e opificio si davano la mano e si guardavano negli occhi. Il primo per “lanciare” il proprio lavoro sui binari di un mercato sempre più globale, il secondo per avvalorare la propria immagine di officina, non solo come veicolo commerciale, banco di montaggio meccanico quanto fucina di elaborati e bottega di elaborazioni. Che era un nuovo modo per collegare i due poli della “fatturazione” artistica e di intercettare le esigenze delle avanguardie in sintonia con i modelli della tradizione.

Dal contributo di Gio Ponti per Richard-Ginori alle ceramiche di Galileo Chini, dalle creazioni di Thayaht ai gioielli ricercati dall’alta società, dagli albori della produzione di Salvatore Ferragamo e di Gucci, dalle magnifiche sete apprezzate da D’Annunzio fino agli accattivanti poster, l’itinerario propone una lettura ampia e non localistica del Déco fiorentino, riscoprendo anche nomi dimenticati ma non marginali come quelli di Umberto Brunelleschi e Balsamo Guido Stella. Sulla scia della partecipazione all’esposizione universale di Parigi, Firenze voltò pagina, esibendo il suo nuovo potenziale estetico in campi dove già era maestra, partendo dallo spirito artigianale, tra sartorie e manifatture tessili, pelletteria e ceramiche, contribuendo a suo modo a fondare il linguaggio della modernità.

“Il percorso messo in scena – sottolinea la curatrice Lucia Mannini – si colloca nel contesto internazionale che trova uno dei suoi momenti centrali nella Exposition Internationale des Arts décoratifs et industriels modernes di Parigi del 1925, evento che sancì il successo di un nuovo gusto moderno fondato sull’eleganza, sul lusso e sulla collaborazione tra arti decorative e manifatture. Anche numerosi artisti fiorentini presero parte alla trasferta oltralpe, confermando il ruolo attivo della città nella produzione artistica del periodo. Non dimentichiamo che dopo la guerra  si affermò un rinnovato interesse per le arti applicate, considerate non solo espressione di nuovi valori estetici ma anche risorsa economica e produttiva. E in questo clima dinamico Firenze si propose come un importante centro creativo”.

La prima sezione è dedicata ai rapporti tra Firenze e Parigi e al tema delle maschere della Commedia dell’arte, soggetto ricorrente nella cultura visiva del déco, un terreno dove artisti come Umberto Brunelleschi, Alfredo Müller e Gino Carlo Sensani svilupparono un linguaggio ispirato al Settecento galante e ai personaggi della tradizione teatrale italiana, temi che divennero particolarmente diffusi nella grafica, nell’illustrazione e nelle arti decorative dell’epoca. Un ampio nucleo guarda alla produzione ceramica, con particolare attenzione alla Richard-Ginori (affiancata da consorelle quali Cantagalli e le Fornaci San Lorenzo guidate da Galileo Chini) che ottenne importanti riconoscimenti grazie all’attività di Gio Ponti, che introdusse nuove forme e decorazioni ispirate tanto alla cultura artistica italiana quanto ai linguaggi allora in voga. Una sezione è dedicata alla partecipazione degli artisti e delle manifatture fiorentine alle Biennali di arti decorative di Monza, rassegne fondamentali per la definizione di un linguaggio moderno delle arti applicate italiane, che rappresentarono un importante momento di confronto tra artisti, artigiani e industrie, contribuendo a definire nuovi orientamenti estetici e produttivi.

Si accende poi uno spazio sulla pubblicità e la comunicazione visiva, ambito nel quale l’influenza del futurismo fu decisivo, dove spiccano i nomi di cartellonisti come Lucio Venna e Nerino. L’ultima parte della mostra riguarda il mondo della moda, dove rimbalzano le figure di Salvatore Ferragamo e di Gucci, mentre a latere, episodio altamente originale, si colloca la celebre Tuta ideata da Thayaht nel 1920, un indumento concepito come abito universale e funzionale, promosso attraverso una rivoluzionaria campagna di diffusione che ne illustrava le modalità di realizzazione e utilizzo, evidenziato da una impagabile reperto video. La mostra, sostenuta da un brillante Catalogo Giunti, resta aperta fino al 25 agosto. Info 055 2760552.

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