Può capitare che un pinguino dell’Isla Magdalena si rispecchi, conscio della sua
eleganza lucidata dal vento gelido e perenne, in un modello del super lusso in
smoking total black, costruito con i tessuti preziosi dell’Antico Setificio Fiorentino di
proprietà della Maison Stefano Ricci e bottoni in cristallo Swarovski. Può anche
capitare che, accompagnando una spedizione di moda in quella fine del mondo che
poi si è scoperto essere solo l’inizio di un nuovo mondo, come è la Patagonia
meridionale che attraverso lo stretto di Magellano diventa Tierra del Fuego, il
fotografo di National Geografic Andy Mann che insieme a Terry Garcia, per anni
presidente della National Geographic Society e adesso ceo di Exploration Ventures,
faccia parte dell’esplorazione modaiola e incontri finalmente nella steppa il puma che
non era mai riuscito a vedere e ritrarre prima.
Può anche accadere che il connubio tra moda e esplorazione lasci un contributo alle
ong dei paesi dove via via ci si avventura. In questo caso la spedizione incantata dal
vento senza sosta, il freddo magico dei ghiacciai, l’acqua di laghi e fiumi di un
celeste chiaro come è solo quella derivata dal ghiaccio, le foreste incontaminate, il
verde della Pampa ha stabilito una collaborazione per la salvaguardia del puma nel
suo habitat naturale del Cile centrale con la Fundacion Cientifica Accion Fauna
guidata da una donna, Kendra Ivelic.
Tutto questo accade durante l’ottava spedizione di Explorer, come si chiamano le
irrituali avventure tramite cui la Maison Stefano Ricci presenta ormai da qualche
anno le sue collezioni maschili di estremo lusso ma anche curiose del mondo, tramite
scatti e video ambientati nei luoghi più belli e più estremi, spesso poco o mal
conosciuti. Questa volta si tratta della nuova collezione uomo per l’inverno
2026-2027 ripresa nella fine del mondo della Patagonia cilena. Dopo Egitto, Islanda,
Galápagos, Mongolia, Cambogia, Perù, Rajasthan: viaggi pensati per documentare
insieme moda e ambiente, scoprire segreti paesaggistici e umani, riceverne
ispirazione e collaborare con fondazioni e ONG internazionali. “Portiamo avanti con
orgoglio iniziative di sostenibilità al fianco di organizzazioni prestigiose”, dichiara
Niccolò Ricci che è il ceo, mentre il fratello Filippo è il direttore creativo, della
maison fondata a Firenze dal padre Stefano insieme alla moglie. Ora Stefano èpresidente dell’omonima Fondazione mentre l’impresa, pur fortemente
internazionalizzata, è comunque restata ancorata a un saper fare artigianale
interamente made in Italy. Dedicandosi anche all’acquisto di altri capisaldi del grande
saper fare nostrano: dopo l’Antico Setificio, ora anche la Moleria Locchi, preziosa e
tradizionale azienda artigianale esperta come pochi in molatura, incisione e restauro
di vetro e cristallo.
Può anche capitare che sul gommone che attraversa laghi e fiumi gonfi delle acque
gelide del Gey Glacier fino a sfiorare le Torres del Paine che sorvegliano, scagliate
verso il cielo, un territorio popolato di condor, leoni e elefanti marini, pecore, cavalli,
guanachi e gauchos, la troupe composta da Niccolò e Filippo Ricci, i modelli, i
fotografi, gli organizzatori, finisca per bagnarsi proprio nel momento in cui devono
salire sul ghiacciaio attaccandosi ai ramponi per realizzare la foto cui è essenziale la
luce di una certa ora e non possa perdere tempo ad asciugarsi. E allora si stendono
per un po’ i panni al vento e belli umidi si prosegue. È l’imprevisto che può attaccare
anche una spedizione per cui ci sono voluti nove mesi di preparazione.
Ambiente e moda appaiono intrecciati e il primo ispira la seconda. Tramite una
collezione lineare, preziosa ma asciutta, indossabile facilmente anche dalle nuove
generazioni, che unisce eleganza esclusiva, sontuosità dei materiali, spirito sportivo e
praticità . Un uomo moderno che indossa capi avventurosi e metropolitani al tempo
stesso. Un’ eleganza funzionale eppure di lusso : sia che l’abito venga indossato tra i
ghiacci, i fiordi e le steppe oppure in città. Tiene caldo il parka imbottito di piuma
d’oca con il cappuccio bordato di pelliccia di volpe, le field jacket e i blouson
multitasche hanno gli interni staccabili e vanno bene al freddo come nei climi più
miti, comunque sono sempre sartoriali. Primeggiano i pantaloni di fustagno, le
camicie sono di cotone o cashmere, la maglieria è raffinata ma waterproof. I colori
sono quelli della natura: il bianco della neve, i marroni in tutte le versioni che sono i
trionfatori del momento, il nero delle notti solitarie come degli smoking degli incontri
eleganti, il verde della pampa ma anche l’immancabile blu Ricci o un vivace e audace
viola come i Gauchos cui si ispira. Per momenti formali: pelle foderata di visone,
vicuña, maglie e pellicce lavorate.
Alla fine accade anche che il 18 novembre, il giorno dopo la presentazione del
video su collezione e Patagonia al fiorentino teatro Niccolini, uno dei più antichi del
mondo, arrivi nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, tramite la
collaborazione della sindaca Sara Funaro che introduce la mattinata, lo Stefano Ricci
Explorer Symposium. Ovvero un incontro internazionale, dedicato ai giovani e a una
selezione di scuole superiori e di alta formazione fiorentine e italiane, con i fotografi,
gli esploratori, gli storyteller più noti del mondo guidati dalla conduttrice televisiva e
ambientalista Licia Colò e intervistati da Gianluca Tenti, giornalista e direttore della
comunicazione della Stefano Ricci s.p.a. Per discutere dei temi del nostro tempo, la
conoscenza, l’ambiente, la sostenibilità, il dialogo tra culture diverse.
C’è Steve McCurry che basta il nome per ricondurci a quegli indimenticabili occhi
verdi enormi e spalancati che ti penetrano testa e cuore della giovanissima ragazza
afgana. Occhi che, nonostante i capelli in disordine e l’ abito stracciato denuncino la
durezza delle guerre in Afganistan degli anni ‘80 e le difficoltà di vivere nel campo
profughi di Peshawar, raccontano la forza, la sfida, la resistenza indomabile di una
giovanissima donna e con lei delle donne afgane ma anche delle altre nel mondo.
Steve McCurry la scattò nel 1984 e nel giugno del 1985 diventò la copertina di
National Geographic e da lì uno degli scatti più noti della fotografia . Cambiò per
sempre la vita personale e professionale di McCurry, come racconta lui in Palazzo
Vecchio, ma anche la nostra percezione del mondo e delle persone, delle sofferenze,
le guerre e le ingiustizie di luoghi “altri” e invece vicini.
Ai ragazzi che gli fanno domande, McCurry risponde che le foto si scattano per
empatia e per casi che devi sapere cogliere, che ci vogliono un sacco di combinazioni “luce, scene, interazione” – che non puoi costruirti ma che devi essere sempre
pronto a cogliere. Lo scatto, dice, nasce per empatia. Per esempio la foto della
ragazza afgana diventata un simbolo di sfida al dolore, di dignità, di bellezza muta
ma perseverante, di uguali sentimenti ai vari capi del mondo, nacque, spiega
McCurry dal caso che però trovò il fotografo pronto.
Nel Salone dei Cinquecento arriva, dopo aver viaggiato di notte dal Cairo per
amicizia con Stefano Ricci come spiega lui, anche l’Indiana Jones del momento,
esploratore non di paesaggi, popoli e mari ma di archeologia, ovvero di piramidi,
faraoni e antico Egitto da cui, dice, “possono scaturire tutti i segreti del mondo”.
Ovvero il celebre egittologo Zahi Hawass, ex ministro del Turismo e delle Antichità
dell’Egitto, l’esperto che ha contribuito alla mostra “I tesori dei Faraoni” inaugurata
da Mattarella alle Scuderie del Quirinale, che in Palazzo Vecchio annuncia: “Il 2026
sarà un grande anno per l’archeologia, un anno che può rivoluzionare la storia”:
Quando lui racconterà cosa avrà trovato alla fine del secondo nuovo spazio vuoto che
ha appena scoperto dentro la Piramide di Cheope. Gli piacerebbe poterlo fare
“insieme a Harrison Ford”. Agli studenti che gli chiedono se gli egizi si erano
occupati di climate change, risponde che non lo sa “ma so che sicuramente sapevano
conservare i loro monumenti molto meglio di noi”.
C’è il pluripremiato fotografo fiorentino Massimo Sestini che mostra alcune sue
foto più belle, non solo quelle di una caprese grotta azzurra fotografata, per una
campagna della Stefano Ricci, in una luce di suggestione infinita, ma anche quella
storica del barcone strapieno di migranti, come un intera fetta del mondo in mezzo al
mare, ripreso da sopra, a bordo di un aereo della Marina militare italiana. E ci sono i
maggiori esponenti internazionali dello storytelling sulle popolazioni, la terra e i mari
del globo attraverso foto e esplorazioni: Andy Mann, specializzato in natura e
conservazione degli oceani, Alexander Moen della National Geographic Society,
l’esploratrice e scrittrice Milbry Polk, la professoressa Lucilla Conigliello del Museo
Antropologico di Firenze.
Intanto la maison Stefano Ricci prosegue negli investimenti. Tra pochi giorni
inaugurerà una nuova boutique a Washington e poi una a Roma. Ma la moda non è in
crisi? “Beh qualche effetto lo abbiamo registrato anche noi, una lieve flessione nei
ricavi – ammette Stefano Ricci – Soprattutto avevamo puntato troppo massicciamente
sulla Cina e la Cina si è fermata. Adesso abbiamo riequilibrato e per esempio USA,
Europa e Dubai vanno molto bene – dice Niccolò Ricci – Credo che riequilibrare un
po’ tutto sia in questo momento l’atteggiamento migliore e penso che chiuderemo
l’anno tra i 200 e i 220 milioni di fatturato”.