Mercato del lavoro italiano, il panorama è desolante. Lo dice il professor Pasquale Tridico, già presidente dell’Inps, parlamentare europeo e docente di Politica economica , ma lo conferma anche l’ex ministro Tiziano Treu, giuslavorista e presidente del Cnel, uno dei padri della flessibilità nel lavoro, nel corso del dibattito “Le regole per il mercato del lavoro”. L’evento è stato organizzato dalla Classe di scienze politico-sociali della Scuola Normale Superiore nella sede di Palazzo Strozzi a Firenze, moderato dal preside della Classe di scienze politico-sociali Guglielmo Meardi, professore di sociologia dei processi economici e del lavoro.
Il punto, oltre alla situazione odierna, ha riguardato gli ultimi decenni di politiche per il lavoro. I dati parlano di una situazione piuttosto scoraggiante. Intanto, le riforme che si sono succedute, finalizzate all’aumento della flessibilità del lavoro, hanno avuto il risultato di introdurre una quota elevata di contratti a tempo determinato e part-time nel sistema italiano, accompagnandoli con una preoccupante caduta dei salari reali. Circa l’aumento del numero degli occupati, ad esempio, il tallone d’Achille è rappresentato dal fatto che il numero delle ore lavorate è rimasto pressoché stabile, come spiega Tridico, illustrando i dati. Non solo: degli oltre 18 milioni di lavoratori dipendenti un terzo, circa sei milioni, sono a tempo determinato o part-time. I più penalizzati? Giovani e donne: tra i lavoratori sotto i 34 anni, il 35% ha un contratto a tempo determinato, contro il 12% di quelli tra i 35 e i 49 anni, e il 7% di questi oltre i 50 anni. L’altra faccia di questo processo è stata l’aumento dell’emigrazione, soprattutto di giovani istruiti: nel periodo 2011-23, 550mila giovani italiani (tra i 18 e i 34 anni) hanno lasciato l’Italia, con un saldo negativo per quella fascia d’età di 377mila persone. La quota delle persone laureate tra chi lascia il Paese è aumentata costantemente e ha raggiunto oggi il 43%.
Ma qual è stato il motivo scatenante della situazione attuale, al di là delle contingenze esterne? Per Tiziano Treu un grande ruolo ha svolto il “tradimento” dell’intento originario, che era legato all’introduzione del cosiddetto modello danese che si reggeva sul magico concetto di flexsecurity, ovvero da un lato flessibilità, soprattutto interna alle aziende, di formazione e competenze, dall’altro la costruzione di un meccanismo che tendeva a mettere in sicurezza il lavoratore nei periodi di inattività, coprendolo con vari istituti, giocando di fatto tutto sulla scommessa che i periodi di non lavoro fossero brevi e ben presto il lavoratore tornasse a ricoprire altre funzioni lavorative. Ebbene, se questo era il disegno, ad esso non è corrisposta la dinamica reale. Insomma flessibilità a tutto campo, sicurezza- formazione mai pervenuta. Aggiungendo anche il mutamento rapidissimo della tecnologia, che sta mettendo a rischio interi settori che verranno, se non modificati, cancellati, con le conseguenze di macelleria sociale che abbiamo ben chiare davanti. Un meccanismo, quest’ultimo, che è indifferente ai dati sull’occupazione sbandierati dal governo, che non tengono conto delle ore lavorate, ma solo delle “teste” dei lavoratori. E neppure degli stipendi, che, col passpartout della flessibilità, sono andati contraendosi e ci hanno portati alle ultime posizioni in Europa. Perciò, la domanda sorge spontanea, come si diceva una volta: ma quello di cui si sta parlando, è corretto definirlo “lavoro”, posto che, come dice la Costituzione, “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” ? Di quale “lavoro” stiamo parlando?
Per Pasquale Tridico, le cause scatenanti lo scenario odierno sono ben precise e risalgono agli anni ’90, ovvero al momento in cui si decise di fare entrare nel sistema del mercato del lavoro italiano la flessibilità. Una scelta che tuttavia sembrò a un certo punto quasi obbligata, dettata dalla politica europea. “Sostanzialmente eravamo in un trilemma – dice Tridico – che era dato da una politica monetaria indipendente, una politica fiscale interna ancora più limitata nel nostro caso non agibile, l’unica politica indipendente agibile per aumentare la produttività erano le regole del lavoro. Questa è l’unica attenuante che concedo ai legislatori dell’epoca per avere flessibilizzato il mercato del lavoro”.
Detto questo, da questa svolta comincia il disastro, non solo per il mercato del lavoro, ma per l’intera economia. “Guadagni mancati di produttività, guadagni mancati di occupazione e guadagni mancati di crescita, sono prodotti a mio parere dalla flessibilità introdotta negli anni ’90”. Ma quali erano gli obiettivi di tutte le riforme che si sono succedute dal ’93 in poi, prima ancora del pacchetto Treu? “Aumentare il tasso di occupazione, aumentare la produttività, aumentare gli investimenti. Da trent’anni a questa parte questi obiettivi, dichiarati da tutti i riformatori, sono stati completamente disattesi. Abbiamo statistiche infinite che lo confermano. Prendiamo il tasso di occupazione, che solo ultimamente si è un po’ mosso e che rimane al 61,7%, ovvero sempre intorno ai 23-24 milioni di persone, come negli anni ’90. Si sta parlando di parametri di lavoro standard, otto ore per lavoratore . Non c’è un aumento di occupazione, anche ad oggi: emerge un aumento di “teste” che lavorano, al 61,7%, non c’è un aumento di ore lavorate. L’unità di lavoro standard che costituisce il lavoratore, è rimasta sempre quella degli anni ’90. Quindi , la correlazione fra flessibilità e aumento dell’occupazione, non c’è stata”. Ovviamente, dice ancora Tridico, qualcuno può sempre obiettare che senza la flessibilità avremmo perso tutto, e che è servita per tenere vivace il mercato. Un’ipotesi che si pone però nella categoria di quelle indimostrabili.
Secondo obiettivo, la produttività. Ancora peggio, dice Tridico. “Abbiamo avuto un aumento della produttività cumulata negli ultimi trent’anni del 12%. Ciò è dovuto senz’altro anche alla situazione salariale, ma le causalità devono essere interpretate: devono crescere le produttività per aumentare i salari o possono crescere i salari per stimolare anche la produttività? Per quanto mi riguarda, appartengo al gruppo di coloro che ritengono che, quando ci troviamo in un periodo di stagnazione come quello attuale, la strada migliore può essere quella di aumentare i salari, per produrre uno shock sugli investimenti che li trasformi da labour intensive a capital intensive”, dando ossigeno così all’aumento salariale. Il che, sia detto tra parentesi, è ciò che è avvenuto in Germania a partire dal 2015.
Infine, investimenti. Peggio che andar di notte: “Gli investimenti pubblici, al netto del Pnrr, sono crollati del 25%, a un livello più basso degli anni ’90. Questo è la situazione macroeconomica in cui si inserisce quella flessibilità seguita dalle varie riforme, compresa l’abolizione dellart.18, il Jobs Act e via di questo passo”, che non hanno fatto, secondo Tridico, “che dilatare le conseguenze negative” sul mercato del lavoro e dell’economia nel suo complesso. Al netto della retorica utilizzata. Eppure, nessuna delle ricerche empiriche attuate dagli economisti ha mai dimostrato, ricorda Tridico, che ci fosse una relazione fra le modifiche del mercato messe in piedi dalla politica ovvero la flessibilità del lavoro, e gli obiettivi dichiarati, ovvero aumento della produttività, dell’occupazione, degli investimenti. Un assioma, dunque, mai dimostrato.
Ricapitolando dunque, perché i salari non sono cresciuti in Italia? “In questi trent’anni i salari non sono cresciuti perché è aumentata la precarietà conseguente alla flessibilità e perché il modello è divenuto un modello da bar”, dice Tridico. Ovvero, “quando si cambiano le regole, le si rendono così flessibili, non si dà ai lavoratori il tempo di organizzarsi in termini di formazione e politiche attive, quelle regole attirano solo investimenti labour intensive; solo in questo modo si può fare un po’ di competizione, galleggiamento, mantenendo l’economia stagnante. Siamo diventati un’economia da bar, che si regge unicamente su investimenti labour intensive, con un po’ di competitività che si ottiene sfruttando il lavoro”. E nient’altro.
Torniamo alla security, l’altra faccia del dibattito. Cosa è stato prodotto nel nostro Paese? Tanto e poco al tempo stesso. Tanto, nel senso che è stato stravolto un modello, si sono susseguite nuove norme, tutto è andato nel senso di stabilire regole che poi sono spesso repentinamente cambiate al cambiare delle maggioranze. E quindi poco: poco in termini di affidabilità e tutela del lavoratore. Al netto del fatto che, come torna a sottolineare Treu, dopo l’ubriacatura degli anni ’90, è mancata la parte security, con ammortizzatori sociali inadeguati a un mercato flessibile e una formazione rimasta fragilissima ed evanescente.
Poi qualcosa comincia a muoversi. “Verso la fine del 2018 si fa il tentativo di dare un assestamento alla situazione con il reddito di inclusione, che creava un minimo di strumento di ultima istanza, esattamente per evitare che la Cig diventasse una sorta di reddito di cittadinanza informale – ricorda Tridico – Ovviamente, la norma era insufficiente, la media del RdI era di 290 euro . In ogni caso, è il Reddito di Cittadinanza che diventa la principale riforma sociale per porre il pilastro di quella security che mancava alla flessibilità. Allo stesso tempo, si riformò in parte il Jobs Act e si introdussero con il Decreto Dignità delle causali nel Decreto Poletti del 2014, che aveva aumentato tantissimo il lavoro a termine. Strumenti che tentavano di coprire quella parte di security che non era mai stata messa in atto”, in un certo senso finendo col comporre in un disegno unitario quel principio di flexsecurity disatteso da decenni. Queste riforme, introdotte in un momento decisivo e critico del Paese, funzionarono e laddove non funzionarono, interviene Inps che si inventa i bonus, “i tanto vituperati bonus – continua Tridico – nascono perché ai lavoratori autonomi non spettava né cassa integrazione né altro, ai lavoratori dello spettacolo non andava nulla se non i loro salari quando lavoravano, nascono perché la cassa integrazione a un dipendente non si dava, nascono per tutte le frantumazioni che esistevano nel sistema. Vengono provvisoriamente riempiti i buchi, strutturalmente con la riforma degli ammortizzatori sociali, dati sussidi anche agli autonomi, si riduce il requisito minimo per la cig da 15 dipendenti a un dipendente”. Si copre tutto: dagli autonomi si arriva anche alle microimprese, completando un sistema di security che in trent’anni era stato assente.
Il Decreto 1 Maggio 2023 sostanzialmente ribalta un’altra volta il sistema di tutele. Con l’abolizione delle causali contenute nel Decreto Dignità e l’abolizione del RdC, si torna al passato. Con in più, incalza Tridico, una contraddizione: “Quando con l’abolizione dell’RdC e l’introduzione dell’Assegno di Inclusione si escludono sostanzialmente gli occupabili, si esclude esattamente la categoria che andrebbe sostenuta maggiormente con il sistema della security. Se escludiamo infatti gli occupabili perché tanto il lavoro se lo devono trovare da soli, di fatto si torna alla logica della pietà; ovvero si consegna un aiuto a categorie svantaggiate e si escludono coloro che con la formazione e l’aiuto economico sarebbero in grado di avere ritorni positivi in termini di occupabilità”. In questo senso si può parlare di “ritorno al passato”. In sintesi, il dubbio, inquietante, è: se il lavoro è un diritto costituzionale, non si capisce perché non si debbano mettere in campo provvedimenti che contribuiscono a renderlo accessibile a chi può e deve lavorare. Ma se non lo è, allora, ed è questo il risvolto della medaglia, rimangono i provvedimenti basati sul senso etico della carità ai bisognosi. Che, come ben sappiamo, è cosa degnissima, ma è anche tutta un’altra storia.