Meloni più europea propone un inviato speciale per l’Ucraina

Equilibrismi con Trump, ma sulla Groenlandia prende le distanze

Diversamente ‘volenterosa’ a Parigi e fortemente volitiva a Roma. Settimana impegnativa per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, prima all’Eliseo con altri 35 capi di Stato invitati da Emmanuel Macron per discutere di Ucraina e Groenlandia, e tre giorni dopo a Roma, alla Camera dei deputati, per la conferenza stampa ex fine anno ribattezzata ‘di inizio anno’. Quaranta domande faccia a faccia con i giornalisti, nell’unica occasione rimasta alla stampa per incontrare direttamente la presidente. Lei si è concessa in una postura più istituzionale del solito, calma, a tratti anche sorridente, ma senza lesinare commenti pugnaci a fronte di domande che non gradisce, come spesso fa in patria, più raramente all’estero.

A Roma la presidente del Consiglio ha dato anche qualche notizia importante, prima fra tutte l’annuncio che è tempo per l’Europa di riprendere i rapporti con Mosca, idea fino adesso sostenuta e perseguita solo dal presidente francese Macron, cui lei riconosce di aver visto giusto. Ma, precisa Meloni, “se noi facessimo l’errore di decidere da una parte di riaprire le interlocuzioni con la Russia e dall’altra di andare in ordine sparso, faremmo un favore a Putin”. E lancia l’idea di “un inviato speciale dell’Europa sulla questione ucraina, che ci consenta di fare sintesi e di parlare con una voce sola”. Un bel cambio di passo, ripreso in tempo reale come prima notizia da molti siti russi: “Un dialogo rispettoso è sempre una buona cosa”, ha scritto su ‘X’ l’inviato speciale del Cremlino Kirill Dmitriev. Dopo si saprà che Palazzo Chigi avrebbe addirittura pronto il nome per l’inviato europeo, Mario Draghi. Ma Bruxelles smorza gli entusiasmi, al momento.

A Parigi Giorgia Meloni aveva anche marcato la differenza sull’impegno italiano per la pace in Ucraina, mettendo nero su bianco che Roma non invierà mai truppe. ‘Volenterosa’ sì ma con i distinguo, visibili anche nella presenza defilata al vertice dell’Eliseo. E’ arrivata con quasi un’ora di ritardo, non è stata neanche ricevuta dal padrone di casa Macron e poi è sembrata rimanere nelle retrovie, pur parlando con tutti, ma ribadendo che l’Italia per l’Ucraina potrà soltanto garantire “supporto logistico”, che vuol dire la disponibilità ad addestrare soldati ucraini in territorio italiano e a monitorare il mantenimento della pace. Una pace chimerica peraltro, visto che la Russia, per tutta risposta al nuovo attivismo europeo, ha lanciato sull’Ucraina  il suo ordigno più pericoloso, il missile ipersonico capace di trasportare testate nucleari.

Le sottolineature pacifiste di Meloni hanno fatto pensare alla presenza in spirito, a Parigi, di Matteo Salvini, la cui ostilità ad ogni ipotesi  di invio di truppe e di riarmo è nota. E chissà che anche a Roma, nel dichiarare una inattesa disponibilità ad aprire il confronto con Mosca, Meloni non abbia sentito lo stesso fiato sul collo del suo vice leghista. Ma lei qui ha respinto ogni insinuazione contro un Salvini filo putiniano: “I dibattiti che si fanno in maggioranza su Russia e Ucraina non sono dibattiti tra filo questo e filo quello. I fili ce li hanno i burattini e non i politici che, se sono seri, non devono essere filo niente”. Poi regala ai giornalisti la prima parola della geopolitica meloniana: ‘deterrenza’. La scandisce, ne richiama l’etimologia latina, deterrere, cioè allontanare spaventando, de che implica allontanamento e terrere terrorizzare: “Essere abbastanza forti per far desistere il nemico”, sintetizza Meloni richiamando il Trattato Nato: “La ragione per la quale non ritengo necessario l’invio dei soldati in Ucraina è che il principale strumento di deterrenza è il sistema ispirato all’articolo 5 della Nato, quella è la principale forma di garanzia e non l’invio di truppe”.

Ma il terreno più scivoloso per Giorgia Meloni riguarda il dossier dei rapporti con l’amico Donald Trump. Le ultime mattane dello ‘sceriffo’ americano, a partire dallo ‘spettacolare’ attacco a Caracas col ‘rapimento’ del presidente Maduro, per continuare con le minacce a vari altri paesi del Sudamerica e finire alle fantasiose ipotesi sull’acquisizione della Groenlandia, devono essere sembrate troppo anche alla premier esperta in acrobazie transatlantiche. Il riflesso trumpiano era scattato immediatamente dopo l’attacco al Venezuela, quando Meloni si è spinta a definirlo “intervento legittimo di natura difensiva”, ma poi, dopo le uscite sulla Groenlandia, si è rimessa il cappello europeo e si è allineata agli altri sei capi di Stato riuniti Parigi (Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Polonia e Danimarca)  firmando la dichiarazione comune. Netta benché prudente, la nota è stata stilata dopo molte ore con abile esercizio diplomatico e linguistico per non urtare troppo l’alleato: “Il Regno di Danimarca, compresa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere garantita collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti”.  

A Roma, Giorgia Meloni si attesterà su questa linea morbida, aggiungendo le sue considerazioni di carattere strategico: “L’Europa deve lavorare in ambito Nato per una maggiore presenza in area artica”. E dà un’altra notizia: “Entro la fine del mese il ministero degli Esteri presenterà la strategia italiana sull’Artico”.

La nota di Parigi con cui l’Europa ha cercato di farsi sentire non ha smosso per niente Donald Trump, che ha rilanciato su tutta la linea, non recedendo neanche un millimetro dal suo intento di acquisire la Groenlandia, in tutti i modi:  “Credo che sia psicologicamente necessario per il successo – ha detto in un’intervista al New York Times- Penso che la proprietà ti dà qualcosa che non si può ottenere con un semplice contratto di locazione”. E il diritto internazionale?: “Non ne ho bisogno, basta la mia moralità”, ha tagliato corto.

E’ troppo per continuare con gli equilibrismi ed è stato Macron stavolta, che pure si era detto lieto per la deposizione di Maduro, a rompere gli indugi ed usare parole ben più dure ed esplicite. Nell’annuale discorso agli ambasciatori ha puntato il dito contro gli Stati Uniti che, sotto la guida di Trump, si stanno “progressivamente allontanando” da alcuni alleati storici e “si svincolano dalle regole internazionali”. Per concludere ancora più netto: ” Noi rifiutiamo il nuovo colonialismo e il nuovo imperialismo, ma rifiutiamo anche la vassalizzazione”.

Giorgia Meloni non potrà mai arrivare a tanto e, nella conferenza stampa a Roma, ha solo concesso: “Ci sono molte cose su cui non vado d’accordo con Trump, per esempio credo che il diritto internazionale vada ampiamente difeso e non ho difficoltà anche a dirlo a lui”. Ha però ribadito la sua posizione sull’attacco ‘legittimo’ a Caracas e colto l’occasione per puntare il dito contro la sinistra anche su questo: “Mi ha fatto specie vedere la mobilitazione sindacale per il Venezuela, dove c’è oggettivamente una condizione di povertà dilagante. Considero surreale vedere degli italiani di estrema sinistra che spiegano ai venezuelani cosa vuole dire essere venezuelani. E’ una sinistra che sta sempre dalla parte sbagliata della storia”.

Il capitolo Groenlandia è più scivoloso per Meloni: si allinea alla condanna europea, ma minimizza e, in conferenza stampa, ribadisce la posizione che aveva già espresso l’anno scorso, dicendosi convinta che Trump non l’attaccherà, si tratta solo dei suoi soliti “metodi molto assertivi per porre l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia”. Ed ecco l’altra parola dopo la deterrenza, l’’assertività’ della nuova geopolitica trumpiana. Una parola magica che consente a Meloni di non scandalizzarsi troppo e continuare ad affermare la sua politica estera ben piantata sulle due direttrici, l’Unione europea e l’Alleanza atlantica. Nessun pendolarismo – rivendica la premier – il governo sta sulla linea espressa anche dal presidente Mattarella, e respinge infastidita le accuse su presunte sudditanze: “Cosa vuol dire prendere le distanze dall’America? Mi si dica che devo fare, uscire dalla Nato, togliere le basi militari agli americani, assaltare i McDonalds? Parliamo di geopolitica, non di comitive. Si chiama difendere l’interesse nazionale, il resto è gossip”. E finisce in poesia: “Io cerco le luci piuttosto che le ombre nel rapporto italiano con i partner europei e atlantici”.

Cerca la luce la Giorgia Meloni più irenica, volenterosa ma non troppo, pacifista ma non troppo, europeista ma non troppo, atlantista molto. Ma se si torna alle beghe italiane, ripiomba nell’ombra. E’ addirittura buio fitto coi magistrati, lei ci prova ad essere più moderata in conferenza stampa ma il referendum sulla separazione delle carriere, la prima e forse unica riforma del suo governo che potrebbe andare in porto, è vicino e vale la pena assestare qualche altro colpo alla magistratura. Non sono attacchi, precisa la presidente del Consiglio, ma solo richiami alla responsabilità: “Occorre lavorare tutti nella stessa direzione, governo, polizia, magistratura”, risponde a chi la porta sul capitolo sicurezza. Ma qua le scappa il freno e alla fine arriva l’affondo contro i giudici, che a volte rendono “vano il lavoro del Parlamento e delle forze dell’ordine”. Poi conferma che non si dimetterà  nel caso di vittoria dei no al referendum e dà un’altra notizia quasi certa, la consultazione si dovrebbe svolgere il 22 e 23 marzo.

Ha parlato di molto altro nella lunghissima conferenza stampa Giorgia Meloni, la notizia più attesa però non l’ha data, la liberazione del cooperante Alberto Trentini incarcerato a Caracas, ma ha garantito che la mamma lo riabbraccerà presto. L’anno scorso, nella stessa occasione, annunciò la liberazione della giornalista Cecilia Sala incarcerata in Iran. Per Trentini bisognerà attendere ancora.

Ampio spazio poi all’economia e alla sicurezza, situazioni carceri comprese. Meloni ammette che i risultati non sono sufficienti e promette di concentrarsi su questi due focus per l’anno a venire: la crescita, che resta schiacciata sul Pil sempre vicino allo zero, e la sicurezza appunto, che richiede “un cambio di passo”, il primo potrebbe essere l’ introduzione del divieto di porto di coltelli e di armi da taglio.

C’è poi il momento dell’orgoglio sul suo cavallo di battaglia, la questione migranti, e ancora su un grande piano casa, al quale sta lavorando col ministro Salvini. Sul fine vita si limita a dichiararsi contro il suicidio assistito, ma rimanda al Parlamento di occuparsene.

Il presidente della Repubblica è molto citato da Meloni, lo tira per la giacchetta per accreditarlo in sintonia con l’atlantismo ferreo del governo, ma che interlocutore sia il presidente degli Stati Uniti sembra un dettaglio. E chissà se Mattarella condivide davvero la teoria dell’assertività, che minimizza i colpi di Trump al diritto internazionale. Ma soprattutto chissà se il presidente gradisce essere trascinato sul terreno politico, anche se per fargli dei riconoscimenti: “I nostri rapporti sono ottimi- dice la premier a chi gli ricorda come ne avesse invocato l’impeachment solo qualche anno fa –  Non siamo sempre d’accordo però quando si tratta di difendere l’interesse nazionale Mattarella c’è. Questo per me è tutto e fa la differenza”.  Ma su quella poltrona del Quirinale sorride Meloni quando le chiedono se punta a sedervisi: “Preferirei lavorare con Fiorello”.

La conferenza stampa di inizio anno si chiude dopo tre ore.  “I toni sono stati moderati. Ma la sostanza di quanto ha detto la premier e le reazioni dei suoi avversari, fanno presagire mesi di radicalizzazione dello scontro”, sintetizza sul ‘Corriere della Sera’ Massimo Franco.

Dopo la maratona coi giornalisti, Giorgia Meloni va nella Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo, dove si celebra la Messa che lei stessa ha voluto per ricordare le giovani vittime della tragedia di Crans-Montana. Accanto a lei ministri, parlamentari, leader dell’opposizione. Tutti vicini, muti, commossi, tutti uniti in un dolore che sembra stavolta davvero incommentabile. Ed è un altro mondo, un altro film. 

In foto Giorgia Meloni

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