Tra il 2021 e il 2023, in Italia, i lavoratori dipendenti hanno perso oltre 33 miliardi e le famiglie, tra pensioni e altri vari trasferimenti come per esempio il reddito di cittadinanza, di miliardi di euro ne hanno perduti addirittura oltre 41. In particolare, la mancata rivalutazione delle pensioni fa sì che i pensionati che stanno in una fascia di reddito non certo elevata, come è quella tra 32,1 mila e 40,2 mila euro, perdano oltre 732 euro a testa tra il 2023 e il 2025, per arrivare a valori ancora maggiori nelle fasce più alte. L’ingente perdita da parte di lavoratori dipendenti e pensionati deriva in concreto dal fatto che, in presenza di un’inflazione fino al 15%, il loro potere di acquisto è crollato nei due anni in cui, al contrario, la redistribuzione dei redditi è andata nettamente a favore dei profitti.
Il conto è presto fatto. I redditi da lavoro dipendente sono mediamente cresciuti dell’11%, ma la non ampia crescita è stata invece ampiamente divorata dall’inflazione, mentre, dall’altra faccia della medaglia, i profitti sono aumentati di oltre il 25%, in soldoni di oltre 57 miliardi, intascati, si badi bene, non in virtù dei meriti, ossia all’aumento di produzione, ma solo per via della lievitazione dei guadagni. Si tratta dei cosiddetti extra profitti che hanno interessato prevalentemente i settori delle attività finanziarie e assicurative, ma non solo. Mentre si calcola che alla spesa sanitaria pubblica manchino oltre 17 miliardi di euro.
Sono le stime fatte per conto dello lo Spi, il sindacato pensionati italiani della Cgil, dall’economista, docente universitario e ex direttore dell’Irpet, l’Istituto regionale di programmazione della Toscana, Stefano Casini Benvenuti, in occasione dello sciopero generale nazionale del 29 novembre indetto dai sindacati (Cgil e Uil) con gli obiettivi di cambiare la manovra di bilancio, che dichiarano di “considerare del tutto inadeguata a risolvere i problemi del paese”, e di “rivendicare l’aumento del potere d’acquisto di salari e pensioni, come il finanziamento di sanità, istruzione, servizi pubblici e politiche industriali”. Si sciopera dunque, precisa lo Spi, per chiedere che si ponga rimedio, come invece si giudica che la manovra del governo Meloni non faccia, “ alla perdita di potere d’acquisto dei pensionati e dei lavoratori dipendenti, alla mancata rivalutazione delle pensioni, alla riduzione di risorse per sanità pubblica e welfare, al mancato finanziamento alla legge sulla non autosufficienza. E per chiedere un sistema fiscale più equo dell’attuale in cui le entrate continuano a essere sostenute dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, essendo l’Irpef pagata per il 52% da lavoratori dipendenti e per il 30% dai pensionati”.
Spiega Casini Benvenuti: “Tutte le manovre di bilancio hanno in genere due funzioni: una, rilanciare l’economia, il che ovviamente è possibile se si hanno i soldi, e, due, rivedere la redistribuzione delle risorse in modo da riassestare via via le troppe disuguaglianze che si sono formate e rimettere le cose equilibrio. In questo caso il secondo obiettivo è particolarmente scottante perché quando l’inflazione sale in modo anomalo – e nel 2021-2023 è arrivata ad aumentare addirittura fino al 15% invece dell’abituale circa 2% – i rapporti tra chi gode di un reddito variabile e chi invece ne percepisce uno fisso addirittura si rovesciano e lasciano sul tappeto voragini di disuguaglianze i cui effetti durano anche quando, come adesso, l’inflazione inizia a rientrare nei ranghi abituali”.
Detto questo, secondo Casini, in penuria di risorse finanziarie come è l’Italia, qualsiasi manovra di governo, di sinistra o di destra, non potrebbe fare tanti miracoli di rilancio dell’economia, perlomeno nel breve periodo. Ma sul secondo obiettivo, ossia diminuire invece di accrescere disuguaglianze così imponenti, si può darsi da fare. Se però si vuole. Dipende, secondo l’economista, dal colore politico: “Un governo di sinistra si preoccupa davanti a eccessi di disuguaglianza, quello di destra si preoccuperebbe solo se i ceti produttivi perdessero qualcosa. Le manovre si spiegano anche con la politica”.
Che ci siano oggettivamente poche risorse in cassa per rilanciare l’economia, Casini ne è convinto, “ basti pensare che tra maggiori spese e minori entrate alla fine restano per la manovra di bilancio solo 9 miliardi netti. Questo è un problema che durerà ancora per molto tempo e tanti slanci per l’economia da parte del governo, e forse anche dei prossimi governi, non ci si potranno purtroppo aspettare. Ma al riequilibrio si può e si deve lavorare e la manovra di Meloni non lo fa perché il governo di destra non ha tanto interesse a rimuovere le disuguaglianze e riallineare le distanze”. La perdita complessiva di 33 miliardi in soli due anni riguarda, spiega Casini, 19 milioni di lavoratori dipendenti in tutto il paese e, come abbiamo visto tra pensioni e redditi di sostegno familiari si sono persi oltre 41 miliardi .
Ma non ha una funzione redistributiva, come vanta Meloni, perlomeno la revisione dell’Irpef prevista dalla manovra? “Il governo sostiene – risponde Casini Benvenuti – di restituire a chi ha perso reddito 17 miliardi complessivi, in virtù della modifica delle aliquote Irpef e del cuneo fiscale. Ora, se il lavoro dipendente non ha avuto nessun riequilibrio, un minimo di adeguamento all’inflazione, pur assolutamente irrisorio, le pensioni più basse lo hanno avuto, ma le altre no. E, se pure è giusto che in una logica di redistribuzione chi ha di più paghi anche di più, la regola deve valere per tutti, ragiona Casini che fa notare come sostanzialmente le iniziative di pur misero riequilibrio previste dalla manovra non coinvolgano gli extraprofitti saliti in due anni di circa 57 miliardi, di cui il grosso, 25 miliardi, sono andati alle banche, le quali sembra che rendano indietro il surplus quando non fanno altro che anticipare quanto avrebbero comunque dovuto dare tra qualche tempo. Mentre, insiste l’economista, nessuno richiede niente a altri settori che pure sono entrati nel business degli extraprofitti, dal settore, per esempio, “dell’energia che si è preso circa 9 miliardi in più e in alcuni casi anche l’ alimentare”.
Oltretutto ci sono, avverte Casini Benvenuti, vari “buchi neri di oscurità” in molti punti di questa manovra, una nebbia che confonde e spiazza. A cominciare dalla flat tax: “Alcuni liberi professionisti che finora pagavano l’Irpef, adesso, purché abbiano ricavi sotto agli 85 mila euro, possono scegliere di passare al regime di flat tax”. Quale è la differenza? “Un lavoratore dipendente con imponibile di 40 mila euro l’anno paga di tasse all’ Irpef un’aliquota del 26% al netto delle detrazioni destinate al lavoro dipendente, mentre una partita Iva con ricavi di 50 mila paga il 5% per i primi cinque anni e poi il 15%.Tanto che alcuni dipendenti hanno deciso di licenziarsi, diventare autonomi e passare alla flat tax. Il pensionato invece le tasse le paga tutte”.
Dopodichè, “se sei in regime di flat tax, non paghi neanche l addizionali regionali Irpef che le Regioni adesso possono aumentare anche per sanare i deficit della sanità. Semplicemente perché non pagando l’Irpef non pagano neanche le addizionali. L’80% dell’Irpef lo pagano solo dipendenti e pensionati”. Tanto che Casini riprende la definizione già data da alcuni studi di un Istituto universitario pregiato, come la pisana Scuola superiore di Sant’Anna, “che definisce un sistema fiscale come il nostro regressivo anziché progressivo”. Temendo che con la manovra lo diventi ancora di più. E soprattutto perda in trasparenza e aumenti le zone oscure : “Le vere conseguendo di questa manovra a livello fiscale le scopriremo veramente solo alla prossima dichiarazione dei redditi” . Perché, spiega, se la manovra di bilancio annuncia trionfalmente che se ad oggi chi ha un reddito fino a 15.000 paga un’aliquota del 23 % e chi arrivava a 28.000 sale al 25%, ora anche fino a 28.000 ci si arresta al 23%, poi si pagano le solite quote di prima. Dunque chi è sotto un reddito di 28.000 apparentemente pagherebbe meno tasse di prima: “Ma chi riesce per ora a valutare quanto peserà la prevista riduzione di alcune delle tradizionali detrazioni?”.
Infine la sanità. “Il governo si loda dicendo di avere raggiunto il massimo storico di spesa per la sanità ma non tiene conto che di fronte al 15% di inflazione l’aumento e’ solo di un 4%. Dunque la cifra per la sanità e per il welfare universalistico non è aumentata ma si è ridotta, penalizzando in particolar modo la popolazione più anziana e fragile, poiché il ricorso in crescita alla sanità privata finisce con erodere ulteriormente il reddito dei pensionati” . Mentre l’Italia diventa un fanalino di coda in Europa: “Con una spesa sanitaria pubblica pro capite di poco più 2.000 mila euro l’Italia si colloca al primo posto tra i paesi più poveri della UE”. Il tutto a vantaggio della sanità privata, ricorda Casini: “Nel 2023 la spesa pro capite media per la sanità privata ha raggiunto i 752 euro contro i 653 del 2019”.
Lo studio di Casini Benvenuti è appena stato presentato per la prima volta in pubblico a Firenze durante la manifestazione dello Spi toscano intitolata “Il potere d’acquisto logora chi non ce l’ha”, alla presenza, oltre che del segretario toscano dei pensionati della Cgil, Alessio Gramolati, anche da quello nazionale Stefano Landini e dell’ex segretario generale nazionale della Cgil, Sergio Cofferati. “Siamo preoccupati per la piega che sta prendendo questo paese – sottolinea Stefano Landini –. Un paese in cui diventare poveri rischia di essere una colpa e ammalarsi rischia di essere un lusso per poche persone. Questo si abbatte soprattutto su pensionati e lavoratori dipendenti e il governo assume decisioni che vanno nella direzione opposta. Noi chiediamo di ricostruire un paese che abbia come filo conduttore la solidarietà”.
Preoccupato anche Cofferati che, riferendosi allo sciopero del 29 novembre dichiara:“Le ragioni per protestare sono visibilissime e riguardano gran parte dei contenuti annunciati di una manovra che trascura qualsiasi ipotesi di intervento di stimolo alla crescita dell’economia e interviene con tanti piccoli segmenti negativi sul sistema di protezione e difesa delle famiglie e delle persone a cominciare da quelle più deboli”. Finché Gramolati annuncia le ragioni per cui lo sciopero non sarà contro ma per:
“Le politiche economiche e sociali di questo governo stanno riducendo le principali voci di spesa pubblica come la previdenza e la sanità favorendo il ricorso al privato. La protesta e’ di chi non si rassegna e si mobilita per difendere i diritti di tutti, anche delle giovani generazioni. Noi non manifestiamo contro, manifestiamo per “.
Nella foto Stefano Casini Benvenuti